I cosiddetti contemporanei

Jean Jacques Perrey. Da Schaeffer ai cartoni animati con ironia

Quando studiavi medicina a Parigi hai conosciuto George Jenny (nel 1952) e, soprattutto, la sua invenzione, l’Ondioline. È stato questo che ti ha spinto ad abbandonare gli studi per dedicarti alla musica? Cosa ti affascinava di quello strano strumento?

Ho deciso di lasciare gli studi di medicina nella seguente occasione: una notte mi trovai ad ascoltare una dimostrazione dell’Ondioline, che fu presentato alla radio dal suo inventore Georges Jenny e rimasi tanto impressionato dalla versatilità di quello strumento, che decisi di mettermi subito in contatto con Georges per incontrarlo nel suo laboratorio. Sono stato sedotto dall’Ondioline al punto di accettare di promuoverne le vendite, cosicché ho cominciato la mia carriera europea prima come dimostratore e poi come artista professionista

Qual era il background musicale da cui provenivi?

Non ho mai studiato musica. È stata la musica ad aprirmi le braccia. Per questo motivo non ho un background di studi musicali, né un diploma in conservatorio. Nel comporre musica mi sono sempre fidato (e lo faccio ancora adesso) del mio istinto e dell’ispirazione del momento. In gioventù sono stato influenzato, prima di tutto, dalla tecnica del “rerecording” del chitarrista americano Les Paul: è stato un genio della musica negli anni ’60. Ma ha avuto un forte ascendente su di me anche l’opera musicale di un artista che considero il vero pioniere della Popular Electronic Music, Tom Dissevelt. Ascoltandoli alla radio, rimasi affascinato da entrambi, ai quali si aggiunse in seguito anche la figura di Spike Jones, il primo a trasmettermi quel “certo sense of humor” che si percepisce ascoltando la mia musica.

Qualcuno ti considera il padre fondatore dello Space Age Pop, altri ti definiscono il “clown prince of the avant-garde”. Ti riconosci in queste definizioni? Se dovessi farlo tu stesso, come ti definiresti?

Sono d’accordo con tutti! Personalmente descriverei il mio stile musicale come “musica elettronica umoristica che crea un’atmosfera di relax e di vita felice”.

Nel 1965 hai conosciuto Gershon Kingsley ed è cominciata una collaborazione che ha cambiato radicalmente la tua carriera musicale. Come è nata questa collaborazione? Hai ancora rapporti con lui?

Ho incontrato Gershon Kingsley a New York, in uno studio di sperimentazione che fu aperto per me con i finanziamenti del mio sponsor americano Carroll Bratman. Qualche volta ci scambiamo delle e-mail, niente di più.

Come vedi, a distanza di quasi 50 anni, lavori come The In Sound From The Way Out?

È un indimenticabile ricordo della mia giovinezza… ma mi sorprende apprendere che c’è ancora qualcuno che compra quei dischi!

Hai spesso lavorato anche con il cut-up ed i loop, sulla scia di un tuo famoso connazionale, Pierre Schaeffer. Quanto ti ha influenzato il suo modo di fare musica?

Ho seguito le sue lezioni al Centre de la Recherche de la Radiodiffusion Française a Parigi. La sua tecnica dei loop era davvero efficiente e pensai che sarebbe stato appropriato applicarlo alla “popular electronic music”.

Un altro personaggio importante per la tua carriera di musicista è stata Edith Piaf. Come vi siete conosciuti? Qual era il vostro rapporto a livello professionale?

È merito di Jean Cocteau se sono riuscito a conoscere Edith Piaf. Poi è stata lei, in seguito, ad organizzare il primo contatto con Caroll Bratman. Purtroppo sia Jean che Edith ci hanno lasciato troppo presto…

Molti rapper e dj hanno utilizzato e continuano ad utilizzare alcuni tuoi loop, dai Beastie Boys a Fatboy Slim. Te lo saresti aspettato? Che effetto ti fa riascoltare la tua musica in una nuova dimensione?

No, non avrei neanche osato immaginare, a quel tempo, che si sarebbe potuta verificare una cosa del genere! Ma, per me essere campionato dai DJ è un grande onore, perché dimostra il loro riconoscimento nei confronti della mia musica.

Il tuo stile è sempre stato caratterizzato da una forte dose di ironia. Quant’è importante che la musica sia divertente? Secondo te è possibile essere divertenti e, allo stesso tempo, far riflettere?

Bisogna distinguere tra ironia e humor. Penso che lo humor sia sostanzialmente qualcosa da prendere molto seriamente, perché è importante nella vita. La musica è la forma d’arte che maggiormente riesce ad evocare tutti i tipi di sentimenti, sensazioni, umori ed eventi, simultaneamente. Di conseguenza, la musica è l’unica forma d’arte capace di trasmettere contemporaneamente sorpresa, ironia e riflessione.

La fantascienza sembra essere stata una sorta di leitmotiv nelle tue opere. Ci diresti qualcosa a proposito di questa “filosofia spaziale”?

Tutto si basa sul principio secondo il quale la fantascienza è una porta aperta su un futuro immaginario. A questo stadio, sono gli esseri umani a costruire il loro futuro secondo la loro immaginazione. Sono convinto del fatto che questa tendenza origini, a livello del subconscio, il desiderio di scappare, di ritirarsi da un mondo iper-meccanizzato, riflesso in una società imperfetta dove progressivamente finiamo per svolgere il ruolo di robot. In più, siamo esposti continuamente ad un grande numero di aggressioni mentali: paura, ossessione di una guerra nucleare, pressione esercitata dai governi, mutazioni di virus che minacciano il nostro organismo e molte altre potenziali aggressioni che rappresentano una minaccia per il nostro equilibrio fisico, psichico e mentale.. Sfortunatamente l’idea di futuro è molto diversa da quella che si poteva avere cinquanta anni fa.

Hai “fatto il verso” ad alcuni brani famosi di musica classica, ma anche di bossa nova, fino ad arrivare a Strangers In The Night: che senso ha per te la parodia?

La parodia non è altro che una strizzata d’occhio ad una composizione, ma non certo al compositore. Non c’è un’intenzione maliziosa nella parodia, solo una trascurabilissima intenzione furbetta, diretta alla composizione stessa.

Come è nata la tua recente collaborazione con Luke Vibert?

Sono venuto a contatto con Luke Vibert a Londra, durante uno show a cui partecipavamo entrambi. Avemmo una lunga conversazione, scoprendo che le nostre idee sulla musica erano praticamente uguali. In seguito, il direttore artistico di Luke, John Lo, organizzò un incontro professionale con lui a Parigi, nel quale decidemmo di lavorare insieme all’album Moog Acid.

L’anno scorso sei ritornato alle scene con The Happy Electropop Music Machine dopo alcuni anni di silenzio. Qual è la ragione che ti spinge a continuare a fare musica all’età di settantotto anni?

La ragione è molto semplice: ritirarsi è semplicemente impossibile per un artista-compositore! The Electropop Music Machine è nato nel 2004, quando io e la mia partner Dana Countryman abbiamo deciso di comporre i pezzi del primo nostro CD. E per convincerti che sono ancora una persona ottimista, lascia che ti dica che stiamo già componendo i brani di un altro disco che dovrebbe uscire nel 2008 negli USA. Perché la musica preserva quelli che lavorano a notte fonda!

Hai prestato la tua musica ai cartoni animati e alcuni dei tuoi temi si possono ascoltare ancora in alcuni parchi Disneyland. Te lo aspettavi o è stato solo un caso fortuito?

È stato tutto totalmente inaspettato, anche se avevo già incontrato Walt Disney nel 1963, che si era dimostrato interessato ai suoni prodotti dall’Ondioline. Dopo la sua morte la Disney Company scelse un brano dal secondo album di Perrey-Kingsley per la Vanguard, Kaleidoscopic Vibrations, che sarebbe diventato il loro celebre Main Street Electrical Parade, e che si può ancora ascoltare nei parchi Disneyland della California e del Giappone.

È passato molto tempo dall’invenzione dei primi strumenti elettronici. Oggi si potrebbe addirittura dire che siamo in una società totalmente tecnologizzata. Quale pensi sia il futuro della musica elettronica, in quest’epoca?

La musica suonata con strumenti tradizionali e quella eseguita con i sintetizzatori si completano l’una con l’altra e si combineranno ancora di più nel futuro, in un mondo migliore. Perché la musica, di per sé, è immortale…

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