Non luoghi auditivi: l’evitabile insensatezza della “musica 8D”

Anni fa, quando ancora avevo l’abitudine di radermi ogni giorno, finii nel tunnel dei rasoi. Iniziai con un bilama, pur sempre in modalità “contour” e munito di striscia lubrificante, ma presto si avvicendarono gli upgrade: prima tre lame, poi quattro, griglia protettiva, doppia striscia lubrificante all’aloe vera, supporto elasticizzato, cinque lame, sei lame… Capitò poi che partii per un breve viaggio e scordai a casa il fido rasoio. In una stazione di servizio mi procurai un usa-e-getta bilama fornito di una misera striscia lubrificante, neanche all’aloe (né vera né falsa). Mi dissi, vabbè, per un paio di giorni, che sarà mai. Vi lascio immaginare la sorpresa quando scoprii che anche con quello strumento decisamente basale (per non dire arcaico) la rasatura poteva compiersi senza intoppi né le temutissime irritazioni.

Fu un’autentica rivelazione, uno di quegli eventi spartiacque capaci di gettare una luce diversa sulle cose (qualche tempo dopo smisi di radermi per coltivare una barbetta che dedico ogni giorno più al dio della pigrizia che a al vezzo dell’hipsterismo). La rasatura, come molti altri gesti quotidiani bisognosi di un qualsiasi dispositivo, viene elevata dalla macchina della pubblicità alla dimensione di esperienza: succede lo stesso con gli spazzolini, con gli smartphone, con le automobili e via discorrendo. L’upgrade acquista senso più per se stesso che non per un vero e proprio salto di qualità funzionale. Come rinunciare alla terza, quarta, quinta fotocamera nel telefonino? (Per inciso: sono in corso progetti per dispositivi forniti di trenta sensori ottici).

Proprio a questa inflazione di lamette e fotocamere ho pensato quando ho iniziato a sentir parlare di “audio 8D”. Sì, lo ammetto: ne ho sentito parlare solo adesso, investito – per fortuna solo di striscio – da una marea di messaggi diversamente social (con Whatsapp a recitare va da sé la parte del leone) provvisti di link Youtube grazie ai quali avrei potuto ascoltare l’ultima meraviglia del creato sonoro (rigorosamente in cuffia, altrimenti “non si può apprezzare”). Ho provato quindi ad ascoltare, e mi sono accorto subito di tre cose: le canzoni disponibili (o, meglio, ri-processate) in questo mirabolante formato sono invariabilmente molto popular, livello talent-show per intendersi; tali video youtube sono in giro da oltre un anno, tanto che molti possono già vantare milioni di visualizzazioni; si tratta, sostanzialmente, di una puttanata.

Da ascoltatore, non da tecnico, l’impressione iniziale è stata: non è che un po’ di riverbero più un metodico quanto rozzo utilizzo della spazializzazione stereo, in modo da generare un senso di movimento avvolgente che ho trovato in primo luogo ingenuo e in secondo nauseante. Potete farvene un’idea ad esempio qui o qui (mi raccomando le cuffie): il primo link rimanda a una versione stucchevolissima di Hallelujah (oltre 5 milioni di visualizzazioni) e il secondo al melò pop statuario targato Adele di Hello (oltre 4 milioni di visualizzazioni). In entrambi i casi, sembra di avere a che fare con un ragazzino alle prese con un software fin troppo semplice da utilizzare, così semplice da rendere persino inutile pensarci su. Per un ragguaglio tecnico più puntuale, vi rimanderei senz’altro al video che il musicista Mario Bajardi ha pubblicato sul suo profilo FB.

Stabilito ciò, cosa pensare dell’improvviso credito guadagnato da questo fenomeno, su cui puntualmente si è gettato – confermando il fiuto e la vena sensazionalistica – persino una rivista “autorevole” come Rolling Stone? Come già detto, i profili Youtube dedicati alla pubblicazione di questi pezzi riprocessati nel fantomatico 8D (a cui ovviamente sono seguiti gli upgrade 9D, 10D e 20D: nessuno scampa alla legge della lametta) sono stati attivati più di un anno fa, ragion per cui tendo a credere che l’improvvisa popolarità sbocciata in questi giorni di clausura collettiva non sia casuale. Probabile che si tratti di una propensione particolarmente marcata al cazzeggio (tendente alla fake più cialtrona) via social (con Whatsapp – repetita iuvant – sugli scudi) dovuta al bisogno di riempire lo spaziotempo vuoto, oppure – volendo concedere una lettura più umanistica – potrebbe trattarsi della risposta al bisogno di sublimare lo spazio circoscritto con l’illusione di una spazialità nuova, capace di oltrepassare i limiti in virtù di un’astrazione virtuale, e pazienza se il giochino è banale, un auto-inganno da pochi soldi.

Non solo: se verrebbe da rubricarlo come un contagio modaiolo destinato ad esaurirsi presto e lasciare poche tracce (un po’ quello che speriamo di ben altri contagi), d’altro canto c’è il rischio, alla luce dei numeri che sta muovendo, che possa introdursi nei meccanismi produttivi a fianco delle tecniche già in essere, come la registrazione binaurale (anch’essa pensata per l’ascolto in cuffia), utilizzata per la prima volta in ambito pop-rock da Lou Reed con Street Hassle. Detto che anche della registrazione binaurale credo si possa fare benissimo a meno, o che comunque non abbia apportato chissà quali rivoluzioni nella vita degli ascoltatori, bisogna precisare che si tratta quanto meno di una tecnica fondata su teorie audiometriche assai solide, e che si concentra appunto sull’atto della registrazione da strutturare mettendo al centro la figura dell’ascoltatore, in modo da rendere più coinvolgente (oppure, ma è del tutto opinabile, naturale) la manifestazione del suono. Rispetto alla tecnica binaurale, la cosiddetta 8D sembra procedere a tentoni in una stanza buia, e l’effetto che ottiene ne riporta il senso di approssimazione e mancanza di reali obiettivi (che non siano quelli di un facile, grezzo sensazionalismo). Un po’ come divertirsi con gli effetti di morphing su foto e video: software potentissimi in mano a utilizzatori occasionali, mossi da nessun’altra finalità che non sia riempire un tempo vuoto di motivi.

Il rischio però è che il contagio possa penetrare le barriere della produzione professionale e avviare focolai ad alto livello: è un rischio come lo è stato per il cinema la sbornia del 3D, per molti versi un innocuo ed evitabile “strato semantico” applicato ai film ma che pure ha influito sulla forma delle pellicole, le cui sceneggiature hanno dovuto prevedere momenti in cui l’effettistica tridimensionale era chiamata a esprimere la sua potenza (vedi, su tutti, il caso di Avatar con la sua goffaggine ipertrofica). Da quella sbornia, a quanto sembra, siamo usciti: gli anni Dieci hanno avuto il merito di decretare il declino delle produzioni 3D rivolte alle sale e ai dispositivi domestici (non a caso dal gennaio del 2018 il canale di Sky dedicato al 3D è stato chiuso ed è attualmente disponibile solo on demand).

La tecnologia finalizzata ad aumentare la realtà cinematografica per farne “esperienza” non è affatto estinta, ma giustamente sopravvive in ambito ludico, con i teatri 4D e 5D (sempre la legge della lametta…) dei parchi di divertimento, quelli delle poltroncine animate, dei getti d’aria, delle nebulizzazioni di liquidi e aromi, del dolby surround a palla (a proposito di spazialità sonora), il tutto finalizzato ad enfatizzare i colpi di scena, così da rendere il cortometraggio di turno un’attrazione senz’altro divertente ma appunto un’attrazione, un barnum esperenziale di cui possiamo benissimo fare a meno per i restanti 364 giorni dell’anno. Il suono 8D mi pare che al massimo possa ambire a questo: essere un’esperienza da consumarsi nel più tipico dei non-luoghi, un parco di divertimenti, una sala giochi, oppure la nostra cameretta che di colpo è diventata un rifugio/prigione.

Il punto, forse, è proprio questo: siamo piombati inaspettatamente in un tempo che ridefinisce la dimensione dei nostri luoghi quotidiani, quelli che siamo abituati a identificare come nostri, parte della nostra intimità, “casa”. Non li riconosciamo più, perché a questi “interni” sono venuti (ci auguriamo temporaneamente) a mancare gli “esterni” che li definivano in quanto loro controparte. Da cui il bisogno di fuga, di astrazione spaziale a cui accennavo sopra. In altre parole, nei momenti del bisogno ci si attacca al primo 8D che ci passa sotto il naso: comprensibile, no? Comprensibile, certo, ma peccato: perché è un segno ulteriore della disabitudine all’ascolto, dell’incapacità di sintonizzarsi davvero con una canzone. Il suono, la musica, non ha bisogno di additivi spaziali, né a dire il vero di fughe: è più un comprendere, un contenere (dimensioni emotive, biografiche, culturali…) da opporre – appunto – al contenimento anti-contagio a cui da giorni ormai dobbiamo sottoporci. E che ci sfianca.

A proposito, non so a voi, ma a me anche una Cello Song, così com’è, aiuta.

28 Marzo 2020
28 Marzo 2020
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