Twin Peaks: The Return

Twin Peaks: The Return, commento alla parte 17 e 18 (season finale)

Parte 17 e parte 18, se guardate in sovrapposizione sincronizzata, dovrebbero in teoria combaciare perfettamente [“due piccioni con una fava“]. Com’è che sia, trattasi di due episodi densissimi – e non poteva essere altrimenti. Densi di avvenimenti, densi di meta-senso.

Iniziamo con una semplice rivelazione: Gordon svela ai suoi colleghi dell’FBI, Albert e Tammy, di aver condiviso per oltre 25 anni un segreto con Cooper, Phillip Jeffries e il maggiore Garland Briggs. Quello dell’esistenza di Judy, conosciuta nell’antichità come Jowday [l’agente Cooper, 25 anni fa, seguendo i dettami della spiritualità tibetana, aveva scritto i nomi dei sospettati dell’omicidio Palmer su una lavagna indagando sulle corrispondenze con la lettera J: è lui che sta sognando?], un’entità malvagia alla quale danno la caccia [Judy è l’essere che genera BOB nell’episodio 8, l’essere sanguinario che fuoriesce dalla teca di vetro nell’episodio 2, l’essere che possiede Sarah Palmer come evidente dall’episodio 14?].

Cooper, risvegliatosi, fa sapere a Gordon tramite Bushnell che sta cercando di prendere “due piccioni con una fava” e che, se dovesse sparire, vorrebbe essere cercato. Il Gigante, nell’apertura della terza stagione, aveva fatto ascoltare a Cooper alcuni suoni, ammonendolo di ricordare “430, Richard e Linda, due piccioni con una fava”. OK.

L’altro Cooper, il cattivo Mr. C, si reca nel bosco, nei pressi di quello che dovrebbe essere il portale per la Loggia Bianca, già imboccato da Andy. E proprio all’interno della Loggia Bianca il Gigante, in compagnia della testa del maggiore Briggs, osserva casa Palmer e invia Mr. C  sulla Terra, a Twin Peaks. Bad Cooper sbuca infatti nell’ufficio dello sceriffo Truman: rifiuta il caffè offertogli [ahi]. Lucy risponde nel frattempo al telefono e dall’altra parte – al cellulare – risponde il vero agente Cooper. Sempre Lucy – istruita con provvidenziale anticipo da Andy, che sa perfettamente cosa fare grazie a ciò che gli ha illustrato il Gigante – spara a Bad Cooper un attimo prima che quest’ultimo possa sparare allo sceriffo. La rivincita dei puri di cuore.

Poco dopo, ci sentiamo catapultati in una sorta di fumetto: i woodsmen tentano di rianimare il cadavere di Bad Cooper, dal cui stomaco fuoriesce per la seconda volta la sfera contenente l’essenza di BOB, che attacca i presenti riunitisi, incluso il vero Cooper, prima di essere disintegrata dai pugni sferrati da Freddie con il suo portentoso guanto verde. Freddie, così, compie il suo destino. Cooper mette l’anello verde al dito della sua nemesi e si fa consegnare la chiave della stanza 315 del Great Northern Hotel dallo sceriffo. “Il passato determina il futuro”.

Ma non è finita. Coop tocca la mano di una agitatissima Naido, che si trasforma nella vera Diane [se Naido è la versione posticcia di Diane, l’uomo sanguinante in cella con cui imbastisce strani duetti fonetici è per caso un’altra versione di Cooper? È per caso Billy, l’uomo malconcio cercato disperatamente da Audrey?], una Diane dai capelli rossi anziché platino [e con le unghie laccate di nero e bianco, a richiamare i colori della Red Room…]. I due si baciano. L’happy ending dei puri di cuore pt. 2 [con tanti rimandi a Velluto blu, che poi è in tinta con i casi Blue Rose. : – ) ALL].

Viviamo in un sogno”. Cooper, Diane e Gordon [il regista e i suoi due attori feticcio], come in trance, come una trinità. Cooper entra nella stanza 315: “Non cercate di seguirmi. Ci vedremo quando calerà il sipario”.  Boom, Cooper incontra MIKE nell’oscurità: “Nell’oscurità di un futuro passato il mago desidera vedere. Un uomo canta una canzone fra due mondi. Fuoco, cammina con me”. Cooper viene condotto dall’effigie di Phillip Jeffries [flash: lungo il percorso, salendo delle scale, si intravede il jumping man]. Coop chiede a Jeffries di rintracciare il giorno 23 febbraio 1989, “qui è dove troverai Judy”. Jeffries gli mostra tramite gli sbuffi di fumo il simbolo dell’infinito [è il simbolo del gufo, che si scompone in quello delle due vette montuose, che si ricompone in un 8, che si scompone in due sfere/mondi, che si trasformano nell’infinito, che…].

Elettricità”, tuona MIKE. Cooper si reca nel passato, (rigorosamente?) in bianco e nero. C’è Laura giovane nel bosco, insieme a James. Laura scorge il vecchio Cooper accucciato tra le frasche. URLA. Flashback, Fuoco cammina con me [Lynch sapeva già tutto e i girati vecchi e nuovi vanno a fondersi armonicamente/Lynch non aveva premeditato niente e ha sviluppato via via ogni soluzione (anti)narrativa: WTF?]. Laura, anziché incontrarsi con Leo, Jacques Renault e Ronette Pulaski, anziché insomma dirigersi vero il luogo che la condurrà alla morte, incontra Cooper: “Ti ho visto in un sogno”. Lui la prende per mano e la guida nel bosco, la salva? [come Orfeo ed Euridice, come Rita/Camilla guida per mano Betty/Diane nella conclusione di Mulholland Drive]. Il 24 febbraio 1989 Pete Martell (interpretato da Jack Nance, l’Henry Spencer di Eraserhead, alla cui memoria è puntualmente dedicato l’episodio in questione) non troverà il cadavere avvolto nella plastica sulla riva del fiume, mentre va a pescare. No, a questo giro non lo troverà.

Torna il colore, nel bosco. Cooper tenta di portare Laura “a casa”. Sarah Palmer [Judy, furiosa perché Cooper ha prevenuto la morte di Laura?], fra urla distorte e demoniache, trafigge la fotografia della figlia con una bottiglia rotta: la cornice e il vetro vanno prevedibilmente in frantumi, la foto contro ogni logica rimane intatta. Sentiamo il rumore, il rumore che Il Gigante aveva fatto ascoltare a Cooper [il rumore di Judy?], e Laura non c’è più. Nella mano di Cooper, il vuoto. Silencio.

Amore, non andartene”. Al Roadhouse è il momento dell’ultima esibizione della stagione [sigh]. Ed eccola, Julee Cruise, alle prese con The World Spins, già eseguita in precedenza nella serie, per la precisione il 10 marzo 1989. A fare da backing band, sullo sfondo, riecco i Chromatics.

***

Bad Cooper brucia, brucia, brucia nella Loggia Nera. Ne deriva una biglia oro. Ci sono dei capelli, quelli di Dale, e c’è dell’elettricità: torna Dougie [o è davvero Cooper che, stanco di tribolare, sceglie di abbracciare una qualche forma di felicità?]. Dougie torna da Janey-E e Sonny Jim, torna a “casa“: lieto fine.

Flashback. Laura nel bosco, Laura scompare. URLA. “Questo è il futuro o è il passato?”. Loggia Nera, Laura parla all’orecchio di Cooper [cosa dice?]. URLA. Scompare, viene risucchiata altrove [l’abbiamo già visto accadere nell’episodio 2?]. Leland Palmer: “Trova Laura”.

Ma Cooper, intanto, si imbatte in Diane a Glastonbury Grove. I due si mettono in viaggio. “Sei sicuro di volerlo fare?”, chiede Diane a Cooper. Chissà cosa succederà, chissà come sarà “dopo”. Cooper e Diane, in automobile, superano il miglio 430 [“Ricorda 430”]. Elettricità. “Let’s go”, esclama Diane [“Let’s rock”].

Elettricità. Notte. Giunti a un motel, Diane scorge il suo “doppio”, che appare e scompare. Diane e Cooper fanno sesso sulle note di My Prayer, dei Platters [la stessa canzone che aveva accompagnato la comparsa originaria dei woodsmen, la diffusione del Male: perché?]. La scena trasmette malessere. Quasi sofferente, lei non riconosce il volto di lui, lo copre [vede il volto del Bad Cooper che aveva presumibilmente stuprato il suo doppelgänger?].

Mattina. Dale si sveglia, Diane non c’è. Ma ha lasciato un biglietto d’addio, per spiegare che tra loro è finita: “Caro Richard…”. Firmato: “Linda”. [“Ricorda Richard e Linda”, le identità nel mondo reale, o in un mondo parallelo, di Dale e Diane? Ma Richard e Linda sono anche due personaggi in cui ci siamo già imbattuti, Richard Horne e la moglie invalida di guerra del passeggero di Carl, Mickey: è solo un caso?]. Richard/Dale esce: il motel è diverso, la sua automobile è diversa [oltrepassato il miglio 430, hanno sfondato la “quarta parete”? Adesso ci troviamo nella realtà? Nella “nostra” realtà?].

Odessa [Odissea?], Texas. Caffetteria Judy: Richard/Dale, che nei comportamenti sembrerebbe un mix fra Dale Cooper e Bad Cooper [ne è forse la versione più verosimile? Tesi, antitesi e sintesi?] difende una cameriera – l’attrice che la impersona è la figlia di Clint Eastwood, Francesca, e la sequenza è un omaggio al cinema western del padre – da tre cowboy farabutti [tre, come gli investigatori impacciati dell’FBI, come le ancelle in rosa dei fratelli Mitchum, tre…].

Richard/Dale va dunque a trovare la collega della cameriera, nella sua abitazione. È Laura Palmer. Ma si chiama Carrie Page, e parrebbe condurre una vita terribilmente ordinaria, se non sciatta. Lì nei pressi c’è un palo dell’elettricità, contrassegnato dal numero 6 [è lo stesso che il Gigante aveva mostrato ad Andy]. Carrie non sa chi sia Laura Palmer, Carrie reagisce in maniera anomala soltanto quando sente pronunciare il nome di Sarah Palmer [il corpo che ospita Judy? È Sarah la ragazzina che accoglie nella propria bocca il mostruoso insetto/anfibio dell’episodio 8?]. Cooper vuole portarla “a casa”, a Twin Peaks, nello Stato di Washington. Lei in casa ha: a) un cadavere con un proiettile in fronte, b) un cavallo bianco come soprammobile [ehm…]. E accetta, approfittandone per fuggire da chissà quale situazione in cui si è andata a ficcare.

Carrie/Laura, che ricorda nel look, nell’acconciatura Janey-E [oppure Betty/Diane?]. Carrie/Laura e Richard/Dale, provvisto di distintivo dell’FBI [o almeno ci fa credere che sia autentico?] viaggiano. A lungo. Di notte. I fari di una vettura parrebbero piantonarli, fino a che la vettura dietro di loro non li sorpassa [la “quarta parete” è sfondata, nella vettura dietro ai protagonisti ci siamo noi, spettatori, che cerchiamo di seguirne le vicende e andare oltre? La medesima Audrey, che ci aspettiamo invano di rivedere, potrebbe essere stata sbalzata nella realtà? Cosa c’è di più folle e pauroso della realtà, per inciso? Il Billy che cerca potrebbe essere l’attore che interpretava il suo amante nel telefilm, Billy Zane?].

Carrie/Laura racconta che a Odessa ha cercato di tenere la casa pulita, tutto in ordine, perché da giovane, beh, da giovane era “troppo giovane per avere giudizio”. Sbam, siamo a Twin Peaks. Carrie/Laura, però, non riconosce nulla attorno a sé. C’è una casa illuminata, è la casa dei Palmer. Carrie/Laura e Richard/Dale si tengono per mano [come Laura e Dale nel bosco], bussano al portone. Che viene aperto da una donna, che non conosce minimamente Sarah Palmer [una donna che non è un’attrice, no, è la proprietaria dell’abitazione, nella realtà, Mary Reber: diavolo di un Lynch, ma d’altronde non avevamo sfondato la “quarta parete”?]. Una donna che si chiama Alice Tremond [Alice… attraverso lo specchio?], che si confronta con qualcuno [qualcosa?] dentro l’abitazione e sostiene di aver comprato casa dalla signora Chalfont [la signora Tremond/Chalfont, spalleggiata dall’inquietante nipotino mascherato, era uno degli ambigui spiriti della Loggia Nera raggruppatisi in una stanza superiore del convenience store, brevemente comparsa nella seconda stagione e, attenzione, in Fuoco cammina con me. È lei che regala a Laura il quadro con la porta che poi la ragazza sogna di attraversare, passando di stanza in stanza sino al dissolvimento nella Loggia Nera. La trasfigurazione onirica cominciava lì?]. Sipario.

Esterno notte. Cooper si domanda: “In che anno siamo?”. Una voce pronuncia il nome di Laura da casa Palmer [o è qualcuno che all’interno guarda Twin Peaks alla TV? No, dai, sarebbe “troppo”]. Carrie/Laura URLA, di terrore o rabbioso trionfo? [è lo stesso urlo che abbiamo visto a inizio stagione, nella Loggia Nera? È lo stesso urlo che abbiamo visto di recente nel bosco? Gli eventi si sovrappongono in più dimensioni? C’è causa-effetto o c’è concomitanza?]. Casa Palmer diventa improvvisamente buia [Judy è sconfitta e Cooper ha portato a compimento la sua missione? O è l’esatto contrario, e Cooper è viceversa condannato a un eterno circolo vizioso?]. Titoli di coda, non più pervasi dall’elettricità. Laura parla nell’orecchio a Cooper, in loop.

***

We live inside a dream but who is the dreamer?”. “Laura is the one”, ci è stato risposto tra le righe nella parte 10, e Cooper lascia misteriosamente detto a Gordon che “10 è il numero del compimento” [è lei la ragazza, è lei che abbiamo intravisto nel Club Silencio, in Mulholland Drive. È lei che sogna tutto per elaborare le violenze subite in famiglia, il suo personale istinto verso l’autodistruzione?].

Se la risposta, nell’immaginazione di chi scrive, risiede proprio nel Club Silencio e nel gioco perverso che Lynch ha proseguito a giocare nei suoi lungometraggi (Strade perdute, sopratutto il già citatissimo Mulholland Drive che leggenda narra nacque come spin off di Twin Peaks dedicato inizialmente ad Audrey…), a conferma del fatto che gli argomenti-cardine del telefilm hanno persistito a ronzargli in testa in tutti questi anni, il tema del “doppio” è qui portato alle sue estreme conseguenze: basti pensare che nella terza stagione Kyle MacLachlan ha vestito i panni di almeno quattro/cinque varianti di Cooper.

Ciascun spettatore può, anzi deve, proiettare il suo subconscio nell’interpretazione delle vicende, che rimane volutamente aperta. Nell’interpretazione di come agiscono le forze del Bene e del Male. Un’interpretazione alla quale calzano, però, svariate teorie. Perché le tessere sono pensate per combaciare a numerosi mosaici, perché i dettagli disseminati si rincorrono scientemente l’un l’altro (in barba a chi liquida il tutto come un caos senza capo né coda, sciò). Il finale continua a vorticare nelle nostre teste, lo farà almeno per i prossimi… 25 anni: non è possibile, né corretto, puntare a chiavi di letture univoche. L’unica analisi legittima: queste diciotto ore sono state una grande lezione di Cinema, una magistrale opera audiovisiva che ha riscritto le regole odierne proprio come le prime stagioni stravolsero quelle dell’epoca. Ci sarà una quarta serie, ci sarà un secondo film, un altro Fuoco cammina con me? Improbabile. Laura Palmer urla al solo sentircelo chiedere, e ne ha ben donde. Noi urliamo la nostra unica certezza: capolavoro.