Westworld, commento all’episodio 2×03 (“Virtù e Fortuna”)

[ATTENZIONE: questo articolo contiene spoiler]

Molti sono stati (e sono) gli esseri umani che si sono spinti oltre i confini delle loro esperienze quotidiane, attratti dal desiderio di conoscere, e spesso sono anche riusciti a raggiungere quello che, parlando per concetti, si potrebbe affiancare all’idea di un oltre. Così, la curiosità è stata definita una caratteristica cardine dell’essere umano, noi che siamo sempre stati soffocati dal pensiero di non avere nient’altro che quello che ci circonda; basti pensare alle grandi questioni teologiche o semplicemente alle più terrene imprese esplorative, da quelle più antiche fino a quelle più recenti, dal superamento delle mitologiche Colonne d’Ercole al raggiungimento della superficie lunare. Ora, la domanda è: cosa succede se la curiosità compare laddove l’apparente freddezza di un programma informatico non dovrebbe lasciare spazio ad alcuna forma di libero arbitrio? Per tutto il corso di questa terza puntata spesso si aspira ad un altro mondo, un’altra realtà, un altro modo di vivere: che sia un passato che (forse) non può più tornare, come l’inedito punto di giuntura tra i ricordi veri di Sizemore e quelli impiantati di Maeve, o un futuro migliore da raggiungere con qualsiasi mezzo, esattamente come quello che tormenta la glaciale Dolores, oppure ancora un perfido limite cognitivo da superare, cosa che Bernard non può fare perché progettato in modo tale da avere degli spasmi in grado di impedirglielo.

Come se questo bisogno innato di andare oltre il presente tangibile sia anche proprio di chi sta seguendo Westworld dagli esordi, gli sceneggiatori hanno ben pensato di ampliare una volta per tutte il punto di vista, non più focalizzato unicamente sulla sabbiosa e arida area western; infatti, pur ripetendo uno schema consolidato, il prologo della puntata ci porta altrove (anche se non così lontano, come si scoprirà alla fine della puntata), nella vecchia India ancora assoggettata dal grande impero britannico che fu (in teoria, il parco ha il nome di The Raj). Al posto del saloon di Sweetwater, con il suo decadente pianoforte automatico e le prostitute in attesa di nuovi clienti, troviamo un’area ristoro in mezzo ad una rigogliosa giungla, con servizievoli camerieri indiani e suonatori di sitar che intrattengono i guests (nei giorni scorsi è stata anche pubblicata ufficialmente la cover strumentale di Seven Nation Army dei The White Stripes). Pur quanto quel parco sembri ancora vivere nell’illusorio idillio pensato dai suoi creatori, il seme “meccanico” della ribellione ha già intaccato la sua realtà («These violent delights have violent ends») e questo costringe due guests a scappare persino da una terrificante tigre, il primo animale della serie che riesce a minacciare un essere umano. E che dire poi della tenebrosa zona innevata che compare a fine episodio, luogo in cui giunge il gruppo di Maeve (sempre più composito di vecchie conoscenze) e in cui trovano ad accoglierli un’inquietante testa mozzata e abbandonata in mezzo ad un cumulo di neve; il suo copricapo di fattura nipponica è sufficiente a farci capire che nelle prossime puntate vedremo finalmente quello che era già stato largamente anticipato, ovvero l’altro parco della Delos chiamato Shogunworld. Non ci resta che vedere fin dove gli ideatori della serie si spingeranno.

A parte questo interessante filo conduttore, la puntata continua a raccontare i piccoli passi che stanno compiendo le linee narrative più importanti e definite precedentemente, mescolando passato/presente/futuro in un’attenta composizione volta all’eleganza formale e alla chiarezza del lento sfilacciarsi dell’intreccio. Trovato finalmente il “difettoso” Peter Abernathy, prezioso perché contenitore di un importante file criptato, Bernard e Charlotte incappano in uno squadrone di confederati che li costringono a separarsi. Purtroppo, Bernard e Peter vengono catturati e portati al cospetto di Dolores, intenta a proseguire la sua agguerrita ricerca di soldati da usare contro i militari della Delos in arrivo. Quando la nostra protagonista ritrova il padre, si assiste ad un momento molto toccante che ci ricorda finalmente l’aspetto più dolce e affettuoso di Dolores, ormai nascosto sotto l’ira e la vendetta. Una volta posizionate le pedine sulla scacchiera, le mosse da fare sono praticamente due: avanzare verso il nemico fino a che non si renda necessario un primo scontro oppure aspettarlo armati fino ai denti in uno strategico fortino; Dolores non è totalmente ignara delle logiche di guerra e, continuando ad usare lo pseudonimo di “Wyatt”, sceglie di barricarsi a Fort Forlon Hope per prepararsi all’imminente primo grande scontro con gli umani. Interpretabile come un punto di non ritorno nel mondo di Westworld, la sequenza della battaglia è un concentrato di proiettili, corpi/androidi morti ed esplosioni e il campo dinanzi al fortino si fa metafora dello scontro diretto e violento tra i due generi cinematografici agli antipodi, fantascienza e western, ai quali Westworld si è sempre ispirato e che sono (quasi) proseguiti in parallelo per tutta la stagione precedente; sebbene molto classico nell’impianto registico, l’assedio dei militari contro i confederati è comunque un perfetto esempio da seguire per tante altre serie televisive tragicamente bloccate nel «vorrei ma non posso».

14 Maggio 2018
14 Maggio 2018
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