David Bowie
David Bowie, still dal video “Blackstar” (2015)

David Bowie. Il simbolismo cosmico di “Blackstar”

In un mondo sospeso tra realtà e immaginazione, una donna con una coda, interpretata da Elisa Lasowski, scopre un astronauta morto e porta il suo teschio adornato di gioielli in una città antica e ultraterrena. Le ossa dell’astronauta fluttuano verso un’eclissi solare, mentre un cerchio di donne esegue un rituale al centro della città, trasformando ogni gesto in un’eco di mistero e simbolismo. Blackstar, brano e video, rappresentano il primo capitolo dell’ultima tappa di David Bowie, un viaggio artistico che è anche umano tout court, una trasfigurazione fantastico-esoterica del proprio ciclo creativo che qui cattura la fase di mezzo: un limbo tra vita e morte. È il 19 novembre 2015 e il cortometraggio, diretto da Johan Renck, regista noto per le serie The Last Panthers e Chernobyl, si presenta al mondo con i suoi dieci minuti di durata.

Chi è l’astronauta se non una possibile incarnazione del vecchio Major Tom, personaggio che Bowie aveva introdotto in Space Oddity e ripreso in Ashes to Ashes? Nessuna conferma dai diretti interessati, ma sarà poi chiaro che è così. La morte, la rinascita e il viaggio verso l’ignoto, che si intrecciano con i testi criptici del brano e con la narrazione più ampia dell’album omonimo, uscito nel gennaio successivo, appena due giorni prima dell’annuncio della scomparsa di Bowie, sono il preludio a ciò che è a quel punto già scritto, ma non dichiarato. Un’uscita di scena, ma con il botto. E Blackstar, anche se in classifica il botto non lo farà e non era destinato a farlo, è innanzitutto un regalo per sé stesso e per i fan, che da sempre ne hanno apprezzato metamorfosi e commistioni di generi e stili.

Il brano mescola di tutto: rock, jazz, prog ed elettronica, con un tocco arty barocco. Le definizioni si sprecano; qualcuno azzarda un affascinante “avant jazz sci-fi torch song”. C’è la battuta spezzata simil drum and bass, una melodia tonale di due note con richiami al canto gregoriano e cambi di tempo continui. Nella sezione centrale emerge una nota blues, che poi lascia spazio a echi di acid house e R&B. Il pezzo, in origine più lungo, viene ridotto a 9:57 da Bowie e dal produttore Tony Visconti per rispettare le limitazioni di iTunes, ma anche così diventa la seconda traccia più lunga della sua carriera, dietro solo a Station to Station.

Ma torniamo al video, sublime: Bowie interpreta tre personaggi distinti: l’introverso e tormentato “Button Eyes”, un truffatore eccentrico e infine il prete, l’immagine più iconica, che brandisce un libro con il simbolo “★”. La donna con la coda, suggerita da lui stesso, è una trovata intuitivo-istintiva che lo accomuna all’amico David Lynch: “…mi sembrava avesse qualcosa di sensuale”, dichiarò all’epoca. Più lynchiano di così… evidente invece il riferimento dei tre ballerini nell’attico, che trae ispirazione dai cartoni animati di Max Fleischer, come Popeye, ma richiama anche movimenti già visti nel video di Fashion, un dettaglio che testimonia come le easter egg del video abbiano un significato relazionale profondo con i fan.

Girato a settembre 2015 in uno studio di Greenpoint, a Brooklyn, il clip vede Bowie e Renck in contatto continuo, con il primo che invia schizzi e suggerimenti, pur lasciando al regista ampio spazio creativo. Completano l’opera le scenografie di Jan Houllevigue e i dipinti di Roman Turovsky.

Blackstar, il video, vincerà il premio per la Miglior Direzione Artistica agli MTV Video Music Awards 2016, mentre il singolo ottiene un successo di nicchia in classifica: posizione 61 nel Regno Unito, 70 in Francia e 78 nella Billboard Hot 100, diventando comunque la canzone più lunga ad entrare nella classifica statunitense fino al 2019. I premi arriveranno poco dopo, con due Grammy Awards per Miglior Canzone Rock e Miglior Performance Rock, consacrando l’opera sia artisticamente sia commercialmente.

Blackstar è un monumento densissimo di significati, simboli e forme sonore: il ritratto di un artista capace di manipolare la percezione della propria arte fino all’ultimo giorno.

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