Måneskin, still dal clip “zitti e buoni” (2021)

Måneskin. Gli anni ’70 più ascoltati nei ’90 di “Zitti e buoni”

Zitti e buoni è il brano rock presentato dai Måneskin sul palco dell’Ariston per la 71esima edizione del Festival di Sanremo. E quando diciamo rock parliamo della sua riproposizione più stereotipata degli anni ’90, quella che per intenderci abbiamo ascoltato in Circus di Lenny Kravitz. Quel rock fatto di riff “duri” e batteria pestata che piace ai Greta Van Fleet che dei Led Zeppelin (prima di andare in fotta Rush) hanno riproposto l’immagine da cartolina senza avere veramente un singolo uno che rimanesse in testa, boy band o no, non ci formalizziamo.

Senza pezzi che si distinguano dal mare magnum del genere che abbiamo ascoltato distrattamente o meno nelle nostre vite, a rimanere forte è chiara è l’apparente attitudine, componente essenziale dei Greta quanto dei Måneskin, e se di quella ci accontentiamo, appagati da un’immagine coordinata ben confezionata (il trucco à la Perry Farrell, Brian Molko e/o Dave Navarro del cantante dei ragazzi italiani), Zitti e buoni fa il suo lavoro come lo faceva pure F.D.T. (il brano del 2015 degli Anthony Laszlo dal quale più d’uno dice che è stato copiato) o un qualsiasi brano dei Death From Above. Non c’è praticamente un riff che questi ragazzi possano fare che non sia già stato fatto in tremila salse differenti. Ogni tanto, per culo o per calcolo (o entrambe le cose), salta fuori una simil-Killing In The Name e che ci sia impegno politico o meno, sensibilità per l’alterità, santi in paradiso o in terra, quando una band fa un pezzo così – che suona familiare perché si appoggia a strutture più che mai risapute – può cantarci sopra «sono fuori di testa, ma diverso da loro» e per qualcuno va benissimo così.

Quando non abbiamo nelle orecchie e negli occhi altro di più potente, abbiamo come in questo caso la botta più canonica del rock che da queste parti pesca da quei 90s innamorati dei riff hard del ventennio precedente. Corsi e ricorsi storici di attitudine e frontalità connaturati a qualsiasi rock band di ieri come di oggi, insieme al look che ne è parte integrante, da sempre. Zitti e buoni è dunque niente più di un’iniezione di chitarre, basso e batteria in un contesto sanremese che quegli arrangiamenti li ha accolti soprattutto sul versante degli ospiti internazionali. La famosa chitarra sfasciata sul palco dai Placebo volteggia ancora in aria, nei replay di YouTube come nella coscienza collettiva di tanti, ma quel gesto come le pose di questi ragazzi si ferma lì. Così come il rock, pur con tutto il suo ricorrere, oggi, nei vestiti e nelle pose di queste formazioni, risulta scollegato da tutto ciò che lo aveva reso ciò che era e dovrebbe essere – e che, ultimamente, a dire il vero, ci viene tramandato in modo più fedele da libri e documentari che non da dischi e singoli nuovi.

C’è sempre stato dell’altro a giustificare l’essenza di un genere che il mondo dello spettacolo lo ha cambiato per sempre: ma quando quest’ultimo se l’è ripreso e lo ha normalizzato facendone un qualcosa di vendibile e di permutabile a ogni cambio di stagione, beh questo rock sloganistico, con le casse sparate e una narrazione formato spot/clip pubblicitario non tiene in piedi quel rock là, ne riproduce la versione attualmente potabile e addomesticata che ancora qualcuno, alzando di due tacche il volume, scambia per l’originale.

SentireAscoltare