Musica facile che suona difficile / Musica difficile che suona facile

Si fosse limitato all’esperienza newyorkese nel trio Dna, Arto Lindsay (Classe 1953) meriterebbe comunque una menzione d’onore nell’albo ipotetico dell’avant-garde pop rock di sempre. Figuriamoci a conoscere il resto. Nei 38 anni di attività che distanziano le sue prime incursioni sonore dai giorni nostri egli si è distinto come protagonista e collaboratore per una sfilza di progetti tra i più originali mai licenziati in ambito popolare negli States. Stupisce semmai l’umiltà del personaggio, quel suo ridimensionare esperienze e registrazioni che hanno contribuito a riplasmare i contenuti del tropicalismo, a riscattare il noise più intellettuale con innesti dance, a confezionare un pop usa-e-getta farcito però dalle cacofonie della sua inseparabile chitarra elettrica Danelectro a dodici corde.

Nato a Richmond (Virginia) ma cresciuto in Brasile da una coppia di missionari presbiteriani il Nostro fa ritorno negli Stati Uniti adolescente, con in testa la fissa dell’arte colta e negli occhi i colori eccessivi del Carnevale di Rio. Improbabile look da nerd prossimo alla tossicodipendenza, Arto si cala anima e corpo nel sottobosco off della Grande Mela, condividendo con una nutrita compagnia di altri teenager stravaganti la volontà di andare oltre i tre accordi del punk preservandone però la carica sovversiva. Consapevoli o meno, quei ragazzi stavano ponendo le basi per l’irruento fenomeno musicale poi definito no-wave.

L’esordio da studio ufficiale, 1978, oggi è consegnato alla leggenda. Qualsiasi amante di outsider music conosce a menadito l’antologia prodotta da Brian Eno, No New York (Antilles), in cui fanno capolino quattro dei gruppi imprescindibili per tracciare le coordinate del movimento no-wave. Oltre ai Dna dunque, il noise punk espressionista dei Mars, il minimalismo nichilista dei Teenage Jesus & The Jerks e i Contortions, chiassosa replica free-punk al r’n’funk di James Brown. Le quattro tracce composte da Lindsay e dal tastierista Robin Crutchfield alternano senza soluzione di continuità caos (Lionel) ad astrazioni in cui la chitarra danza su uno slide scoordinato, sorretta dalla ritmica ossessiva della tastiera (Not Moving). Il drumming dilettantistico della giapponese Ikue Mori è posseduto in realtà dallo “spirito” di Maureen Tucker, batterista dei Velvet Underground, finendo per risultare collante posticcio eppure fondamentale per tenere assieme una non-struttura simil-rock selvaggia e cerebrale allo stesso tempo (Size). La voce di Arto raschia di gola un’esasperazione non priva di una certa ironia, evidente soprattutto nel contesto live. Dna (‘93, riedizione della Avast ampliata nella scaletta di un live del 1981 al Cbgb originariamente pubblicato come A Taste Of Dna) propone tracce dalla scarsa qualità audio ma di grande valore documentaristico, grazie anche al cambio di lineup che sostituì Crutchfield col basso dell’ex Pere Ubu, Tim Wright, il quale militerà nel trio fino allo scioglimento dell’82. Il tastierista, registrato un promettente album dark wave a nome Dark Day (Exterminating Angel, ’80, Lust/Unlust Music), si caratterizzerà per una serie di autoproduzioni prevalentemente strumentali sfortunatamente ignorate da pubblico e critica specializzata. In concerto la rinnovata formazione testimonia un’ulteriore astrazione informale grazie a miniature in cui il cantato biascica incomprensibile o si limita a simil-senryū metropolitani. Su Horse (“Eroina”) il testo sputacchia appena un «Fuori di qui, andate a farvi fottere!». Gli amanti del non-genere troveranno soddisfazione aggiuntiva su Dna On Dna (2004, No More records) che raccoglie il singolo d’esordio prodotto dal chitarrista Robert Quine e altre crudeli rarità.

Oltre al microcosmo Dna già a partire dal 1978 l’attività musicale del Nostro è oberata da un numero attualmente incalcolabile di collaborazioni dallo scarso appeal commerciale ma sovente divenute leggendarie col trascorrere degli anni. Tralasciato per ragioni di sintesi il vastissimo lavoro conto terzi in veste di produttore (due doverose eccezioni datate 1994, O Sorriso Do Gato De Alice per la somma Gal Costa e Verde, Anil, Amarelo, Cor-de-rosa E Carvão per Marisa Monte), Lindsay ha prestato un contributo significativo negli album:

The Lounge Lizards (dei The Lounge Lizards, 81): no-jazz finemente cesellato dalle menti lucidissime dei fratelli John (sax) ed Evan (pianoforte) Lurie;

The Golden Palominos (dei The Golden Palominos, 83): il batterista Anton Fier, dopo aver prestato servizio per nomi quali Pere Ubu, Feelies e i già citati The Lounge Lizards, si mette in proprio raggruppando un mega-gruppo che includerà per l’esordio la crème della sperimentazione newyorkese di allora e dunque, tra gli altri, Fred Frith, Bill Laswell, John Zorn. Il risultato è una no-fusion estrema e tagliente, successivamente stemperata in prove da studio sempre più rivolte al conio di melodie elementari ma non incisive;

Pretty Ugly (in coppia col tastierista svizzero Peter Scherer, ‘90): mini album poco noto ma musicalmente illuminato, contenente la suite sperimentale per un balletto della Pretty Ugly Dance Company della coreografa Amanda Miller.

Un capitolo a parte merita il progetto Ambitious Lovers nel quale Lindsay e Scherer azzarderanno varie uscite ciascuna dedicata a un vizio capitale. Ci si arresta dopo tre tentativi discontinui (Envy, Greed e Lust), che attraversano gli eighties rilasciando un pop rock oggi datato nelle timbriche ma pure di difficile catalogazione. Ai fastidiosi coretti femminili, a un certo funk bianco vengono infatti abbinati i testi surreali del Nostro come pure il rumore controllato della fedele Danelectro. La ricetta non manca di umori samba (Pagode Americano), patetismo bossa nova (Dora) e stravaganze synthpop: l’entusiasmo è frenato semplicemente dalla mancanza di canzoni memorabili.

Con gli Anni Novanta ci si decide finalmente per la svolta solista. Aggregates 1-26 (’95, Knitting Factory) a nome Arto Lindsay Trio aggiorna l’esperienza Dna avvalendosi di musicisti professionisti (il batterista Dougie Browne e il bassista Melvin Gibbs, da allora presenza fissa negli album a seguire); le 26 miniature in questione elaborano canzoni art rock che, sorrette dalla solida sezione ritmica, consentono al chitarrismo post-Derek Bailey del buon Arto di ritagliarsi una logica possibile nonostante la totale mancanza di alcun appiglio tecnico.

O Corpo Sutil (’96. Rykodisc) calza il formato pop risultando l’album più completo ed emozionante dell’intera discografia. Tutto risplende di una luce tenue ma commovente: 4 Skies conia un crooning malato in cui finalmente si evincono profonde doti vocali oltre agli strilli; Child Prodigy, No Meu Sotaque ed Esta Seu Olhar sorvolano una saudade che sfida i Classici impreziosita dai dettagli pianistici dell’amico Ryūichi Sakamoto. Nel successivo Mundo Civilizado (’96, Rykodisc) torna la partnership con Scherer, aggiornata nelle sonorità dal giovane ma talentuoso Dj Spooky. E allora ecco gli azzardi breakbeat, le incursioni in un trip-hop imbastardato con le poliritmie della samba, l’elettronica salvabile degli Anni Novanta: ogni cosa fluisce con creatività trasbordante, persino il remake della b-side di Prince Erotic City, in cui Lindsay rende miracolosamente cool versi piuttosto diretti come «Possiamo scopare fino all’alba/Fare l’amore finché non avrai perso la verginità». Il filo conduttore è il sussurro di una voce matura eppure infantile, dolente fino alla commozione su Mar Da Gávea e nell’apparente non-sense di Clown. Volonterosa di esasperare il mood dance di certe campiture lindsayiane, Rykodisc azzarda lo stesso anno la compilation Hyper Civilizado, in cui 4 tracce dall’album precedente vengono remixate con buoni risultati da dj non imprescindibili.

Noon Chill (’97, Rykodisc) è episodio di transizione, con la Danelectro nel ripostiglio e un appianamento del songwriting che non restituisce l’immediatezza sperata. Il ritorno in forma smagliante ha nome Prize (’99, Rykodisc), raccolta di hit per universi paralleli (la title track, Ondina, O Nome Dela), appena calante nella seconda “facciata”. L’ispirazione non molla, perciò Invoke (2002, Righteous Babe) apre il nuovo millennio con Ultra Privileged, tra le canzoni oggettivamente più belle scritte dal compositore newyorkese, oltre a una tracklist che si ostina su soluzioni oblique (l’allucinata In The City That Reads in combutta con gli Animal Collective) per la gioia dei fan più esigenti. Non stupisce che, dopo questa ennesima prova di indipendenza artistica, sia emersa la voglia di un lavoro più accessibile. Salt (’04, Righteous Babe) scorre dunque veloce e piacevole, nell’assenza di lodi o demeriti.

Incursioni lindsayane sono segnalate anche in prodotti di ardua reperibilità (il 12″ Grutzi Elvis, colonna sonora per uno sconosciuto film underground musicata da James Chance, ‘78), nel gioco semiserio dello Zorn “burattinaio free form” su Cobra (’87), ma anche in canzoni pure e semplici che evidenziano come Arto si sia trovato spesso nel posto giusto al momento giusto. Sceglieremo, comunque non esaustivi, il romanticismo di Sakamoto in A Rose, la cerebral-emozionalità di Laurie Anderson in Bright Red e l’eclettico tropicalismo di Caetano Veloso nell’improvvisazione Ela Ela.

Stuzzicante è anche l’attività filmata del Nostro. Non solo il documentario musicale Kill Your Idol (’04, regia di Scott Crary), in accoppiata ad altre glorie no-wave e nuove generazioni da esse influenzate, ma anche il film Downtown 81 (1981, di Edo Bertoglio, con protagonista l’artista Jean Michael Basquiat e incursioni di Dna, James Chance e Tuxedomoon), il ben noto Cercasi Susan Disperatamente (’85, Susan Seidelman, confezionato attorno alla superstar Madonna) e soprattutto il misconosciuto Laura (’87, Peter Ily Huemer) in cui Lindsay interpreta un tassista armato di martello.

Gli ultimi tempi sono forieri di bilanci e meditazioni: pubblicato nel 2014 il best of Encyclopedia Of Arto (Northern Spy Rec) integrato da un secondo CD per sola voce e chitarra, Lindsay torna in studio, l’anno successivo, per un lavoro che vedrà la luce entro la fine del 2016.

L’intervista

Arto, alcuni tuoi progetti, vedi Ambitious Lovers, sono dichiaratamente pop: non trovi paradossale essere un artista e sperare al contempo di allargarti verso un pubblico più vasto?

Non cerco di allargarmi verso nessuno, né cerco di spaventare nessuno! Quel che faccio è tentare di coinvolgere il pubblico rispetto alla direzione che imbocco di volta in volta. La musica è un territorio sconfinato: viviamo in un grande mondo e grazie a dio la gente trae piacere dai più disparati generi musicali perciò…

Cosa ti ha avvicinato alla musica?

Beh, finito il college mi trasferiì a New York. Allora non avevo ancora deciso cosa avrei fatto della mia vita ma la musica si rivelò la scelta più naturale perché in qualche modo mi permetteva di combinare molti miei interessi come la letteratura, l’arte, il ballo, e così formare una band sembrò la scelta ideale.

Come nasce la tecnica sgremble?

Qualcuno mi propose un ingaggio prima che avessi imparato a usare la chitarra. Perciò me ne uscii con questo approccio che andai poi perfezionando negli anni, quello cioè di suonare la chitarra senza essere in grado di farlo dal punto di vista di un qualsiasi criterio armonico.

Le droghe ebbero un ruolo significativo nell’elaborazione del sound dei Dna?

È un’informazione riservata! Sai, ci interessava sperimentare quanti più metodi per espandere la nostra coscienza. Ma le droghe sono solo una possibilità tra le tante. Volevamo calarci in una serie di esperienze “rituali”, collettive. Perfino la lettura è un metodo efficace per ampliare le proprie facoltà percettive.

C’erano altre band che avrebbero potuto figurare nella raccolta No New York?

No.

Perchè le no-wave band durarono mediamente poche stagioni?

Non è sempre vero. Gli esempi di Lydia (Lunch) e James (Chance) ti smentiscono. Loro continuano a fare quello che hanno sempre fatto, mi pare. Comunque se ci fosse una ragione sarebbe perché “siamo volati troppo vicino al sole”, ok?

Ancora in contatto con qualche protagonista della scena di allora?

Sì, vedo appunto Mark Cunningham dei Mars. Ikue (Mori). Non molti altri. E James (Chance). Magari non ci frequentiamo assiduamente ma, insomma, continuiamo a considerarci amici.

Un ricordo di Sumner Crane, leader dei Mars, morto prematuramente nel 2003?

In un certo senso i Dna sono nati da un confronto dialogico tra me, Sumner e Mark appunto. Sumner mi disse al tempo cose che ancor oggi restano importanti per me. Ricordo che era un fanatico della musica di Thelonious Monk e di compositori Seri come Morton Feldman e John Cage. Ci piaceva tantissimo perderci in lunghe conversazioni, era stimolante per entrambi. Ci trattava tutti come se fossimo già parte di una scena “epica”, se capisci cosa intendo, e quello fu, in definitiva, un fatto molto importante.

Il tuo punto di vista su alcuni nomi meno noti del movimento. Partiamo da Foetus…

È tanto che non ascolto la sua musica ma è roba forte. Abbiamo realizzato un paio di progetti insieme anni fa. Al tempo lo consideravo un grande e suppongo lo sia ancora.

Von Lmo…

Von Lmo era un mito. Quando abbiamo messo in piedi Dna, Mars, Contortions, Teenage Jesus ecc. Von lmo e la sua band del tempo, i Red Transistors, dove militava anche il chitarrista Rudolph Grey, erano un’influenza significativa per tutti. Noi eravamo dei ragazzini appassionati di arte concettuale che cercavano di arricchire il vocabolario del rock’n’roll e Von Lmo…. beh, sai, ci piaceva credere che vivesse in una grande casa bianca affacciata sull’oceano, a Coney Island, dove si diceva tenesse la sua fidanzata minorenne incatenata al letto. Comunque non sono particolarmente attratto da quelli che danno l’idea di non sapere dove vanno a parare. Perciò sì, lo consideravo una sorta di leggenda ma al contempo era uno che difficilmente avrei preso sul serio. Tra l’altro non credo di essere mai stato a Coney Island.

ESG…

Fantastiche, così dirette e funky! Il loro metodo era certamente diverso dal nostro: erano molto concentrate nell’ottenere il massimo dalle loro poche ma efficaci abilità tecniche. Abilità che noi proprio non possedevamo…

Lizzy Mercier Descloux…

Lizzy è stata una fedele amica per tanti anni. Era molto vicina anche ai Mars. Ricordo che stava in un edificio sulla 30sima strada e ho vissuto a casa sua per un paio di estati mentre lei era in Francia. Abbiamo collaborato insieme a Los Angeles una volta.

L’album che ti ha fatto più penare?

Quando ho missato “a distanza” Salt. Al tempo infatti ero in Brasile per un progetto con l’artista newyorkese Matthew Barney. Pat Dillett stava missando Salt a New York e mi mandava di volta in volta le tracce via internet. Credo di aver preso delle decisioni sciocche per il semplice fatto di non essere stato fisicamente in studio con lui. Ma, a dire il vero, nessuno dei miei album è stato facile. Per me non è mai una scampagnata!

Sono passati undici anni da Salt

E sto registrando un nuovo disco proprio adesso! Quello che senti di sottofondo è proprio quello che uscirà tra qualche mese.

Con Noon Chill abbracciasti un percorso compositivo più semplice…

In quell’album tentai di migliorare nel songwriting imboccando una direzione diversa e scrivendo canzoni più lineari. Volevo collaborare con musicisti e dj attivi nella scena del tempo, combinando tra loro diverse forme musicali. Diciamo che mentre lo stavo registrando avevo la sensazione che fosse fico ma una volta terminato ebbi alcune riserve.

Le tue collaborazioni preferite?

Credo che dovrei pensare alle più recenti come alle più “interessanti”. Anche se c’è da dire che fin da giovane ho potuto collaborare con artisti che ammiravo, gente davvero importante per una ragione o l’altra. Tutte esperienze che poi mi sono servite. Ora come ora trovo stimolante la collaborazione sotto il nome Noise Quartet insieme a Ofir Ganon, Greg Saunier e Greg Fox. Ma non ci esibiamo con continuità: a volte vengono fuori dei grandi show, altre volte qualcosa non funziona. Staremo a vedere.

Stendhal: «la bellezza è una promessa di felicità». Che ne pensi?

Wow. Sarà meglio che ce la teniamo per ultima. Non ho una risposta al momento. Riproviamoci dopo!

In fatto di letteratura chi prediligi?

Ci sono talmente tanti nomi che non saprei da chi partire. Quand’ero un ragazzo, come buona parte della mia generazione, i miei preferiti erano William S. Burroughs, Antonin Artaud, Robert Musil e la poesia di John Ashbery. Sono alcuni degli autori che amavo maggiormente nel mio periodo di formazione.

I cantanti che ami? Suppongo che Joao Gilberto e Chet Baker siano nella lista…

E Aretha Franklin, Caetano Veloso, Marvin Gaye, Stevie Wonder, Gal Costa, Al Green, Jimmy Scott, Billie Holiday, Ella Fitzgerald, Blossom Dearie, sono tantissimi i nomi. Diciamo che amo il cantato in ogni sua declinazione.

Cosa ti piace della bossa nova sotto il profilo musicale?

È una musica difficile che sembra facile. Sembra classicheggiante ma è molto ritmata. Non è affatto minimale come la considerano alcuni, anzi, sa essere davvero complessa.

Cosa detesti del Brasile?

Hey, guarda che se attacco non finisco più! Su tutto, ovviamente, odio l’eredità lasciata dalla schiavitù. La piaga della schiavitù è difficile da rimarginare per una nazione, sai? Si lascia alle spalle un’infinità di sofferenza.

Chi salverà il music business dal tracollo definitivo?

Non ne ho idea. Che poi cosa vuol dire “tracollo definitivo”? La gente ama la musica e continuerà ad ascoltarla, in un modo o nell’altro. Semplicemente ora non riusciamo a focalizzare esattamente come ciò avverrà nel futuro. Vedi cosa capita quando personaggi molto popolari si scontrano con certe questioni riguardanti il proprio business, tipo Taylor Swift? Un altro paio di mosse in quella direzione e sono sicuro che si potranno ottenere condizioni più vantaggiose per i musicisti “vittime” dello streaming.

Cosa mi dici delle parate che hai organizzato a partire dal 2004?

In Brasile ho partecipato tante volte al Carnevale e così ho pensato di realizzare una parata vera e propria in collaborazione con un mio amico, Barney appunto. E poi ho cominciato a elaborarne altre per conto mio, vere e proprie performance con un loro senso narrativo specifico che ospitavano musica, teatro, scultura e persino architettura. È qualcosa di simile all’Opera se vuoi.

Hai mai nostalgia della New York del CBGB, di Basquiat, di Diego Cortez e di personaggi affini?

Non proprio. Ovviamente la NY odierna è ben diversa da quella a cui ti riferisci. Oggi un ragazzo che si trasferisce qui non può mica cincischiare un solo istante: deve lavorare più duramente di quanto facessimo noi, anche solo per poter sopravvivere economicamente. Noi potevamo permetterci di compiere degli errori, adesso è impossibile.

Se dovessi ricominciare da capo, cosa cambieresti?

Mi assicurerei che questo assolo di chitarra [si sente un assolo nel brano che sta suonando in sottofondo, ndSA] sia presente come sottofondo in tutte le mie interviste! No dai, non saprei. Agli inizi eravamo molto ingenui rispetto al music business. Ma non mi va neanche di criticare troppo il ragazzo che ero.

Dove sta andando a parare il pop?

Non penso stia andando da nessuna parte in particolare. Non esiste più un genere che la maggioranza delle persone ascolta prevalentemente come un tempo. E non mi pare che il momento sia straordinario, ma ciò non significa che le cose non cambieranno. In altre parole non lo so!

Torniamo a Stendhal. La bellezza per te?

Immagino che la bellezza sia una sorta di rapporto tra le cose, tra le persone, qualcosa che percepiamo, vediamo, tocchiamo e poi ricostruiamo mentalmente. Può essere un rapporto tra colori o forme che quagliano o non quagliano assieme. Non è una risposta miliare, lo so, ma è il massimo che mi viene al momento. Mi sa che ci penserò su tutta la notte.

Qual è l’aspetto più straordinario dell’essere un artista?

Si guarda attraverso lo specchio.

2 maggio 2016
2 maggio 2016
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