Infrangere le regole del pop. Intervista agli /handlogic

Giovani e belli (oltre che piuttosto bravi), i fiorentini /handlogic sono sempre più lanciati e rampanti: dopo un convincente EP di esordio (recensito da queste parti da Eleonora Orrù) e una prima serie di date live per tutta Italia, saranno tra i nomi del MiAmi di quest’anno. Abbiamo fatto una bella chiacchierata con il frontman Lorenzo Pellegrini sulle origini e le direzioni del gruppo.

Come, dove e quando nasce il vostro progetto?

Il tutto ha iniziato a prendere forma nell’estate del 2015: avevo scoperto da poco il magico mondo dell’elettronica e le possibilità di scrittura e di produzione al computer, che per una persona cresciuta a pane e chitarra e nel bel mezzo di una formazione jazzistica rappresentava una rivoluzione gigante. Uscendo da un progetto lontanissimo da questa trasformazione (una specie di power trio prog-fusion un po’ tamarro), sentivo il bisogno di ri-arrangiare completamente le canzoni, spogliandole da tutto ciò che non fosse funzionale alla melodia e al senso del pezzo. E come compagni per questa nuova avventura è stato molto naturale scegliere Leonard e Vieri, amici storici con i quali da sempre abbiamo condiviso l’esperienza dell’underground fiorentino, e le stesse idee sul fare musica all’interno di un progetto.

Tutti e tre condividete quindi una formazione “accademica” al conservatorio? Quando pesa questo background nell’identità del gruppo?

Secondo me questo aspetto influisce soltanto in fase di scrittura e arrangiamento, dove cerchiamo di far convivere le strutture del pop con un approccio che piuttosto può derivare dal jazz o dalla classica. Penso che questo tipo di background non condizioni invece l’aspetto tecnico dell’esecuzione dei pezzi e dei ruoli strumentali dei singoli membri, a partire dal fatto che i pezzi hanno vissuto per molto tempo in una prima fase astratta, dove non volevamo decidere chi avrebbe suonato cosa per avere più libertà in fase di creazione. Anche quando in preparazione ai live si sono aggiunti alla formazione Alessandro al basso e Daniele alla batteria (due professionisti dell’ambiente), ci siamo concentrati sempre e comunque sulla musica piuttosto che sulle mani che la suonavano, e il risultato è che le singole parti e le linee sono spesso semplici ed essenziali.

Una delle cose che più mi ha colpito dei vostri pezzi è proprio questa convivenza di apparente semplicità e rifiuto di qualsiasi virtuosismo tecnico fine a sé stesso, e al contempo un rifuggire anche dalla melodia più facile proprio allo “spannung” di quello che potrebbe risolversi in un ritornello abbastanza orecchiabile. Penso a pezzi come Mindlogs, dove pure l’anthem sembra essere dietro l’angolo ma non esplode mai definitivamente. Ti ritrovi in questa sensazione?

Sì, non solo mi ci ritrovo, ma è spesso la sensazione che desidero provocare nell’ascoltatore. Se mia madre al primo ascolto si entusiasma e le rimane in testa la canzone, poi prova a canticchiarla e non becca manco la prima nota, allora il pezzo funziona. Da una parte è uno stimolo pazzesco provare a infrangere le regole del pop infilandoci dentro elementi più elaborati e spigolosi, dall’altra potrebbe anche rivelarsi un giochino intellettuale un po’ masochista: se dopo i concerti la gente ci dirà troppo spesso “Bello, ma…” perché avrebbe voluto cantare mani al cielo sul ritornello di Mindlogs, allora mi chiuderò in casa a studiare i Coldplay per poter scrivere il nostro mega anthem da stadio. Magari faccio più contenta anche mia madre.

Sono sicuro che vi avranno rotto le scatole ogni volta chiedendovi i vostri riferimenti e tirando in ballo Radiohead ed Alt-J, per cui mi aggiungo anch’io senza farmi troppi problemi. Guardate soprattutto a nomi inglesi come questi o c’è anche altro dietro alla vostra ricerca (anti)pop di cui abbiamo detto?

Sono contento invece che tu me l’abbia chiesto, perché finalmente posso confessare che gli Alt-J ci fanno schifo, figuriamoci i Radiohead! Troppo cervellotici e lagnosi. Ok, a parte le cazzate… in linea di massima è vero, moltissimi dei nostri riferimenti sono made in Britain, dai Massive Attack e James Blake fino a Sampha e Laura Mvula, per citarne alcuni. Però anche a tutta la cricca di L.A. che gira intorno alla Brainfeeder vogliamo bene, tanto per i prodotti musicali quanto per ciò che rappresenta, ovvero la rielaborazione illuminata della tradizione della black music alla quale siamo molto affezionati, sia per predisposizione verso tutto ciò che ha in sé  il blues e il soul, sia per le nostre piccole esperienze con il jazz. Poi, ovviamente, se vai a sbriciare negli iPod dei singoli membri trovi di tutto: il folk anni ’70 della west coast, il prog-rock inglese, gli Iron Maiden, la disco music, il cantautorato italiano, il pop brutto, i Green Day, la trap. Ma questo per fortuna nelle interviste non viene mai fuori.

In sede live noi di SA vi abbiamo potuti vedere in occasione della vostra data milanese all’interno di Linoleum. Come preparate il live e come cercate di portare i pezzi dell’EP?

L’ampio uso dell’elettronica nel disco ci ha messo di fronte a una scelta: da una parte uscire con una formazione piccola e mandare l’elettronica, dall’altra provare a suonare il più possibile con gli strumenti e ridurre al minimo l’uso del computer sul palco. Dopo aver visto il trio di James Blake che riproponeva fedelmente i dischi (con un pelino di spocchia british: «all that you hear is being played, we don’t have any laptop»), e le innumerevoli musate battute andando a vedere ottimi artisti che presentavano uno show di merda (tipo un microfono e un mac sul palco e nel frattempo si sentono batteria-basso-chitarra-tastiere-cori), ci siamo orientati sulla seconda opzione. Provare a replicare i pezzi dell’EP nei minimi dettagli è stato un lavoro estremamente lungo e complesso, ed essendo “solo” in cinque la logica è stata quella delle mani libere, ovvero “non si manda se qualcuno può suonarlo”. Leonard è la nostra stazione di controllo dell’elettronica e delle tastiere, Ale e Dani Cianferoni con effetti e pad imitano il feel della ritmica elettronica aggiungendo però una super pacca (sì, amo i gemelli), e Vieri è il nostro jolly tuttofare/uomo immagine: fa i cori, suona le tastiere, le percussioni vere e i pad elettronici, si becca le foto, le tipe, ecc… Io alla fine canto e tocco la chitarrina ogni tanto, sono quello viziato del gruppo. Tuttavia questa operazione di riproduzione fedele del disco sta pian piano perdendo di senso: più suoniamo dal vivo più aumenta la voglia di lasciarsi più libertà con spazi strumentali e improvvisativi, di sporcare e trasformare le canzoni per darle nuova linfa e una veste più diretta, live. Vedremo dove ci porterà questa cosa… (*svolta da arena rock)

Sempre a proposito di live, ho visto che sarete tra i nomi del sabato al MI AMI di quest’anno insieme a tanta bella gente del giro elettronica ITA. Quanto sarà bello dirottare la gente dal palco dei Pop X?

Siamo ancora indecisi: dirottare la gente verso Populous e Go Dugong oppure corrompere direttamente il fonico e convincerlo a togliere l’autotune a Panizza? In ogni caso sarà un’esperienza pazzesca (il boicottaggio dico, mica suonare sul main stage).

Avete già qualche idea in cantiere per dare un seguito all’EP?

Sto continuando a scrivere materiale nuovo che verosimilmente finirà nella prossima uscita discografica, ma per ora la priorità è suonare il più possibile in giro, anche perché questo ci dà la possibilità di rodare sul campo la roba nuova e vedere la reazione della gente. Nel futuro prossimo sono in uscita il videoclip del secondo singolo, un video di una cover e dei video unplugged di alcuni pezzi dell’EP.

9 maggio 2017
9 maggio 2017
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