Radiohead (UK)

Biografia

Intro: tra possibilità e catastrofe

Continua a muoverli l’ambizione di essere una band-prototipo con un messaggio da inoltrare tramite quella specie di loro “poetica del passo in avanti” che da sempre  li caratterizza

Del rock sappiamo che è una moneta da spendere subito, al momento. Non è di quelle che nel tempo acquistano più valore, tuttavia con gli anni ne acquista uno diverso: nel tempo la flagranza si storicizza fin quasi a disperdersi, ma quello che sopravvive è la densità di un percorso, un carotaggio emotivo, di modi di sentire e vivere, che impasta individuale e sociale, l’intimo e il politico. La dimensione del grande artista si compie nella capacità di convogliare consenso attorno a queste istanze negli anni. Quanto ai Radiohead, la loro particolarità è che, vissuti in tempo reale, davano la sensazione di essere già sbilanciati sulla fase successiva, già parte della Storia.

Forse non fin dagli esordi – no, anche a loro è capitato d’essere acerbi – ma almeno da The Bends si intuiva che la quadratura di suono e canzoni fosse già una stringente espressione del presente, e che allo stesso tempo lo eccedesse, ipotizzando il passo successivo per sé e per tutta la musica che girava intorno. I loro live dell’epoca – 1995/96 – sembravano già nutrirsi di questa consapevolezza, grondavano una sorta di “epica dell’epoca”, macinando visioni distopiche e ansia di accartocciamento all’ombra di un muro di suono sconvolgente. Più che concerti, sembravano liturgie: niente male per una band di venticinquenni che veniva spacciata per una banale rilettura anni Novanta degli U2.

Poi ci fu quella sequenza incredibile di album: Ok Computer, Kid A e Amnesiac, ognuno un passo inatteso verso quella che capivamo essere la direzione giusta e inevitabile, seppure sorprendente. Non mancarono i commenti negativi, lo sconcerto da parte di chi rimpiangeva ogni volta la formula abbandonata, ma presto sentimmo che quel mutare pelle e lasciarla sulla strada (come il monito di qualcosa di vivo che però era irrimediabilmente passato) rappresentava il loro modo di acquistare senso. Con Hail To The Thief avvenne il giro di boa: sembra chiaro adesso, ma fu una sensazione palpabile anche all’epoca. Con quel disco i RH iniziarono a stringere il cerchio della loro autodeterminazione, raccogliendosi sempre più attorno alla propria dimensione di band ormai consacrata. Parvero insomma allinearsi al tramonto della centralità culturale del pop-rock e smisero di sembrare intenzionati a cambiare il corso della storia della musica un disco alla volta, compensando con una acuta riflessione (e azione) sul fronte della prassi distributiva, mentre Yorke prestava il suo carisma all’impegno politico ed ecologico.

Gli ultimi Radiohead sembrano quindi implodere nello sforzo di tracciare il proprio solco tra i milioni di solchi smaterializzati, indicando nella curata peculiarità degli arrangiamenti, delle interpretazioni, della combinazione di elementi stilistici la via maestra del fare pop-rock di qualità, capace ancora di significare oltre i barbagli a perdere degli eventi social. In un certo senso, continua a muoverli l’ambizione di essere una band-prototipo con un messaggio da inoltrare tramite quella specie di loro “poetica del passo in avanti” che da sempre (questo sì: da sempre) li caratterizza: la sfida aperta consiste nel proteggere la dimensione umana in questo frangente che vede dissolversi le limitazioni fisiche, emotive e culturali come mai era accaduto prima.

I Radiohead si immergono nel cuore stesso del problema per raccontarci la crisi, il punto d’indeterminatezza in cui le possibilità si confondono con le catastrofi: la capacità di comunicarci questo allarme in maniera coinvolgente – persino in maniera piacevole – è il motivo per cui oggi vanno forse considerati la più grande delle ultime rock band. (Stefano Solventi)

Radiohead (mono 1) AMSP

Nice Dream: gli inizi

«Quando decidemmo di fare sul serio, nell’89-’90, e di cominciare a rimediare un contratto discografico una volta finita l’Università, R.E.M. e Pixies erano i protagonisti delle nostre conversazioni» Ed O’Brien

Jayson Green osserva che la musica dei Radiohead «è fissata nel punto in cui grandi verità si cementano in luoghi comuni, dove il segnale puro incontra un rumore odioso». Questa dinamica di attrazione/repulsione, sia nell’ambito dei testi che in quello musicale, è una delle chiavi di lettura più importanti per comprendere al meglio la carriera di un gruppo poco ortodosso per gli stereotipi dello showbiz.

«Tra i nostri allievi possiamo annoverare: un arcivescovo di Canterbury santificato, il finanziere del Chelsea Football Club, un ex ministro del Tesoro e il gruppo rock Radiohead. Abingdon è veramente un luogo variegato e i suoi abitanti un gruppo eterogeneo», scriveva nel 1995 un certo S. Clark sulle pagine del The Abingdonian, giornale della prestigiosa scuola dell’Oxfordshire. Tutti e cinque i membri dei Radiohead hanno frequentato la scuola e si sono conosciuti proprio grazie all’ottimo Dipartimento di Musica della struttura. Thomas Edward Yorke, classe ’68, è un ragazzo problematico: è nato con l’occhio sinistro completamente chiuso e questo ha comportato vari interventi che hanno migliorato la situazione ma hanno anche conferito a Yorke quel classico profilo inconfondibile. Rimane l’unico membro a ricordare negativamente il periodo della scuola, con molta probabilità perché era spesso soggetto ad atti di bullismo (veniva chiamato “Salamandra”) a causa del suo aspetto. «Fin dal giorno in cui sono nato ho sempre sentito un gran senso di solitudine. Magari c’è un sacco di gente che sta così, ma certo non vado in giro per strada a chiedere alle persone se si sentono sole come me. Mi prenderebbero per matto», affermò in un’intervista il futuro cantante dei Radiohead. Ma il senso di solitudine di Thom Yorke si affievolisce quando tra una lezione e l’altra ha occasione di conoscere Colin Charles Greenwood (classe ’69), un ragazzo quadrato amante dei bassisti post-punk, del loro suono e della loro essenzialità. I due entrano in sintonia e condividono l’esperienza nel gruppo punk TNT, dal quale però se ne escono in fretta per progetti ben più ambiziosi. È in questo periodo (1984, grossomodo) che ai due si aggiunge Edward John O’Brien (coetaneo di Greenwood) e il trio fa partire un progetto che vede i Nostri collaborare con alcuni turnisti. Tutto questo fino a quando non entra in scena Phillip James Selway (classe ’67), anche lui alunno della scuola e con la passione della batteria: i quattro decidono di fare sul serio, di provare il venerdì come giorno fisso settimanale, e per questo scelgono il nome On A Friday. Alle prove del neonato gruppo partecipa sempre il fratello minore di Colin, quel Jonathan Richard Gordon Greenwood (classe ’71) che è un grande amante della musica e col passare del tempo passa dallo stato di backliner a vero e proprio membro della band.

Arrivano le prime canzoni e iniziano i primi concerti. O’Brien ricorda: «Quando decidemmo di fare sul serio, nell’89-’90, e di cominciare a rimediare un contratto discografico una volta finita l’Università, R.E.M. e Pixies erano i protagonisti delle nostre conversazioni». Nello stesso periodo Yorke conosce Rachel Owen che diventa presto la sua compagna, e arriva il primo demo degli On A Friday con tre brani. Quando l’impegno e la caparbietà sono doti ormai acquisite, c’è bisogno di un terzo elemento allineato per far sì che le cose vadano per il meglio: la casualità. Se Keith Wozencroft, novello addetto A&R della Parlophone, etichetta che fa capo alla Emi, non fosse entrato nel negozio di dischi dove lavorava Colin Greenwood, con molta probabilità gli On A Friday avrebbero continuato a suonare ad Oxford e dintorni ancora per molto. Di lì a poco infatti i cinque firmano un contratto a Londra con Emi e cambiano nome (grazie, si dice, soprattutto alla recensione di John Harris su Melody Maker che, vedendoli live, li etichettò come «più che promettenti» ma con un «nome orrendo»).

Radiohead (mono 2) Esordi

I Radiohead fanno il loro esordio nel mondo della musica con l’EP Drill uscito il 5 maggio 1992 (101a posizione nella classifica UK) come preludio al debutto sulla lunga distanza. La scena musicale del periodo è frammentaria: da un lato l’interesse per la mescola di musica dance/elettronica e pop della Manchester post-wave di Happy Mondays e Stone Roses o magari degli U2 di Achtung Baby (1992), dall’altro un filone più classico col folk dei R.E.M. (Automatic For The People) e il rock rivitalizzato dal punk dei Pavement (Slanted & Enchanted), dal noise dei Sonic Youth (Dirty) e dal grunge dei Nirvana. Nei primi Radiohead è certamente questa seconda scia l’influenza maggiore, ripresa con chitarre (ben tre) in primo piano e canzoni che, seppure ammiccanti verso il pop, celano un art-rock che sarà ben presente in futuro.

I wanna be Jim Morrison: il periodo Pablo Honey

«Non sopportano che qualcosa sia solo quasi perfetto» Chris Hufford, manager dei Radiohead

Pablo Honey viene pubblicato il 22 febbraio 1993 ma è l’anno precedente che risulta di fondamentale importanza per il futuro della band: nel 1992 infatti viene pubblicato Creep, un singolo che la BBC dopo tre passaggi decide di ritirare dalla playlist perché “troppo deprimente” e che invece, inaspettatamente, inizia a carburare in Israele e Stati Uniti grazie a due show radiofonici di musica alternativa. Il brano, nonostante le difficoltà iniziali, diventa un vero e proprio inno generazionale, forte di un testo in cui il senso di inadeguatezza rende sarcastica la morbidezza melodica della strofa. Il ritornello poi, con quell’esplosione di chitarre (da ricordare l’aneddoto legato al rumore di chitarra che lo anticipa: Jonny Greenwood, visibilmente stanco dell’ennesima prova della canzone, come gesto di ribellione dà quei colpi alla chitarra per controllare il volume dello strumento, colpi che da quel momento diventano parte integrante del pezzo) e quell’affermazione «I’m a creep, I’m a weirdo» entrano nella storia della musica di fine millennio. L’album viene definito da Melody Maker come «imperfetto e promettente», e forse la citazione è quanto mai appropriata. Con Pablo Honey i Radiohead dimostrano come la capacità di scrittura dei R.E.M. smontata del sapore folk e innestata sulle chitarre dei Pixies possa essere mescolata con un gusto palesemente pop che convive con una predilezione per le strutture complesse. D’altronde mettere in ordine tre chitarre è complicato, il disco alterna momenti di tristezza melodrammatica (la bossa di Blow Out) con vigore in stile U2 (Stop Wispering) e brani rock dove spicca l’irregolarità di You e il carattere di Anyone Can Play Guitar. È sicuramente un disco acerbo che presenta però alcune caratteristiche che saranno poi sviluppate al meglio; Ed O’Brien l’ha definito col tempo «una compilation di greatest hits di una band ancora sconosciuta». Effettivamente Pablo Honey non è un album organico, la gamma di generi che abbracciano canzoni come How Do You? (quasi punk), o la delicatissima Thinking About You che parla di masturbazione o, ancora, il muro di chitarre in stile Slade di Prove Yourself, è troppo vasta. Testualmente c’è un Thom Yorke ancora acerbo che non eccelle per originalità («You are the sun and the moon and the stars, are you») ma sa essere incisivo quando parla in prima persona e carica i suoi personaggi di un sarcasmo diretto: «Grow my hair, grow my hair, I am Jim Morrison, Grow my hair, I wanna be wanna be wanna be Jim Morrison».

Il malessere di Yorke però non è una maschera: taglio delle ciocche, abbigliamento opinabile e assunzione di sostanze chimiche e alcol in primis, iniziano a far vacillare la stabilità del ragazzo. Da una parte un tour mondiale che fa bene alla scalata del disco in classifica, la strana situazione di suonare davanti a folle che aspettano solo un momento, quello di Creep, e rimangono quasi indifferenti al resto; dall’altra la paura di rimanere una band da una sola hit e le frequenti discussioni all’interno del gruppo. Chris Hufford, uno dei manager dei Radiohead, nel corso di un’intervista rivelò una grande verità sulla band oxoniense: «I Radiohead a volte vanno su tutte le furie perché non sopportano che qualcosa sia solo “quasi perfetto”». È in questo periodo infatti che inizia la pratica di incidere un brano in un album solo se il suo arrangiamento è totalmente soddisfacente. Gran parte delle canzoni a cui i Radiohead stanno lavorando nel 1993 sono state scritte prima dell’uscita di Pablo Honey, ma la convivenza tra Yorke e gli altri della band non è produttiva, c’è disaccordo su tutto. È proprio in questa situazione che il produttore John Leckie propone al cantante di buttar giù qualcosa in solitudine e in acustico, ed è così che prende forma Fake Plastic Tree.

Prove Yourself: il periodo The Bends

«Sono così bravi che mi fanno paura» Michael Stipe

I lavori per il nuovo album (quello che segnerà l’indissolubile sodalizio col produttore Nigel Godrich) vengono ritardati a causa dei ritmi lenti delle registrazioni e le pause forzate di queste a causa delle altre date del tour di supporto al disco di debutto (tra cui festival importanti come Glastonbury, Reading e via discorrendo). Arriva un secondo EP, My Iron Lung, che deve giustificare le lungaggini: il problema infatti è che il missaggio e il master dei nuovi brani vengono continuamente rigettati dalla band, fino a quando l’etichetta non decide arbitrariamente un termine perentorio per la consegna.

The Bends (fenomeno che colpisce i sub quando risalgono verso la superficie troppo velocemente, col pericolo che si formino bolle d’aria nel sangue) esce il 16 giugno 1995 e si apre con uno dei brani meglio riusciti dei Radiohead, Planet Telex. L’intro di pianoforte effettato, la strofa epica con le chitarre in primo piano, il basso nevrotico, la batteria esplosiva e la voce di Yorke empaticamente distaccata (forse perché registrata quando era completamente ubriaco e accovacciato in un angolo dello studio) si sciolgono in un ritornello melodico dove, però, «everything is broken, everyone is broken». Nella seconda strofa Jonny Greenwood aggiunge riff di chitarra chirurgici che rendono il brano ancor più memorabile. Stando a quanto dice Thom Yorke, una delle influenze maggiori del disco è Plastic Ono Band di John Lennon; effettivamente lo stesso senso di disagio che l’ex-Beatles riusciva ad esprimere anche grazie ai risultati della terapia del primal scream, pervade i testi del cantante dei Radiohead.

Radiohead (mono 3) The Bends

The Bends è un album molto meno scarno di Plastic Ono Band e, soprattutto, più maturo di Pablo Honey. Nonostante le tensioni, il gruppo carica ogni canzone di quella dimensione epica mai fuori luogo: le melodie di Black Star, High And Dry o Fake Plastic Trees si sposano alla perfezione con una sezione ritmica precisa, innesti di tastiere e di archi e soprattutto l’intreccio delle tre chitarre, come accade in una Just accompagnata da un video d’impatto. Just è una di quelle canzoni che contengono la quintessenza dei primi Radiohead: un muro di chitarre iniziale, una strofa sospesa e un ritornello potente fanno a gara per pendere di volta in volta verso il pop o verso l’alternative di stampo Novanta. La title-track porta in nuce quello sperimentalismo ancora troppo celato nel disco di debutto e che qui diventa più presente: la capacità – di tradizione beatlesiana – di inserire strutture complesse in brani fluidi e soprattutto pop; sequenze di accordi eleborate su contro-melodie e ritmiche sincopate si alternano a melodie che assumono molto più carattere rispetto a Pablo Honey. Il disco mette in luce anche un elemento che sarà molto presente nei lavori futuri: Street Spirit (Fade Out) è un brano inquietante, con un arrangiamento, un testo e una linea vocale circoscritti nello stesso mood. The Bends è un disco importante per i Radiohead, la critica si accorge di loro e li incensa dimenticando l’espressione “band da una sola hit” e, allo stesso tempo, anche la stampa underground prova un certo fascino verso una delle poche band alternative alla battaglia brit-pop che infuriava in quel momento in Gran Bretagna tra Oasis e Blur.

Il grande passo in avanti che i Radiohead avevano compiuto era quello di presentare un disco compatto dove, rispetto al debutto, tutto sembrava essere al proprio posto: una scrittura accattivante sia nelle ballate che nei momenti più classicamente rock, un album di respiro impreziosito da una produzione barocca ma mai fine a se stessa. La sontuosità della title-track con quelle esplosioni dinamiche e quelle strofe sospese, la delicatezza di Nice Dream, l’esuberanza di Just e il vigore ricercato di Bones riflettono una sicurezza maggiore rispetto al passato, che si può scorgere anche nella scrittura di Thom Yorke, piegata di volta in volta verso il suo pessimismo cosmico, le sfere quotidiane dell’amore o i rapporti interpersonali. Il tutto mantenendo socchiusa la porta che divide il suo intimismo dal mondo esterno. Il tour prosegue e arriva un riconoscimento importante: i R.E.M. scelgono i Radiohead come spalla per alcuni concerti (in uno di questi Stipe afferma: «Non ci sono molte cose che mi spaventano, ma i Radiohead sono così bravi che mi fanno paura»), concerti dove (come da tradizione) cominciano a far capolino anche nuovi brani. Non mancano i problemi in tour: Thom Yorke sviene in una data a Berlino, tutta la strumentazione viene rubata durante uno spostamento negli Stati Uniti, ma a fine anno The Bends compare in tutte le classifiche dei migliori dischi e questo serve a rasserenare la band e a motivarla a lavorare sui nuovi brani.

Down is the new up: il periodo Ok Computer

 «Se The Bends è stato il miglior album degli anni Novanta, Ok Computer è sicuramente il migliore del XXI secolo» James Dellingpole, Sunday Telegraph

Il 1996 è l’anno di scelte importanti: il disco successivo sarà autoprodotto, Nigel Godrich, che aiuta la band nella scelta della strumentazione per il proprio studio mobile di registrazione, viene promosso a co-produttore del progetto. L’autoproduzione si mostra inizialmente un’arma a doppio taglio, perché la libertà artistica e l’assenza di scadenze alzano un po’ la tensione. Le cose cambiano quando viene scelto un nuovo luogo per le registrazioni: una villa del XV secolo vicino a Bath, la St Catherine’s Court. Nel frattempo i Radiohead vengono chiamati a fare da spalla nel tour che Alanis Morrissette sta affrontando per promuovere il disco Jagged Little Pill. L’anno si conclude con tre assaggi: Lucky viene inclusa nella compilation War Child mentre Exit Music (For A Film) e Talk Show Host si posso ascoltare nel film William Shakespeare’s Romeo + Giuliet di Baz Luhrmann. I Radiohead stanno cominciando a spianare la strada per il vero e proprio salto di qualità, un salto reso ancora più significativo dall’abilità di accorpare alla propria identità stili musicali rivisti sotto una chiave sincronica e diacronica. Il terzo disco degli oxoniensi è una perfetta dimostrazione del talento di un gruppo ancora incline al rock (in primis quei Can adorati da Jonny Greenwood), ma che sta lentamente “cedendo” alla tentazione di ascolti più eterodossi come Morricone.

Radiohead (mono 4) Ok Computer

Ok Computer esce il 21 maggio 1997 e cambia per sempre la storia dei Radiohead. Il primo singolo Paranoid Android raccoglie perfettamente l’ambizione e la ricerca stilistica della band: un brano di sei minuti e ventiquattro secondi, una suite influenzata da Happiness Is A Warm Gun dei Beatles e composta da quattro sezioni, con cambi di tonalità e di tempi (si passa da un regolare 4/4 ad un meno ortodosso 7/8). Uno dei vertici più alti raggiunti dai Radiohead, in cui il caos è sotto controllo: il giro di accordi della chitarra acustica sorretta dall’elettrica e dal pianoforte, batteria e basso amalgamati alla perfezione e la voce di Thom Yorke espressiva e capace di dar corpo a pensieri di profonda alienazione: «Please could you stop the noise, I’m trying to get some rest, When I am king, you will be first against the wall, Ambition makes you look pretty ugly, Kicking and squealing gucci little piggy, The panic, the vomit, God loves his children, God loves his children, yeah!».

Il disco si apre con uno dei riff di chitarra più famosi degli anni Novanta: Airbag è ispirata ad un incidente in auto in cui è rimasto coinvolto lo stesso Thom Yorke. Compare per la prima volta un elemento che sarà fondamentale da qui in poi, ovvero quel “rumore” di cui si accennava all’inizio e che caratterizzerà tutti i dischi successivi. In OK Computer ci sono radio a transistor, rumori di sottofondo, una batteria tagliata e rimontata (come in Airbag). Il terzo disco dei Radiohead presenta influenze disparate, come Bitches Brew di Miles Davis (Subterranean Homesick Alien, con riferimento al brano di Dylan, Subterranean Homesick Blues) o Ennio Morricone (Exit Music, che parla di due innamorati che vanno incontro alla morte, «Now we are one in everlasting peace/We hope that you chocke»). Let Down (piccolo gioiello di scrittura in cui Jonny Greenwood alla chitarra suona un 5/4 mentre i suoi colleghi sono alle prese con un 4/4) esprime un senso di delicatezza, Electioneering è un garage rock e un’invettiva politica, mentre Climbing Up The Walls è un brano che mette i brividi, col synth bass profondo e un clima asfissiante che fanno da contorno a frasi inquietanti su violenze domestiche, crani spappolati, persone che invitano al silenzio, in un’atmosfera sinistra che si cristallizza nel verso: »metti al sicuro i ragazzi stasera e richiudi gli occhi nell’armadio». Completano la tracklist una No Surprises dal sapore Velvet Underground, una Fitter Happier che è un brano strumentale ricco di loop (uno dei quali registrato da un televisore che trasmetteva il film I Tre giorni del condor) e con un testo recitato fatto filtrare al computer che conferisce all’intermezzo un’aria agghiacciante, una Karma Police un po’ più convenzionale, con un ottimo ritornello e una seconda parte che muta il mood della canzone, ispirata allo psico-reato di orwelliana memoria. A chiudere l’album che Stefano Solventi descrive come «uno dei momenti rock imprescindibili dei nineties», c’è The Tourist, un brano in 3/4 con una batteria jazz e una chitarra violenta che irrompe nel finale. Su tutto un avvertimento: «hey man, slow down».

James Dellingpole sul Sunday Telegraph si sbilancia scrivendo che «Se The Bends è stato il miglior album degli anni Novanta, Ok Computer è sicuramente il migliore del XXI secolo». Un giudizio significativo che lascia intendere l’impatto che il disco ha avuto sulla critica musicale e sugli ascoltatori, catapultati in un mondo, quello dei Radiohead, che metteva a nudo il sentimento di non appartenenza a una società freneticamente superficiale che stava perdendo il suo lato più umano. Ecco perché il computer, il bambino A e l’amnesia: un trittico che, prima di ogni cosa, descrive al meglio la progressiva perdita di umanità della società occidentale a cavallo dei due secoli. Il tour promozionale porta la band a suonare in festival importanti e in locali storici; per sicurezza viene attrezzato un piccolo studio di registrazione mobile in uno dei mezzi della produzione e persino Thom Yorke pare aver ristabilito in parte un equilibrio psichico che rimaneva fragile a causa del continuo stress dovuto alle aspettative e alla promozione frenetica dell’album. Equilibrio che però verso la fine del tour viene nuovamente minato dalle insicurezze del cantante, che in più occasioni ribadisce la sua idea di ritirarsi «finché le cose vanno bene». Comunque sia, Ok Computer è un successo: mette d’accordo critica e vendite. Nel 1999 viene pubblicato il film Meeting People Is Easy che ripercorre le gesta di un anno di tour, un tour nel quale fanno capolino anche inediti come Nude o How To Disappear Completely And Never Be Found.

More productive: il periodo Kid A Amnesiac

«Quando lo abbiamo finito, l’ho ascoltato sul sedile posteriore di una macchina e ho pianto dall’inizio alla fine» Thom Yorke

Alle soglie nel nuovo millennio i Radiohead sono il classico gruppo che all’esterno macina successi e riconoscimenti e all’interno vive spaccature e crisi varie. Ed O’Brien ripete a gran voce di non voler proseguire sulla via della sperimentazione e di voler tornare ad un pop brillante, Thom Yorke è in piena crisi creativa: «Ogni volta che prendevo una chitarra mi veniva la depressione». In tutto questo caos, però, i ricordi dell’adolescenza portano consiglio: Yorke torna indietro nel tempo e ricorda un suo amico che faceva il dj e lo aveva introdotto alla musica techno. Da questo input comincia a passare in rassegna tutto il catalogo dell’etichetta elettronica di Sheffield Warp, consumando i dischi di Aphex Twin e Autechre: è l’elettronica la nuova strada. Le registrazioni, fissate per il 1999, hanno la solita dinamica: idee e brani scartati, indecisione, cambi di location tra Parigi, Copenaghen e Londra e una sola nota positiva: la lavagnetta in studio dove poter appuntare le cose sotto gli occhi di tutti. Arrivano poi ritardi sintomatici, Selway diventa papà, mentre Yorke intensifica il suo attivismo politico. Ad ogni modo non c’è ancora una direzione precisa, si evince questo anche dalle esternazioni dei vari membri della band sul sito ufficiale, che diventa un punto di contatto quotidiano con i fan. Il nuovo anno però porta sei brani completati e una ritrovata attitudine sperimentale; Godrich divide il gruppo in due sotto-gruppi: loop da una parte e strumenti (rigorosamente digitali) dall’altra. Il tutto non fa altro che alimentare ai massimi livelli la creatività ed è per questo che il materiale registrato è moltissimo e si fa fatica a ridimensionarlo: ecco Kid A/Amnesiac.

Radiohead (mono 5) Yorke Solo

«Quando lo abbiamo finito, l’ho ascoltato sul sedile posteriore di una macchina e ho pianto dall’inizio alla fine»: questa la reazione di Thom Yorke dopo aver ascoltato Kid A. Il nuovo disco arriva il 2 ottobre del 2000 e viene anticipato da alcuni video di 15 secondi opportunamente preparati dallo storico grafico della band, Stanley Donwood, che si diffondono in rete molto rapidamente. Questo uso della rete è una vera rivoluzione: già nel 1999 i Radiohead avevano organizzato un webcast sul proprio sito dove avevano suonato Knives Out; nel frattempo (come ricorda anche Jeremy Gordon su Pitchfork) siti internet sulla band sbucano un po’ ovunque e mettono in contatto fan da tutto il mondo, che cominciano a seguire i propri beniamini in maniera attiva e quasi isterica, condividendo i bootleg dei live e le indiscrezioni sulle prossime mosse del gruppo. L’ottimo uso della rete inizia a far crescere l’attesa per il disco; di contro la band decide di non fare uscire alcun singolo, di limitare le interviste e persino i live, di non concedere promo alle riviste musicali e di organizzare solo qualche evento per i media. Verso la fine di settembre Kid A compare sul web, nei siti di file-sharing.

Il quarto album in studio dei Radiohead è pieno di loop, taglia e cuci, voci effettate, suoni filtrati da computer, musica orchestrale (composta da Jonny Greenwood) di Penderecki e la libertà artistica dei musicisti della Warp, tra cui anche Boards Of Canada (amati da Yorke). L’effetto straniante è notevole: nessun muro di chitarre, solo qualche riff sperduto in un mare di synth, beat, reverse e orchestrazioni. A dare il benvenuto nel mondo dei Radiohead del nuovo millennio è Everything In Its Right Place, un brano con cassa dritta e riff di tastiera in 5/4 da dove emergono brandelli di voce editati da Macintosh che costituiscono il tappeto sul quale si staglia la melodia principale di Thom Yorke. Un inno dada, che lascia presagire la nuova dimensione testuale della band («yesterday I woke up sucking a lemon»), ma anche un sincretismo delle arti come l’influenza dei quadri di Mark Rothko nel verso «there are two colours in my head». Il vocoder gioca un ruolo preminente, Kid A si basa in pratica su questo, ma c’è anche una presenza notevole di Charles Mingus e del jazz piegata da un groove di batteria e basso notevoli in The National Anthem e da un uso più massiccio rispetto al passato delle orchestrazione, come in How To Disappear Completely o nella disneyana Motion Picture Soundtrack.

Kid A è un disco complesso dove la rielaborazione di generi e influenze permea ogni singolo brano; ci si ritrova così anche in paesaggi sonori ambient à la Brian Eno (Treefinger), oppure nella ripresa delle sonorità di Ok Computer in In Limbo, dove soluzioni ritmiche nelle chitarre e nella voce di Yorke disorientano non poco l’ascoltatore. Anche quando i Radiohead si danno al rock lo fanno con un piglio totalmente diverso rispetto al passato: Optimistic è forse il brano più “classico” in Kid A, dove Talking Heads e Sonic Youth si scontrano in un incedere ritmico claustrofobico. Il brano, dal punto di vista del contenuto, è il risultato delle letture che tutti i membri della band hanno fatto all’epoca, in particolare, il libro No Logo di Naomi Klein contro le multinazionali. Elemento da non trascurare per quello che verrà più in là. Una delle canzoni più rappresentative del quarto disco in studio dei Radiohead è certamnete Idioteque che si sviluppa da alcuni sample dei compositori di elettronica Paul Lanski e Arthur Kreiger ed è un vero e proprio urlo di protesta contro i vari aggeggi elettronici che quotidianamente ci controllano: non bisogna dimenticare che computer e cellulari sono il risultato degli investimenti dell’industria bellica nel campo dei radar, «mobile’s working, mobile’s chirping, take the money and run». C’è anche Morning Bell, che è il punto di congiunzione tra Kid A e Amnesiac. Il brano è presente in entrambi i dischi e condensa alla perfezione le differenze e le similitudini tra i due album: la versione di Kid A è essenziale, irregolare (ancora uso del 5/4), con un senso di straniamento che è forse il carattere principale di tutto il disco, un brano oscuro che parla di bambini tagliati a metà, di grida che provengono dalla cappa del camino e, in generale, di un quotidiano macabro. Un quotidiano che, come ricorda Curtis White nel saggio Kid Adorno, nei Radiohead si sviluppa nella dinamica che Theodor Adorno riconosceva al movimento tra l’universale e il particolare. Questa è una delle chiavi di lettura più utili per decifrare il codice Radiohead: sia musicalmente che concettualmente la band di Oxford tenta di connettere questi due elementi, immergendoli nella contemporaneità. La versione di Morning Bell contenuta in Amnesiac è più calda, quasi barocca (ci sono addirittura delle campane), con un ritmo più regolare (4/4), più lenta e più tendente all’horror del maestro Carpenter, «cut the kids in half».

Amnesiac esce otto mesi dopo Kid A, il 5 giugno 2001, e si pone allo stesso tempo come gemello del precedente disco e sua antitesi. Ritroviamo nel quinto disco degli oxoniensi le stesse influenze del precedente album, ma quello che cambia qui è un senso di calore che nel lavoro precedente faceva fatica ad emergere. Ciò nonostante, l’elettronica gioca un ruolo importante, anche in Amnesiac. Packt Like Sardines In A Crushd Tin Box sembra quasi un brano dei Kraftwerk contaminato dallo spiritualismo orientale, mentre Pull/Pulk Revolving Doors è forse l’esaltazione più alta dell’editing sui singoli suoni che i Radiohead amano fare in questo periodo: batteria doppiata e campionata, hammond saturati e la voce di Yorke quasi irriconoscibile si stagliano in un puzzle sonoro che alla fine propone un frammento di un altro brano dell’album ripetuto, come se la puntina del disco stesse saltando sullo stesso solco. Il brano in questione è Pyramid Song, uno dei punti più alti della carriera della band, in cui il fantasma di Mingus e l’esoterismo dell’antico Egitto si fondono in un inizio già epico, dove un pianoforte oscuro fa il suo ingresso con accordi in 4/4 con accenti falsati; di lì a poco arriva la batteria in pieno stile jazz, il contrabbasso e, soprattutto, la voce di Thom Yorke e le orchestrazioni che rendono il brano uno dei momenti più intensi del disco.

Un disco che, come il precedente, parte da direttive artistiche precise per poi subire una personalizzazione sonora: è il caso dell’elettronica di DJ Shadow che si riflette nell’eterea I Might Be Wrong, o, nuovamente, dei Kraftwerk e di Brian Eno nella sontuosa Like Spinning Plates, presentata qui tutta in reverse ad eccezione della voce. C’è l’inquietante atmosfera di Knives Out dove aleggiano gli echi degli Smiths e ci sono rimandi ai Can nell’invettiva politica di Dollars And Cents. C’è poi la maestria nell’arrangiamento della conclusiva Life In A Glasshouse, ma anche lo sperimentalismo alla Beefheart nell’intermezzo strumentale Hunting Bear, e c’è spazio per una dura critica a Tony Blair in una mutevole You And Whose Army? che parte con pianoforte e un cantato enfatico (che ricordano rispettivamente le atmosfere del pianista jazz Bud Powell e il timbro vocale degli Ink Spots), per poi evolversi in una seconda parte che rimanda a quella perla di beatlesiana memoria che è Hey Jude (e che sarà poi ripresa molto da vicino in brani come The Daily Mail).

Radiohead (mono 6) Amnesiac

I due dischi sono osannati dalla critica, con preferenze che di testata in testata pendono per uno e per l’altro. I Radiohead, ad ogni modo, ne escono vincitori. Come ricorda Ryan Schreiber: «i Radiohead accennano ad un suono incredibilmente unico che potrebbe ispirare un intero nuovo genere», le varie influenze convergono in un unico flusso post-moderno di matrice art-rock che esprime allo stesso tempo un senso di alienazione, di ribrezzo per la situazione socio-politica di inizio millennio e artisticamente l’ambizione di riscrivere i canoni della musica pop contemporanea. La cifra stilistica che nel “doppio album” emerge è quella di un gruppo che sterza vorticosamente su una fredda sperimentazione (Kid A), per poi ripararsi in un calore più vicino alle proprie radici (Amnesiac). D’altronde lo stesso Yorke afferma: «Credo che le illustrazioni rappresentino il modo migliore di spiegare le differenze. La grafica di Kid A è come una fumata in lontananza e gli incendi si sviluppano dall’altro lato della collina. Con Amnesiac ci troviamo invece in mezzo alla foresta durante l’incendio».

I brani, suonati, live assumono connotati più rock, trovando una nuova forma espressiva che rende omogenea la scaletta del risicato (rispetto ai precedenti) tour del 2001. Non mancano ovviamente gli inediti, come Reckoner e Feeling Pulled Apart By Horses. Nello stesso anno viene pubblicato l’EP I Might Be Wrong: Live Recordings dove compaiono la versione più ortodossa di Like Spinning Plates e quella True Love Waits tanto amata dai fan e che fa comprendere l’attenzione della band verso gli input che arrivano dalla rete. Nel frattempo Thom Yorke scrive in continuazione e sottopone ai propri colleghi ben tre CD pieni di demo, demo che vengono testati live per poi tornare in studio e ultimare il lavoro su quello che sarà il nuovo disco dei Radiohead, le cui sessioni di registrazione, per la prima volta, sembrano scorrere nella serenità più totale.

Anyone can play guitar: il periodo Hail To The Thief

Un disco dove ritornano le chitarre, l’elettronica è più defilata e il senso di oppressione decadentista viene accentuato dai riferimenti alla Divina Commedia di Dante a 1984 di Orwell, ma anche all’immaginario britannico del Book Of Common Prayer e di alcune favole tradizionali

I primi anni del nuovo millennio segnano, però, in ambito strettamente artistico, quella che Simon Reynolds definisce una vera e propria «retromania»: i sequel cinematografici e il retrò nella moda impazzano, così come la ripresa di vecchie sonorità musicali è all’ordine del giorno. I Radiohead si confrontano con tutto questo con un lavoro compatto in cui gli innesti di elettronica su un piano rock lasciano spazio ad avvisaglie di folk. Ma ciò che più di tutto influenza quello che sta per diventare il sesto disco in studio della band è lo scenario politico del nuovo millennio: l’11 settembre 2001 ci sono stati gli attentati alle Twin Towers e il clima di tensione, la guerra in Medio Oriente, le crisi diplomatiche hanno gettato la società in un crepuscolo di angoscia.

Hail To The Thief esce il 9 giugno 2003 e debutta direttamente al primo posto in molte classifiche nazionali, questo nonostante la comparsa in rete, nel marzo dello stesso anno, di leak dell’intero disco con versioni provvisorie ma molto prossime a quelle finali. L’album, con un riferimento palese ma mai apertamente confermato al vincitore delle elezioni statunitensi, George W. Bush, ha come sottotitolo The Gloaming, ed effettivamente parla del crepuscolo della società moderna. Ma, soprattutto, HTTT è il disco più politico dei Radiohead, e lo si evince sin da un artwork, come sempre affidato a Stanley Donwood, che ripropone cartelli e mappe di città con colori derivati dagli scarti dell’industria petrolchimica. Un crepuscolo sociale, economico e politico post-nucleare in cui non sembra esserci una via di uscita, un crepuscolo che fa leva su quel controsenso matematico orwelliano che apre le danze: 2+2=5 è un pezzo significativo per la nuova strada intrapresa dai Radiohead. Si parte col rumore generato da Jonny Greenwood inserendo il jack nella sua chitarra, Thom Yorke che sussurra al microfono «è un bel modo per cominciare, Jonny» e un beat elettrico. In questi pochi secondi è condensato tutto quello che contiene Hail To The Thief, un disco dove ritornano le chitarre, l’elettronica è più defilata e il senso di oppressione decadentista viene accentuato dai riferimenti alla Divina Commedia di Dante (quasi tutti i brani hanno sottotitoli che rimandano all’opera del poeta, per esempio la stessa 2+2=5 ha come sottotitolo The Lukewarm, cioè “l’ignavo”), a 1984 di Orwell, ma anche all’immaginario britannico del Book Of Common Prayer e di alcune favole tradizionali.

Il primo brano del disco parte in maniera incerta, con la voce di Yorke in semi-falsetto, un arpeggio sinistro di Greenwood e una ritmica elettronica sincopata. La seconda parte diventa più oscura, con un climax ascendente interrotto da un «because!» che introduce alla terza parte: un’esplosione di ritmo e chitarre che riporta alla mente i primi Radiohead. Chiudono l’ultima e quarta parte una serie di accordi di chitarra e vari stacchi di voce e batteria intrecciati alla perfezione. A dispetto di quanto osservato fin’ora, il brano dura appena 3 minuti e 19 secondi. Questa è la lezione imparata dai Beatles: brani corti, in questo senso “pop”, che scorrono fluidi ma hanno al loro interno strutture complesse. Sit Down, Stand Up presenta la stessa struttura con un inizio sospeso, il finale esplosivo e una rabbia di fondo, forse dovuta al fatto che Yorke ha scritto il testo del brano mentre guardava in TV le notizie dell’eccidio in Rwanda. Ci si riposa con una Sail To The Moon che presenta una difficoltà di scrittura notevole: Yorke al piano e Greenwood alla chitarra scandiscono vari accordi ridotti di volta in volta di due quarti. Una sensazione di sospensione che permea tutto il brano, una ballata che il cantante oxoniense ha scritto per suo figlio, in preda alle paure per il suo futuro. Backdrifts segna l’ingresso della matrice folktronica nel disco, probabilmente influenzata dallo stesso Four Tet, che sarà uno degli opener del tour di HTTT. Un brano che presenta un ottimo cantato e un andamento electro-pop alla Human League. There There è un piccolo capolavoro dove ritmica, chitarre e la classica esplosione finale raggiungono un’intensità notevole. Yorke l’ha definita alla radio XFM «una specie di omaggio a Tago Mago o a qualcosa dei Can». Il sound della band si articola tra brani di elettronica oscura (The Gloaming, che nella versione live viene inondata da un ritmo serrato di basso e batteria durante le parti strumentali) e canzoni più tendenti al jazz e addirittura al gospel (We Suck Young Blood, battimani e atmosfera sinistra che esplode in un flash ritmico per poi tornare all’atmosfera iniziale, per parlare del vampirismo nello showbiz). C’è la cattiveria irregolare di Myxomatosis (dal nome di una malattia dei conigli che venne diffusa negli anni Cinquanta dalle autorità per il controllo delle nascite di questi animali), dove un basso vibrante e un beat di batteria feroce danno un senso di violenza controllata, e c’è quell’anticipazione di indietronica in Where I End And You Begin, in cui la perfetta sintesi di chitarre ed elettronica, basso in stile Joy Division e cantato incisivo sarà fonte di ispirazione per molti gruppi che verranno di lì a breve. L’atmosfera rimane inquietante anche in brani più romantici come A Wolf At The Door; d’altronde, come lo stesso Yorke dichiara, «se qualcuno ti accusa di essere morboso o cupo, vuol dire che stai facendo qualcosa di buono».

Radiohead (mono 6) polAMSP

Il tour successivo presenta il solito calendario fitto di impegni, con live dove Jonny Greenwood campiona in tempo reale suoni dal palco o modifica il segnale di radio locali da inserire in brani come The Gloaming, rendendoli parte integrante dei nuovi arrangiamenti. Forse perché il minore dei fratelli Greenwood già all’epoca ha le idee chiare sul fatto, ad esempio, che HTTT sia un disco troppo denso: «Avremmo dovuto ridurlo a dieci canzoni e allora sarebbe stato davvero un buon disco». Il 2004 è un anno di relativa pausa, piano piano si comincia a registrare qualcosa, si organizza qualche mini tour per testare gli inediti (inediti che cominciano ad impazzare in rete sotto forma di file mp3 o video di YouTube), ma di lì a poco arrivano importanti novità: il 7 luglio 2006 esce il primo disco solista di Thom Yorke, The Eraser per XL Recordings e prodotto dall’immancabile Nigel Godrich. Nel disco è contenuto un brano, Atoms For Peace che, oltre a suggerire il titolo per il supergruppo che accompagna Yorke nel tour di supporto, dimostra quanto il ragazzo problematico e psicologicamente fragile abbia trovato finalmente un equilibrio stabile: «no more talking about the old days, it’s time for something great». Questa serenità la si percepisce anche dal vivo, dove il perfezionismo di Yorke lo fa sempre risultare nevrotico (se si sbaglia un brano con gli Atoms For Peace, si ricomincia daccapo; se Jonny Greenwood non è in forma e commette qualche errore, gli viene urlato di fermarsi seduta stante) ma lo fa anche sorridere molto di più, ballare, dimenarsi tranquillamente e dispensare complimenti ai suoi colleghi per un’esecuzione particolarmente riuscita. Mentre Yorke è alle prese con un debutto registrato in appena tre settimane che vede importanti aiuti da parte degli altri Radiohead, Jonny Greenwood nel novembre del 2006 vince il British Composer Award con la composizione Popcorn Superheat Receiver. Nel frattempo Emi viene acquisita dalla Terra Firma. Dopo varie riunioni, i Radiohead, coadiuvati sempre da Godrich, Donwood e dal team di manager Chris Hufford e Bryce Edge, arrivano a circoscrivere dieci brani e a decidere un titolo per il nuovo disco: In Rainbows.

Accidents waiting to happen: il periodo In Rainbows

In Rainbows è la quadratura del cerchio che in Hail To The Thief non era riuscita in pieno

Nel 2005 i Radiohead inaugurano il loro blog Dead Air Space, un non-luogo dove i vari membri scrivono giorno per giorno i propri pensieri, le proprie playlist e lanciano indizi su eventuali canzoni scritte o addirittura consigli ai fan. In uno di questi post, Thom Yorke scrive «non abbiamo un contratto discografico […] qualche offerta? Quello che vorremmo noi sarebbe tornare sotto la vecchia EMI, quei raffinati fabbricanti di armi […]». Il post viene subito cancellato ma è sopravvissuto negli anni grazie alla rete, e proprio grazie alla rete i Radiohead hanno deciso di sfidare i “fabbricanti di armi” con un’operazione rischiosa. Durante le riunioni finali sul disco vengono rimesse in discussione idee proposte dai manager qualche anno prima e che adesso, con la fine del contratto con Emi, sono cariche di nuovi significati: distribuire il nuovo disco in digitale e direttamente dal proprio sito, con una spesa di 3 centesimi a copia e raggiungendo 173 Paesi con un click. Non regalare il disco ma “testare” la fedeltà dei fan ricorrendo al pay-what-you-want, ovvero lasciando decidere il prezzo all’acquirente. Grazie al tam tam online, la notizia che In Rainbows è disponibile sul sito del gruppo britannico si diffonde in maniera molto rapida, e in pochi clic ti trovi di fronte a una schermata dove, come succede attualmente su Bandcamp, puoi scegliere il prezzo da pagare per l’immediato download del disco, da zero euro ad un ipotetico infinito. Il gioco è più facile di quanto sembri: grazie al provider PacketExchange vengono aggirati i server internet pubblici utilizzando quindi una rete meno trafficata. Il disco viene quindi compresso in un file .zip e messo on line dal 10 ottobre al 10 dicembre 2007. In Rainbows viene poi commercializzato fisicamente tramite contratti con altre etichette, prima tra tutte XL Recordings. A ridosso della pubblicazione del disco un portavoce dei Radiohead afferma che la maggior parte degli acquirenti che avevano scelto la versione digitale del disco, aveva pagato un «prezzo normale di vendita al dettaglio»; su Gigwise compare la notizia che l’album ha venduto 1,2 milioni di copie prima della sua uscita in formato fisico (dati esagerati, secondo il manager Bryce Edge). A operazione chiusa però Yorke affermerà che i Radiohead avevano fatto più soldi con le sole vendite del digitale di In Rainbows che con quelle in digitale di tutti i precedenti dischi messi assieme. A un anno di distanza dal lancio dell’operazione, Warner spiegherà che anche se la maggior parte delle persone aveva deciso di non pagare nulla per il disco, l’incasso derivante da quelle che avevano scelto di pagare per il download era stato più redditizio rispetto alle vendite totali del precedente Hail To The Thief.

In Rainbows è la quadratura del cerchio che in Hail To The Thief non era riuscita in pieno. Elettronica e chitarre, jazz e rock con un background pop vengono elaborati in un fluire costante che parte dal 5/4 di 15 Step (con annesse urla dei bambini della Matrix Music School and Arts Center di Oxford) e arriva fino alla conclusiva Videotape, con un pianoforte malinconico che si stende su di una batteria campionata e dall’incedere nevrotico. Nel mezzo c’è il rock granitico a tre chitarre di Bodysnatchers, registrata quasi interamente in presa diretta, con una prima parte a rock dritto, una seconda parte più d’atmosfera ed un finale psicotico. C’e poi una splendida versione definitiva per Nude, con un’intensità fuori dal comune ed un’interpretazione di Yorke magistrale: il brano, che risale al periodo di Ok Computer, è stato sempre scartato nelle precedenti versioni e non è mai comparso su disco, ma grazie ad un basso quasi dub, una batteria delicata e un climax ascendente ed emozionante diventa uno dei punti più alti del nuovo album. Weird Fishes/Arpeggi rappresenta un altro momento catartico del disco con l’ennesimo perfetto incrocio di tre chitarre che sviluppano diversi arpeggi sulla stessa scansione di accordi, creando un tappeto sul quale si adagia una sezione ritmica ossessiva che richiama la musica africana e la composizione Electric Counterpoint di Steve Reich. C’è anche il folk di Faust Harp, la leggerezza sospesa di All I Need e House Of Cards che esorcizza la passione smodata di Jonny Greenwood per il dub (tanto da curare una raccolta per la Trojan, Jonny Greenwood Is the Controller, pubblicata nel 2007). Il disco viene anticipato dal singolo elettro-acustico Jigsaw Falling Into Place e la tracklist viene completata dalla delicata Reckoner (ennesimo brano già noto ai fan che trova finalmente una veste ottimale). La versione deluxe contiene un ulteriore CD dove compaiono brani originariamente scartati dalla tracklist ufficiale, brani che variano da strumentali come MK1 a canzoni complete come il funky irregolare di Down Is The New Up, le toccanti Go Slowly e Last Flowers To The Hospital e la più schizofrenica Bangers & Mash.

Radiohead (mono 8) Yorke/Greenwood

L’uso di internet nel 2007 ormai è parte integrante della comunicazione dei Radiohead, che decidono di riproporre alcuni webcast dove suonano pezzi del disco appena uscito. La critica riserva commenti eccellenti per In Rainbows: al di là della trovata commerciale, la sua quadratura sembra finalizzare il concetto di everything in its right place. Sempre nel 2007 Jonny Greenwood conclude la colonna sonora per il film There Will Be Blood di Paul Thomas Anderson mentre il tour dei Radiohead prosegue ricevendo ottime risposte in termini di pubblico (da segnalare la data di Praga, dove sessanta fan si muniscono di videocamere ottenendo poi il master del mixer centrale dalla stessa band per montare un DVD del concerto, che viene messo online sul sito ufficiale del gruppo). Nel 2009 Thom Yorke pubblica il doppio singolo Feeling Pulled Apart By Horses/The Hollow Earth come solista e partecipa alla compilation Ciao My Shining Star: The Songs Of Mark Mulcahy con la cover All For The Best. Nel 2010 Phil Selway pubblica Familial, disco in cui lo storico batterista canta e suona la chitarra; nello stesso anno Greenwood sigla la colonna sonora del film Norwegian Wood. Il tutto mentre il progetto Atoms For Peace prende corpo con Flea, Mauro Refosco e Nigel Godrich. Il periodo post-In Rainbows vede la pubblicazione di singoli on-line come These Are My Twisted Words o Harry Patch (In Memory Of ) che mostrano un allontanamento dall’immediatezza raggiunta nell’ultimo disco e una volontà di abbracciare la sperimentazione, con l’aggiunta di orchestrazioni sempre più presenti.

The universal sigh: il periodo The King Of Limbs

Il nuovo album, il più corto come durata, non regge il confronto coi precedenti, anche se mostra quanta attenzione il quintetto dell’Oxfordshire riservi alla musica contemporanea

Giovedì 17 febbraio 2011 i Radiohead pubblicano sul loro profilo Twitter il messaggio Piazza Hachiko Shibuya ore 18:59 in giapponese. La rete comincia a fare varie supposizioni: concerto? Evento? Il giorno seguente la folla radunatasi a Tokyo (città che ospita la piazza) è talmente tanta da dover costringere le autorità a chiudere le strade, ma quando sembra che il possibile evento venga annullato, alle 18:59 precise, compare sul blog Dead Air Space il video di Lotus Flower. Una manciata di ore più tardi Ed O’Brian aggiunge un post: l’album è disponibile già da ora. Il giorno successivo ha luogo l’evento nella capitale nipponica, durante il quale viene proiettato il clip del primo singolo di The King Of Limbs. Venerdì 18 febbraio, in anticipo rispetto a quanto annunciato dalla band dato che “c’è la luna piena”, viene pubblicato l’ottavo disco dei Radiohead. Il nuovo album, il più corto come durata, non regge il confronto coi precedenti, anche se mostra quanta attenzione il quintetto dell’Oxfordshire riservi alla musica contemporanea. Gli esponenti più eccentrici dell’elettronica del nuovo millennio sono le influenze più dirette: da Caribou (chiamato ad aprire le date del tour di supporto al disco) a Four Tet, da Flying Lotus a richiami ambient, The King Of Limbs è un disco di elettronica in cui i pochi brani acustici e intimi fanno eccezione (le intense e minimali Give Up The Ghost e Codex, che sono le uniche che dal vivono possono essere suonate in maniera praticamente identica). Si parte col pianoforte loopato di Bloom, a cui segue una potente ritmica rielaborata ad hoc e una voce sontuosa che dà aria al pezzo. In Feral c’è una matrice duspstep alla Burial ma anche l’esotico di SBTRKT in un incedere afro-jazz in cui è impossibile comprendere i mugugni effettati di Yorke (per dovere di cronaca, nel libretto della versione giapponese dell’album sono riportati i versi, che sarebbero i seguenti: «1.04 Tu sei mio, 1.11 e non sono tuo, 1.17 ed è OK, 1.24 ti prego non giudicarmi»). La floktronica di Little By Little fa tornare in mente i Massive Attack mitigati da Neil Young, ma il brano più riuscito è sicuramente Lotus Flower, con la sua morbidezza elettronica e il falsetto delicato di Yorke, che come sound fa pensare ad un Kid A meno tormentato o ad un In Rainbows meno temprato. Il tour che segue vede l’aggiunta di Clive Deamer dei Portishead alle ritmiche. Ai Radiohead piace suonare tutto dal vivo e così, come già successo per Kid A e Amnesiac, le canzoni nella dimensione live cambiano pelle e diventano più rock, in primis quella Lotus Flower che si conferma più travolgente rispetto alla versione da studio. I Radiohead s’imbarcano così nell’ennesimo tour mondiale.

Il post-The King Of Limbs vede la pubblicazione della commistione di elettronica e ritmi esotici del primo disco degli Atoms For PeaceAmok, e dell’elettronica pacata di Tomorrow’s Modern Boxes di Thom Yorke, rilasciato a pagamento in maniera indipendente da BitTorren il 26 settembre 2014. Un «esperimento», come lo stesso cantante dei Radiohead ha confessato a Repubblica, «una reazione a tutto quello che sta succedendo. Si parla solo e sempre di Spotify. Volevo dimostrare che in teoria oggi uno può seguire tutta la filiera della produzione discografica, dall’inizio alla fine, per i fatti suoi. In teoria. Ma in pratica è molto diverso. Non ci si può accollare tutte le responsabilità della discografia. Ma sono contento di averlo fatto, di averci provato».

Burn the witch: il periodo A Moon Shaped Pool

Se torni in studio a incidere un disco mentre l’opinione pubblica ti considera il gruppo rock più influente degli anni Novanta, non deve certo mancarti una grande motivazione

Se per In Rainbows i Radiohead crearono la società _Xurbia_ Xendless LTD per controllare spese e guadagni delle vendite del disco e dell’annesso tour, per The King Of Limbs le società create sono ben tre: la Ticker Taper LTD, la Ticker Taper Tours LTD e la Ticker Taper Touring US LTD. Del resto la creazione delle società Dawn Chorus LTD e Dawn Choruss LTD nel 2015 è stato un indizio fondamentale per capire quanto il nono album della band fosse dietro l’angolo. Come se non bastasse, ogni membro del gruppo oxoniense ha una propria società che gestisce gli interessi del proprio assistito, e si conta che siano in totale una ventina le società che orbitano all’interno dell’industria Radiohead. Questa strategia serve sostanzialmente a salvaguardare i profitti del marchio Radiohead e, soprattutto, a isolare le perdite qualora un disco o un tour non dovesse andare come previsto. Il 1 maggio 2016 però, improvvisamente, i canali Facebook, Twitter e Google+ della band vengono ripuliti di tutti i post, foto e video (rimane però il link, funziante, allo shop), mentre avatar e immagini di copertina vengono rimpiazzati con immagini bianche. Non è un addio al web, gli account rimangono attivi. Non è nemmeno una trovata tanto originale, i The 1975 l’avevano fatto l’anno prima (cancellando però i vari account social) in seguito ad un post sull’uscita imminente del loro nuovo album. Il sito radiohead.com riceve lo stesso trattamento, non disattivato ma totalmente bianco. Qualche giorno prima, invece, ad alcuni acquirenti del W.A.S.T.E. (il sito di merchandising della band), viene recapitato per posta un flyer con la scritta: «Sing the Song of Sixpence that goes», «Burn the Witch» e «We Know Where You Live». Si innesca così quel meccanismo di ipotesi che in rete si era già scatenato per The King Of Limbs (inizialmente ritenuto solo la prima parte di un doppio album, a causa della sua durata insolitamente breve) e per In Rainbows (alcuni fan erano convinti che fosse legato a Kid A e che ascoltando gli album all’unisono uscisse fuori un terzo disco).

Radiohead (mono 8) Greenwood LSO

A Moon Shaped Pool esce, come pre-annunciato dalla band, l’8 maggio 2016 alle ore 20:00 ora di Greenwich (ma lo si trova online nei siti di file sharing già dalle 14:00 o giù di lì). Il nono disco dei Radiohead presenta ben otto brani già noti al pubblico e tre inediti. Ad aprire le danze è Burn The Witch, con un pizzicato iniziale che fa da subito capire che le orchestrazioni di Greenwood saranno una parte fondamentale del disco. Effettivamente A Moon Shaped Pool è un disco in cui gli archi sono presenti come mai in precedenza, un album dove l’elettronica è mitigata ma i reverse sono tanti, dove la ritmica e il basso sono ridotti all’osso. Se Daydreaming riporta alla mente una Pyramid Song meno ispirata, l’oscura Ful Stop riprende le influenze storiche della band, Boards Of Canada e Autechre, risolvendole in una These Are My Twisted Words più incisiva. Il dub di Identikit, la bossa di Present Tense o l’eterea cinematografia di Glass Eyes non fanno altro che confermare il fatto che i Radiohead sono una band estremamente convinta e soddisfatta delle scelte fatte. Del resto, se torni in studio a incidere un disco mentre l’opinione pubblica ti considera il gruppo rock più influente degli anni Novanta, non deve certo mancarti una grande motivazione. Da questo punto di vista la band oxoniense non si è fatta trovare impreparata, e lo si nota in particolare nel “regalo” ai fan rappresentato dalla versione definitiva di True Love Waits, così come della splendida The Numbers, sorta di pigmalione del disco, in cui i Radiohead presenti, passati e – probabilmente – futuri scorrono per 5 minuti e 46 secondi di essenza sonora corale, firmata da Yorke, dai fratelli Greenwood, da O’Brien e Selway. A maggio dello stesso anno parte il nuovo, trionfale, tour dei Radiohead, in cui i brani nuovi e quelli storici sono presentati in scaletta con la stessa attenzione. Anche questa volta a supporto viene chiamato Clive Deamer dei Portishead.

L’esperienza Radiohead si articola su due direttive. La prima è quella che ha portato cinque studenti di Oxford a trovare una propria identità imparando a districarsi, con un atteggiamento eterodosso, tra «l’indiscriminata riproduzione tecnologia di artefatti culturali, l’incontrollato frastuono del commercio senza pudore […]» e la «libertà spaventosa, guidata solo dal dollaro», come direbbe Iain Chambers. Un percorso di abile ripresa di generi che si fortifica grazie al suo essere diacronico e sincronico, con un orecchio teso a “quello che è stato” e uno a quello che sta accadendo intorno. Un itinerario di libertà artistica filtrato da precisi valori politici e socio-economici condivisi dai cinque. La seconda direttiva è quella di un pubblico educato nel corso degli anni ad un certo “protocollo Radiohead”, un pubblico esigente nei confronti della band, ma disposto a difendere a tutti i costi i propri beniamini. Una vera e propria comunità che, sin dal nuovo millennio, è abituata a fare gruppo tramite il web e a partecipare attivamente ai live. In tutto questo il significato ultimo dei Radiohead è cambiato nel tempo, rincorrendo archetipi culturali che hanno reso album, artwork e canzoni uno specchio della società a cavallo tra XX e XXI secolo, in un immaginario sonoro e concettuale che ha lasciato un segno indelebile nella storia della musica pop e non solo.

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Per un ulteriore approfondimento sui Radiohead, consigliamo il volume Exit Music di Mac RandallRadiohead: la storia e le canzoni di James Doheny e, in ambito accademico, The Music and Art of Radiohead di Joseph Tate e la tesi di laurea These Are My Twisted Words: Influenze di T.S. Eliot nell’arte dei Radiohead di Fernando Rennis.

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