Centri gravitazionali di provincia

Dalla patchanka band Jabberwocky al post-punk allargato dei Moostroo: Dulco Mazzoleni (voce e chitarra), Francesco Pontiggia (basso) e Igor Malvestiti (batteria) danno vita due anni fa a un progetto musicale che mescola suoni taglienti e (auto)critica sociale, plasmando il tutto nell’omonimo esordio discografico pubblicato nel 2014. Il punto di vista è peculiare fin dalla strumentazione, con un compendio di chitarra classica elettrificata, basso a due corde e drum kit ridotto all’osso che fa il paio con le storie a sonagli propagandate dall’album, in cima a tutte una Silvano Pistola che sembra mimare un Bowling a Columbine della provincia bergamasca. L’essenzialità dei suoni diventa una sorta di patente per un messaggio disturbante e che non fa sconti, tanto abile nel delineare lo squallore di un certo tipo di modello sociale (il nostro), quanto capace di arricchire il nucleo post-punk con dettagli inediti e surreali anch’essi. Compresa una canzone d’autore tatuata nell’anima e che non t’aspetti, richiamata alla bisogna tra un De Andrè riletto in altre sedi e un songwriting wave di buona attualità. La nostra intervista al gruppo.

L’idea che ci siamo fatti del vostro progetto è che tutto orbiti attorno a una critica sociale “disturbante” che sembra un po’ il filo conduttore dell’immaginario (testuale ma anche sonoro) del gruppo, a partire da una ragione sociale piuttosto particolare. E’ così? Chi è il Moostroo?

Per essere onesti con noi stessi possiamo rispondere così: il nostro progetto, ovvero il trio MOOSTROO, è il centro gravitazionale intorno a cui ha orbitato il disco omonimo. In questa formazione è il primo, ma contiamo di proseguire, insomma di farci orbitare attorno altri dischi. Venendo alla domanda, questo primo disco, senza dubbio, ha una connotazione critica rivolta alla società, di cui noi – ovviamente – siamo parte. Ci fa piacere che l’abbiate colta. Quindi potremmo meglio dire che il disco è anche autocritico: non si limita al piano politico, ha a che fare anche con la dimensione individuale. Pensiamo che presumere di poter mettere all’indice ciò che eticamente non funziona nella società significhi contemporaneamente guardarsi allo specchio e darsi un bel ceffone per rinsavire. Ha per noi la funzione di mantenerci svegli e coi piedi per terra, perché ciò che ci spaventa è la mostruosità della narcolessia del quotidiano, degli automatismi e dei meccanicismi inconsapevoli, della routine sovrapensiero che ci rende miopi, sordi, facilmente manipolabili e quindi politicamente impotenti. In sostanza il Moostroo siamo noi, ciascuno di noi in un gioco di specchi.

La provincia bergamasca (che conoscete per ragioni biografiche), ma in generale anche quella italiana, è davvero così “mostruosa” come la descrivono brani come Silvano Pistola? Che influenza ha avuto il luogo da cui provenite sui contenuti di Moostroo?

L’immaginario di provincia continua ad essere per noi un tema florido per diverse ragioni, prima fra tutte, il fatto che ci siamo nati. Associare però il concetto di mostruosità a quello di provincia è per molti aspetti profondamente ingiusto. Poi, purtroppo, i fatti di cronaca trasformano gli immaginari mostruosi in realtà – posto che i mostri sono ovunque e agiscono ovunque. La merda (per usare un francesismo) che subiamo a livello sociale, politico, ma anche esistenziale, trova in noi dei sicuri responsabili, già solo per il fatto di subirla passivamente, ma dall’altro lato ci è imposta dalle cosiddette stanze del potere centralizzato, là dove ha più valore il potere dell’umanità. Non c’è niente di nuovo in tutto ciò. Non siamo certo secessionisti. Facciamo semplicemente musica e cantiamo parole da questa nostra prospettiva, che fatalmente assomiglia alle prospettive di tante altre provincie d’Italia.

Il fatto di essere lontani dal centro ha dei vantaggi: si percepisce meglio, perché molto più evidente, l’illusione del benessere, la retorica della produttività ed il potere soggiogante dell’ignoranza. Noi siamo anche orgogliosi di essere di provincia: gran parte di ciò che è prodotto nella Popular Music italiana, per noi degno di nota, è figlio della provincia. Anzi, a ben vedere, la cultura italiana ha prodotto gran parte dei suoi capolavori a partire proprio dalla provincia. C’è qualcosa di poco artefatto e di più genuino lontano dai centri di produzione. Resta il fatto che il profondo Nord Italia, che è quello che conosciamo meglio, sta perdendo la propria identità inseguendo ideali di benessere insostenibili e disumanizzanti.

Basso a due corde, chitarra e batteria: quanto c’è dell’essenzialità creativa del post-punk nel vostro suono e quanto, invece, di altri linguaggi musicali? Il giro armonico di Silvano Pistola, in fondo, potrebbe essere un blues, i suoni della batteria ricordano i Nirvana prodotti da Steve Albini, brani come Autocomplotto suonano come una sorta di cantautorato new wave. Cosa ha determinato le scelte che avete fatto sugli strumenti e sull’estetica del disco?

La line-up del trio non dipende da una scelta a priori del genere musicale. Post-punk è una definizione che ci è stata appiccicata addosso. Post-punk vuol dire tante cose. Non sappiamo se ciò che abbiamo prodotto sia ortodossamente fedele alla linea. E’ l’attitudine, forse, che ci fa assomigliare di più a quella definizione. Almeno fino ad ora abbiamo cercato l’essenzialità, nei suoni, nell’arrangiamento, nella scrittura. Abbiamo avuto un’urgenza di immediatezza (cosa che sembra andare di moda tra molti gruppi contemporanei, evidentemente per motivazioni comuni).

Tutte le osservazioni che ci fai sono comunque corrette. Il blues c’è (è la radice), Steve Albini è per noi uno dei riferimenti quando si entra in produzione e la new-wave è la sorellastra del post-punk. C’è anche altro, tutto ciò che ci ha portato collateralmente fino qui: i Beatles, Dylan, David Byrne, Frank Zappa. Il risultato finale – come sempre – dato in pasto alle recensioni, inizia ad avere un’identità che magari non sognavi neppure di ottenere. A noi non spetta recensirci, ma le recensioni sono fondamentali per comprendere che cosa recepiscono gli attenti ascoltatori. Il disco è venuto fuori così, innanzitutto perché abbiamo dovuto metabolizzare 15 anni di precedente progetto in cui noi tre, insieme ad altri otto (i Jabberwocky), abbiamo suonato con una ricchezza di strumenti e arrangiamenti che ora non ci è più consentita. In secondo luogo, i testi sono stati scritti in un periodo scuro, con una visceralità evidente. Ma oltre a ciò, dalla nostra c’è l’ironia che è un meraviglioso viatico per ridimensionare l’autocommiserazione e vedere il Re nudo. Inoltre, abbiamo avuto il bisogno di essere immediatamente comprensibili, perché l’intenzione è stata quella di comunicare, e le parole sono importanti, altrimenti perché usarle? Il lavoro di arrangiamento ha seguito due piste: asciuttezza strumentale e urgenza espressiva. L’estetica segue questa strada: i disegni che accompagnano il disco o la scenografia che ci portiamo dietro, ricalcano esattamente tutto ciò, ammorbidendolo con un tocco di ironia naïf.

Negli anni ’80 il post-punk nasceva anche come risposta all’edonismo e alla cultura dell’apparire che l’epoca thatcheriana/reaganiana aveva imposto a livello mondiale. Paragonati al momento storico che stiamo vivendo in cui marketing virale, hype, immagine ed egocentrismo da web 2.0 la fanno da padrone, quegli anni sembrano però un prototipo nemmeno troppo riuscito. La musica può avere un peso “politico” anche in una società come la nostra, in cui tutto viene bruciato in funzione dell’usa e getta “internettaro” e non?

Questa è per noi una domanda difficile. Apparteniamo alla generazione dei ’90. Se consideri che l’icona pop di quegli anni si è sparato in bocca, puoi immaginarti il cortocircuito che si crea con l’edonismo contemporaneo. La nostra difficoltà sta nel fatto che questo bisogno di sovraesposizione “internettara”, come tu dici, ci sta contagiando. La fruizione della musica è cambiata velocemente. Prima ci si scambiavano audiocassette, passando i pomeriggi a creare compilation (le compile) o disegnando le locandine a mano, adesso se non fai un video e non lo piazzi su qualche social network nessuno ti presta attenzione.

La musica oggi ci sembra che non abbia più un peso politico. I musicisti noti preferiscono tutelare la propria privacy e difficilmente si mescolano al loro pubblico. Se queste sono le premesse come possiamo pensare che la Popular Music abbia lo slancio eversivo che ebbe decenni fa? Adesso è moda, ma forse lo è sempre stata. Vediamo molta più politica in coloro che si sbattono per organizzare eventi, piuttosto che nei gruppi musicali, ed è da questi ragazzi che stiamo attingendo idee, energie e visioni di mondo.

In quegli anni c’era uno zoccolo duro di ascoltatori che premiava (soprattutto all’estero) certe produzioni, anche per questioni ideologiche, di approccio, culturali. Oggi ci si scanna su facebook (soprattutto in Italia) tra tifoserie musicali avverse, di solito per motivi risibili e che poco hanno a che vedere con la musica. Non è che, in fondo, l’unico atto sovversivo che rimane a una band come la vostra (e in generale all’artista serio) è l’atto creativo in sé, in un soggettivismo autistico che nega il senso di “comunità” che si sviluppava un tempo tra pubblico e band?

Noi facciamo solamente canzoni. Gli aspetti antropologici di ciò che stiamo facendo ora non ci interessano (magari ci interesseranno quando ci si imbiancheranno le barbe). Pensiamo solo che di sovversivo, in questo grande cerimoniale della Popular Music, non ci sia più nulla. A volte anche l’atto creativo è condizionato dalle mode del momento e dall’urgenza di piacere al proprio pubblico. Io penso che nei rituali legati al rapporto tra pubblico e band oggi prevalga il narcisismo edonistico e i veri atti sovversivi vadano cercati altrove: in chi occupa le case, in chi si accampa fuori dalle aziende che esternalizzano l’intera produzione, in chi coltiva sui balconi, in chi semina le aiuole pubbliche o va al lavoro in bicicletta… Non prendiamoci in giro: con le canzoni non si fanno rivoluzioni, diceva un tale. Aggiungeremmo però che le canzoni possono aiutare a farsi delle domande e sviluppare il senso critico e la capacità di scelta. Sono già due obiettivi salvifici. Di informazione oggi ce n’è a profusione, per questo occorre sapersi orientare per non essere manipolati, anche nelle scelte estetiche.

La tensione epidermica che sviluppa il vostro disco mi ricorda quella veicolata dalle ultime cose dei Luminal, anche se lo stile è differente. Come vedete la scena musicale italiana e quali artisti stimate di più al suo interno?

Non abbiamo uno sguardo così acuto da comprendere tutto ciò che sta girando in Italia. Conosciamo ciò che ha più spazio, ma pensiamo ci siano veramente molti progetti che meriterebbero di emergere, e alcuni li stiamo conoscendo solo ora. In provincia di Bergamo ci sono moltissimi interessanti progetti musicali. Per citarne alcuni: Le Capre a Sonagli, i Gea, Barachetti/Ruggeri. In Italia seguiamo Capovilla, gli Appaloosa, Calibro 35, i TARM, gli Arbe Garbe… e molti altri.

Che c’entra Il bombarolo (cover del brano di Fabrizio De Andrè inserita nella compilation Storie di un impiegato) con i Moostroo? Che rapporto avete con il cantautorato nostrano?

Beh, se vuoi cantare in Italia in italiano di sicuro devi fare i conti con De André, ma siccome i conti con De André sono sempre in perdita, ciò che ti puoi limitare a fare è omaggiarlo rammaricandoti che non sia ancora vivo per regalarti visioni di mondo veramente sovversive. E poi, a dirla tutta, uno tra noi ha un braccio tatuato con le parole di Faber, essendo cresciuto a pane e De André.

SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare