“Superonda” su superonda. Intervista a Valerio Mattioli

«C’era una volta lo spaghetti sound…». Certo, con un attacco del genere il rimando ad un ambito fiabesco o, al limite, da leggenda (più o meno metropolitana) è fin troppo evidente, ma cosa c’è di meglio del giocarsela così mentre si approccia qualcosa che è evidentemente perso nelle pieghe del tempo, avvolto nelle nebbie del mito, sfumato e/o esageratamente esaltato dalla tradizione orale, come potrebbe essere lo «spaghetti sound»? Qualcosa di cui si è parlato a lungo o di cui si è letto (sempre più) spesso, favoleggiando situazioni e agognando dischi spesso introvabili se non addirittura mai stampati, immaginando o rimpiangendo spazi e momenti senza averli vissuti, sognando, proprio come in una favola, una specie di strambo happy ending che scrollasse quel materiale dall’oblio, da quella morte apparente, per restituirlo alla vita.

Sgombriamo subito il terreno dai dubbi: non esiste uno spaghetti sound, nella misura in cui non esiste il krautrock – che in realtà esiste, inteso come una specie di categoria mentale in cui inserire indistintamente Neu! e Can, Kraftwerk e Amon Düül. Nella stessa identica maniera, dunque, non esiste uno spaghetti sound, ma esiste(va) tutto un fermento di «musiche più o meno rock, più o meno sperimentali, più o meno strane/psichedeliche/d’avanguardia, nate e concepite tra gli anni 60 e 70 fuori dalle consuete rotte angloamericane». Non lo sostiene l’estensore del presente articolo quanto Valerio Mattioli, l’autore di Superonda, libro-mammut che è una vera e propria bibbia (non) tascabile (viste le 661 pagine, bibliografia compresa) che indaga proprio quella «allegoria musical-culinaria» che tanto ha dato a chi si cimenta con le musiche sperimentali ed eterodosse specie del sottobosco, e tanto sta dando a chi si bea delle ristampe più o meno note, più o meno costose, sicuramente tutte necessarie, che stanno invadendo il mercato (non solo) italiano. Mike Patton, Alan Bishop, la Death Waltz, Kieran Hebden a.k.a. Four Tet o i Demdike Stare hanno avuto recentemente a che fare a vario titolo con Capra Vaccina, Morricone, Frizzi, ecc…, tanto per dire.

Un processo che sta riaprendo, in un modo o nell’altro, una ferita mai rimarginata – si pensi alla library music, alle colonne sonore, a certo “minimalismo” all’italiana e alla continua influenza esercitata al di fuori dei confini nazionali – che per certi versi continua a sgocciolare nel sentire musicale di molti protagonisti di ieri e di oggi, over e underground, nazionali e internazionali (e se il pensiero va alla Italian Occult Psychedelia o a certe riproposizioni “cinematiche” – il clash La Batteria/Amore Tossico è esemplare in questo senso – non è per caso). L’indagine – termine freddo che non rispecchia affatto lo stile utilizzato da Mattioli: personale, al limite del colloquiale, zeppo di aneddoti, esposto in forme allocutorie e coinvolgente al punto da far rivivere veramente davanti agli occhi del lettore scene e situazioni, momenti e avvenimenti – attuata in Superonda è, scusate il gioco di parole, a tutto tondo, e la musica è il rivolo (semi-sommerso) intorno al quale scorre la vita sociale, culturale, politica, mass-mediatica dell’Italia in pieno boom economico. Si va dal 1964 di Morricone al 1976 del Parco Lambro, toccando ambiti e dimensioni non esclusivamente musicali ma che intorno, dentro, sopra e sotto quelle esperienze strettamente musicali – ché di libro di musica, alla fin fine, si tratta – si sono sviluppati e da cui sono stati influenzati, in un unicum che ribadisce per l’ennesima volta come per comprendere determinati momenti storici il compartimento-stagno sia l’elemento prescindibile a priori. Nulla di passatista o “retromaniaco”, però, come ci dirà Mattioli nell’intervista che segue: soltanto il necessario (e riuscitissimo) occhio di bue su un periodo che, giunti alla fine della lettura, non si può non considerare come formativo per molte delle più eccitanti uscite italiane contemporanee.

Da ricercatore sono molto interessato al procedimento che ti ha portato al libro: un percorso che da esterno ho visto crescere e agglomerarsi in vari pezzi e articoli più o meno ampi disseminati qua e là. Vorrei ci spiegassi il tuo metodo…

Ohibò, non credo di avere un metodo ben preciso. Voglio dire, alla fine si tratta di passaggi che conosciamo tutti: ascoltare i dischi, recuperare informazioni, fare qualche collegamento, contestualizzare i fenomeni, all’occorrenza parlare con chi in quei fenomeni è stato coinvolto, raccogliere qualche voce esterna… Non so, forse potremmo definirlo un metodo “storico-selvaggio”.

Dentro al libro ci sono Battiato e Morricone, Sanremo e Battisti, ma anche e soprattutto moltissima altra roba del sommerso italiano. Cose che all’estero hanno ammiratori ed estimatori reali, che spesso arrivano a contribuire alla loro reimmissione in circolo e che invece da noi spesso giacciono silenti e dimenticate nel limbo. In una battuta, Superonda è un libro per specialisti o neofiti? L’idea che mi è venuta leggendolo è che sia un modo per solleticare ulteriormente i primi, ma soprattutto per accompagnare per mano i secondi…

Forse è come dici tu, «solleticare gli specialisti e accompagnare per mano i neofiti», potrebbe andare, perché no. In realtà, spero che sia un libro interessante da leggere, tutto qui. Magari anche per chi, i libri di musica, non li legge mai.

Mi è molto piaciuto sia lo stile apparentemente “colloquiale” (ma in realtà forbito e ricercato), sia lo sviluppo quasi narrativo del libro. L’impressione è che tu abbia veramente “raccontato” trame e dinamiche, eventi e circostanze, legami e contesto (trasversale) a un pubblico che per forza di cose non c’era. Spesso libri del genere scelgono una narrazione per schede o tematiche che un po’ disgrega una materia che è unitaria, transdisciplinare, e che vive di contaminazioni con altro (contesto socio-politico, arte, cultura in generale, media, ecc.); invece tu sei riuscito a far coagulare il tutto in una specie di affresco a 360 gradi di una Italia ancora in via di definizione…

Ti ringrazio. Sì, diciamo che non mi andava di fare il classico libro in formato-guida, con le voci a schede e le discografie consigliate con le stellette per ogni titolo, eccetera – per quanto libri del genere siano spesso molto utili e a volte anche ben fatti, intendiamoci. È che secondo me con l’approccio per così dire “enciclopedista” si perde un po’ tutto il bello che sta attorno, dietro e a volte sopra la musica, e questo non vale solo per i nomi trattati in Superonda. In realtà, quello che penso è che, quando chi scrive di musica prova a buttare un occhio anche a “che altro c’è in giro” (per usare le tue parole: «contesto socio-politico, arte, cultura in generale, media, ecc», ma la lista potrebbe continuare), leggere di musica diventa molto più stimolante, oltre che divertente. Poi figuriamoci, nel caso di Superonda c’è pure tutto un contesto storico che era difficile far finta che non esistesse. Suppongo sia superfluo ricordare come quegli anni, in Italia, furono parecchio intensi in tutti i campi: artistico, politico, “movimentista”…

Adesso la domanda da un milione di dollari falsi. Anche tu retromaniaco? Battute a parte, dimmi la tua su ristampe, reunion e, in generale, sulla continua riscoperta del/rifugio nel passato, in questo periodo storico che più punk non si potrebbe, col suo aver definitivamente smesso di pensare al futuro…

Io veramente penso proprio il contrario, vale a dire che – almeno da un paio d’anni – il “ritorno al futuro” sia un dato di fatto, se non altro in termini di immaginario. E parlo soprattutto di un immaginario “di rottura”, conflittuale e serenamente politico, persino in ambito musicale. Insomma, ci ho scritto un articolo di tipo 40.000 battute a riguardo, facciamo che lo linko così evito di tediarti. Poi: ovviamente provare a guardare al futuro non significa in automatico fregarsene del passato, ma questo spero che sia pacifico per tutti… giusto? Comunque, per quanto riguarda ristampe e reunion: le prime mi piacciono quando servono a riportare in circolo materiali scomparsi o dimenticati, oppure quando aggiungono un qualcosa “di più” ai titoli originari. Detesto invece le ristampe in vinile a 50 euro col mastering pompato a furia di limiter e compressori e i brani presi da qualche rip a caso perché tanto “è sempre la stessa roba” – non farmi fare nomi, va’… Le reunion invece non le tollero granché. Non sopporto nemmeno i gruppi che ripropongono dal vivo album interi registrati  20 o 30 anni fa – sai, quella roba tipo “i My Bloody Valentine suonano Loveless”. È un fenomeno che mi mette… non so, tristezza.

Adesso invece la domanda da mezzo milione di dollari falsi. Perché, secondo te, quel pullulare di esperimenti, ricerca, avanguardia, insomma roba che ancora oggi risulta fresca e originale, non ha avuto quel riscontro che – pensiamo al parente più immediato, il krautrock – si meritava?

Mah, non saprei… Innanzitutto dobbiamo essere onesti e dire che i gruppi italiani raramente eguagliavano quelli tedeschi sul piano della pura innovazione e dell’invenzione di linguaggi altri. Semmai, nei casi migliori, hanno proposto letture alternative (e a volte geniali) di correnti nate altrove che poi, trapiantate in Italia, assumevano fisionomie inaspettate, e che col tempo si sono conquistate un certo seguito anche fuori dai confini italiani. Poi c’è il fenomeno della musica cosiddetta applicata (colonne sonore, sonorizzazioni, eccetera) che invece seguiva logiche completamente diverse da quelle del rock, anche se poi magari sul rock esercitava un’influenza per così dire indiretta. La musica d’avanguardia “colta” ha invece sempre avuto una sua rispettabilità opportunamente riconosciuta anche all’estero, ma è un altro caso ancora. Poi vabè, possiamo buttarla sul fatto che l’industria musicale italiana – sia quella ufficiale, sia quella underground – era e resta piccola, periferica, male organizzata, eccetera. Ma anche qui, perché non chiederci la stessa cosa dei gruppi, chessò, francesi? Sarebbe interessante leggere un libro tipo Superonda coi Magma al posto degli Area, gli Heldon al posto di Battiato, e Pierre Henry che fa le canzoncine finto-rock in salsa musique concréte – una specie di Frenchrocksampler, insomma. Ignoro se qualcuno in Francia ci abbia già pensato.

Si ha l’impressione, anche grazie alle modalità espositive che hai scelto e nonostante un arco temporale ristretto, di rivivere una specie di “età dell’oro meets età dell’innocenza”, ma sappiamo benissimo che non era affatto così e che molte ombre si stagliavano – o stavano per farlo – all’orizzonte degli eventi. Secondo te è avvertibile una specie di eclissi, un rinchiudersi, un negare quelle aperture che molti aspetti da te trattati, non solo musicali, lasciavano presagire, e che forse hanno segnato in maniera definitiva certe musiche coraggiose e sperimentali come “underground”, roba ancor più da nicchia di quanto già non fosse per costituzione?

Secondo me, molto semplicemente, i linguaggi che servivano a raccontare un certo periodo storico, a un certo punto si sono esauriti. Anche per il banale motivo che a ogni periodo storico ne succede un altro, e di conseguenza cambiano anche i linguaggi che servono a raccontarlo. Il 1976 è l’anno di Parco Lambro ma anche del punk, della disco music, in Italia di lì a poco arriverà il ’77, dietro l’angolo c’è la Thatcher in Inghilterra, insomma cambia tutto e tutto in qualche modo “si complica”, comprese le musiche che tuttora chiamiamo “underground” – e che per fortuna restano ancora vive, sebbene la loro grammatica si sia evoluta nel tempo e la loro grammatica attuale sia molto diversa da quella del, che ne so, 1967. E per fortuna, dico io.

Credo che sia superfluo e anche banale chiederti se, secondo te, c’è stata una ricaduta – sotterranea, nascosta, per iniziati… – delle musiche più off trattate in Superonda. Chi è, però, che ne ha beneficiato di più? La prima cosa che mi viene in mente, avendone parlato spesso, è la fantomatica Italian Occult Psychedelia, ma vorrei sapere la tua opinione…

Secondo me ai tre quarti dei gruppi della cosiddetta IOP non è mai fregato niente di “recuperare l’eredità degli Aktuala” o cose del genere: quelli sono collegamenti che tendiamo più a fare noi che di musica ne scriviamo, ed è normale che sia così (magari però mi sbaglio, vai a sapere). Piuttosto, c’è una dichiarazione di Jim O’Rourke – che riprendo anche all’interno del libro – in cui lui afferma che buona parte dell’elettronica e del rock sperimentale anni ’90 del giro “Colonia e dintorni” era segretamente ispirata dal primo Battiato: questi sono collegamenti che già mi intrigano di più, nel senso che è interessante studiare le traiettorie che certe eredità hanno preso, magari dove meno te l’aspetti.

Quando affermi, a pagina 165, che “nei sessanta cominciò a prendere forma quell’atteggiamento ibrido da cui attinsero praticamente tutte le esperienze più o meno artistoidi della musica popolare, dall’avant-rock all’elettronica incolta, dal post-punk più intellettuale alla techno di confine” mi fai pensare all’oggi e ai “nativi digitali”, con a disposizione a distanza di un click tutto lo scibile musicale umano. Però quell’eclettismo, quella libertà mentale, quelle aperture che tu sembri tratteggiare mi sembrano poco sviluppate ai giorni nostri…

Mi spiace ma non mi trascinerai mai nel “ah, i bei tempi di una volta”. Cioè, è ovvio che i Sessanta sono l’inizio di tutto – la controcultura, le contaminazioni tra rock e musiche altre, il protagonismo giovanile, eccetera – e quindi è anche piuttosto comprensibile che vengano ricordati come una specie di età dell’oro, persino da chi non c’era. Da allora però sono cambiate un sacco di cose, e trovo che sia giusto e sacrosanto che siano cambiati anche i linguaggi che a vario titolo tentano di leggere la “contemporaneità”, lo zeitgeist o come diavolo lo vogliamo chiamare. A meno che tu non pensi davvero che per raccontare un mondo dove esistono Google a Apple la cosa migliore sia rotolarsi nel fango, mentre sul palco infuria una jam di bonghi e tamburelli.

Per quanto mitizzato dal passare del tempo, quel periodo ha rappresentato veramente – e lo riscopriamo oggi col tuo libro e con molte ristampe – uno dei periodi più floridi per la musica più “segreta” d’Italia. Ma il famoso Parco Lambro è veramente uno spartiacque? L’Altamont dell’antagonismo italiano? Certo, non c’è stato nessun omicidio durante una canzone, ma insomma, i risultati sul “movimento” furono gli stessi no? Non è casuale, insomma, che il tuo piano-sequenza si interrompa lì…

Dunque, evidentemente non è che dopo Parco Lambro ’76 tutti i freak d’Italia scompaiono e si riciclano in tanti piccoli Ranxerox; però è vero che quel festival è generalmente riconosciuto come l’evento-spartiacque, e in effetti è il motivo per cui il mio libro si interrompe lì. Anche perché appena qualche mese dopo a Roma esplode il ’77 e lì si apre tutto un discorso nuovo, diverso, che dura all’incirca fino ai primi ’80, diciamo ’82-83 (anno in cui, come sai, vinse lo scudetto la Roma, che da quel che capisco è un argomento che ti interessa). Poi quello che chiami “antagonismo italiano” prese altre strade, meno note, ma per me altrettanto interessanti e proficue… Anzi, a dirla tutta – per formazione, trascorsi generazionali e tutto – sento più affinità con, che ne so, i milanesi che nel 1986 si inventano una rivista come Decoder che con il Re Nudo di Valcarenghi, ma è chiaro che c’è un filo rosso che lega tutto, che mette in comunicazione ere storiche diverse e linguaggi tra loro anche molto differenti. Poi arrivano gli anni ’90 e lì si apre un’altra fase ancora, che credo dobbiamo ancora storicizzare per bene e che fu veramente qualcosa di interessante e in qualche caso enorme: anzi, mi fai pensare che il mio amico Valerio Bindi descrisse i ’90 come «gli anni Sessanta della contemporaneità», il che se vuoi si lega alla domanda che mi facevi prima sulle età dell’oro e tutto il resto. Magari mi prendo altri cinque anni e riparto da lì.

Dalla fine torniamo all’inizio: vuoi spiegarci il perché del titolo Superonda?

Certo: ecco spiegato tutto. Se non è un’icona questa…

1 agosto 2016
1 agosto 2016
Leggi tutto
Precedente
Più sei vicino al disastro e più sei potente. Intervista a Hayden Thorpe dei Wild Beasts Wild Beasts - Più sei vicino al disastro e più sei potente. Intervista a Hayden Thorpe dei Wild Beasts
Successivo
Rap e letteratura potenziale. Intervista a U.G.O. U.G.O. - Rap e letteratura potenziale. Intervista a U.G.O.

Altre notizie suggerite