Recensioni

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Questa volta dietro il bancone di regia non c’è Mark Ronson, ma poco importa, perché i Black Lips hanno ottenuto comunque il loro risultato. Underneath The Rainbow sancisce la definitiva trasformazione in un gruppo pop tout court. Del garage rock i Nostri mantengono la sintassi stilizzata, l’andamento abborracciato e, naturalmente, l’urgenza, che per i quattro è certamente l’elemento più importante, l’unica cosa che li tiene ancora legati al sound scalcinato degli esordi.

Quel senso di immediatezza oggi la trasmettono innanzitutto con melodie infettive. Anzi, da questo punto di vista il nuovo lavoro supera anche il precedente Arabia Mountain di cui sembra una versione più compatta e focalizzata. Se il precedente lavoro sfruttava il nome del produttore più cool del momento, ma manteneva quell’approccio sfilacciato e weird che aveva sempre contraddistinto la band di Atlanta, qui il lavoro di produzione c’è e si sente. A subirne le conseguenze sono soprattutto le chitarre, passate da armi contundenti a elementi di un paesaggio sonoro sempre più ricco e colorato. Si impastano a chorus e percussioni nel mirabolante glam rock della conclusiva Dog Years, ricamano esili jingle jangle sulla spigliata Smiling (una nuova Modern Art con una marcia in più), si lasciano addirittura sovrastare da basso e handclaps sui ritmi ramonesiani di Make You Mine. In generale non prendono mai il sopravvento, spartendosi con gli altri strumenti (su tutti, le voci da sgherri di Cole Alexander e compagni) il compito di gestire i mille “ganci melodici” di cui si compone l’album. Sarà interessante verificare come il southern rock di Drive By Buddy e Justice After All si traformerà dal vivo in qualcosa di dirompente, o come il suggestivo mix fra synth e rifforama alla 13th Floor Elevators di Funny saprà svelare il lato più ipnotico. Tuttavia è grazie ai chorus avvincenti che questi brani diventano irresistibili marchingegni pop.

Cos’è dunque che previene i Black Lips dall’inusitata accusa di ammorbidimento? Forse la sfacciata incoscienza, l’ignoranza punk che emerge a dispetto dei colpi di pialla dello studio, l’approccio informale e sguaiato che nel soul anthemico di Boys In The Wood occhieggia agli Stones di Exile On Main StreetSta di fatto che, anche questa volta, i Lips dimostrano di non essersi voluti disfare del passato, ma di averlo saputo introiettare ed elaborare fino a scoprirsi la più grande party band del momento.

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