Recensioni

A prescindere dai generi (psych-rock, synthpop o indie pop), le band australiane più blasonate degli ultimi anni hanno un filo conduttore: un grande istinto melodico. Rientrano pienamente in questa categoria i Cloud Control, vincitori dell’Australian Music Prize 2010 per l’album di debutto Bliss Release.
Le sonorità tanto acerbe quanto trascinanti dei primi tempi – l’omonimo EP del 2007 e il singolo Death Cloud del 2008, riproposto poi super ripulito in Bliss Release – hanno con il tempo subito un addolcimento dettato sia da una produzione ovviamente più patinata, sia da una direzione sonora più distesa e dilatata. Il piacevole fluttuare dell’opera seconda Dream Cave ha traghettato il gruppo di Alister Wright e Heidi Lenffer nella top 10 della classifica australiana, ennesima conferma di come – contrariamente al nostro “bel paese” impantanato tra pensionati della canzone, talent e rapper accecati dal riflesso dell’oro – nel nuovissimo continente ci sia sempre spazio per giovani band dall’appeal internazionale (Tame Impala, Gypsy & The Cat, Atlas Genius, The Jezabels, San Cisco ecc.).
I loop, gli space-synths e l’intreccio di cori in echo di Scream Rave introducono un disco coeso nella sua perfezione stilistica, nonostante le diverse sfumature caratterizzanti i singoli brani. Moonrabbit pesca dal sixties-pop californiano, Island Living si appoggia al corposo groove ritmico e sembra figlia di un certo modo anni ’90 di intendere il synth-pop (oscuro e rock-friendly), Dojo Rising è pura e contagiosa indolenza mentre Happy Birthday si aggrappa ad una strofa a cavallo tra spensieratezza e malinconia. Meno immediata ma indubbiamente degna di essere citata è Promises che, come la titletrack, è un brano d’altri tempi con un Alister Wright in grande spolvero – qui si muove tra Evans Kati e Alex Ebert – e un bel gioco di cori in supporto. Se le armonie a due voci della coppia Wright+Lenffer possono spesso ricordare quelle della coppia Buckingham+Nicks (Fleetwood Mac), i riferimenti temporali – esclusa la furba Scar – sembrano essere comunque altri, cioè quelli di un post-modernismo che sfrutta gli anni Sessanta, non solo per cavalcare l’onda neo-psichedelica (la lisergica Tombstone ad esempio), ma anche per rievocare le suggestioni meno battute di quell’epoca.
Ciò nonostante (e sebbene sia giusto apprezzare l’evoluzione di un progetto) Dream Cave non è incisivo quanto il predecessore: le canzoni non mancano e l’eterogeneità neanche, ma tutto sembra rimanere confinato all’interno di un disco incapace di lasciare una traccia all’esterno, tanto che – con un po’ di cattiveria – si potrebbe affermare che l’aspetto dell’intero lavoro che rimane maggiormente impresso sia l’artwork.
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