Tame Impala (AU)

Biografia

Nel nostro immaginario l’Australia resta quel territorio misterioso e inesplorato, dominato ancora dai ritmi della natura, sede di distese arboree ideali per realizzarvi un film come il Signore degli Anelli, patria di canguri, surfisti, ragazze in bikini e grande rock, ovviamente. Il terreno ideale per un gruppo di giovani un po’ stonati, musicisti tutt’altro che accademici, passati da enclave neo psichedelica nel cuore di un nuovissimo continente a realtà di fama planetaria. Sono bastati pochi anni a Kevin Parker e compagni per impossessarsi delle suggestioni del passato e combinarle con le sonorità di inizio millennio, portando lo spirito sperimentale dei tardi 60s nelle parti alte delle classifiche. Il tutto è stato possibile grazie ad una sensibilità multiforme che ha saputo rimodularsi sull’ambiente sonoro che la circondava, sfuggendo così al facile paradigma della nostalgia.

È una storia relativamente giovane la nostra. Ha inizio alla metà dello scorso decennio, quando alcuni giovani freak dell’assolata capitale dell’Australia Occidentale si riuniscono nei Mink Mussel Creek. Non sono ancora ventenni, ma per look e attitudine sembrano usciti da una bolla temporale posta in qualche punto dei tardi 60s, quando ancora l’oscurità non aveva inghiottito il sogno hippy e forme di psichedelia evoluta davano origine ai primi embrioni progressive. Nick Allbrook, Joe Ryan e Sam Devenport si scambiano strumenti e riferimenti culturali per dar vita ad una musica che alterna scosse telluriche heavy blues, deliqui free form e psichedelia liquida. Fra gli ultimi arrivi c’è Kevin Parker, inizialmente in qualità di chitarrista. Quando infine Devenport passa la mano, prende posto dietro alla batteria.

Parker non è un volto nuovo a Perth, da anni scrive canzoni in autonomia prima con il moniker Dee Dee Dum e quindi con quello di Tame Impala. I suoi sono brani dal forte impatto lisergico ed emotivo, in cui, almeno inizialmente, è riconoscibile l’impronta hard blues dei Cream. Con lui i Mink Mussel Creek incidono un LP che non vedrà mai la luce, ma che verrà postato postumo su Internet beneficiando della notorietà conquistata nel frattempo dagli ex membri della band. È un’esperienza breve ma significativa, di cui, per la precisione, non viene decretata ufficialmente la fine. Di fatto nel 2006 i Mink Mussel Creek sono ormai storia. Quel che accade, però, è che ciascuno dei membri inizia a intrecciare nuove relazioni artistiche, senza peraltro porre termine alla reciproca collaborazione (né, tanto meno, all’amicizia). Ognuno di essi dà vita a nuove band, instaurando una proliferazione di nuovi progetti con un processo di “gemmazione”: in breve a Perth si instaura qualcosa a metà fra una vera e propria scena musicale ed una realtà polimorfica, fatta di band capestro dietro cui si celano i medesimi musicisti, tutti portatori sani di una concezione antica e comunitaria del pop. «Fra Tame Impala, Pond, The Silents e These Shipwrecks», raccontava Parker in un’intervista del 2010, «si è instaurato un rapporto per cui, a un certo punto, ognuno ha iniziato a suonare nella band degli altri. Non è propriamente una scena come siamo abituati ad intenderla, diciamo piuttosto che ognuno di noi ha molto tempo a disposizione e tanta ispirazione da dedicare alla musica».

Da quella nebulosa informe si staccano subito i Pond, il collettivo guidato dall’efebico Nick Allbrook, quello che più di ogni altro perpetuerà lo spirito anarchico dei Mink Mussel Creek. Alla batteria siede ancora Kevin Parker, che nel 2007, dopo aver sottoposto i brani dei Tame Impala a decine di etichette, riceve una risposta positiva della Modular. Il risultato è un EP senza nome, che da molti verrà ricordato come Antares Mira Sun, per via delle parole che campeggiano sulla copertina disegnata da Parker stesso. «È un disegno che rappresenta la nebulosa di Orione» spiegherà l’autore, «composta in parte da gas e in parte da polvere, non una vera e propria stella ma una stella in fieri». Anche i Tame Impala sono una stella pronta splendere. Dal vivo la formazione comprende tutti i membri dei Pond (con Jay Watson alla batteria e Parker alla chitarra), mentre in studio è frutto della fantasia del solo Parker. È lui a suonare tutti gli strumenti e a registrarli con un equipaggiamento casalingo che conferisce all’EP un tocco lo-fi che ne corrobora la patina vintage. Brani come Desire Be Desire Go e Half Full Glass Of Wine sono avvolti da potenti spirali hendrixiane. Il suono saturo della chitarra, che sembra uscire letteralmente dagli speaker, è al servizio di una melodia che in molti definiranno beatlesiana, per via del timbro lennoniano di Parker, ma che a ben vedere ha più punti in comune con i deliqui di primi Pink Floyd e gli svolazzi free form di certo prog dall’ispirazione più spacey. Il disco vende circa ventimila copie venendo così proiettato in testa alle classifiche indipendenti locali: il miglior biglietto da visita, in attesa di un esordio sulla lunga distanza che, nelle intenzioni di Parker, sarà alquanto differente. «Con Innerspeaker», ricorda l’artista, «per la prima volta, le singole registrazioni erano finalizzate a un progetto organico. In passato mi era sempre capitato di incidere una o due canzoni alla volta, nell’arco di un tempo relativamente ampio, per poi magari metterle insieme per farle uscire come EP o singolo. Questa volta mi è stata data la possibilità di concentrarmi sul progetto complessivo. Credo che sia questa la ragione per cui l’album suona così differente da quanto ho realizzato in precedenza». Innerspeaker stupisce pubblico e critica, che in molti casi finirà per definirlo il miglior disco dell’anno. Ha passione, suggestione, groove e ambizioni che lo distinguono dal 90% delle produzioni psycho rock pubblicate nello stesso periodo. Un mix di tradizione e modernità ottenuto anche grazie a collaborazioni eccellenti, come quella con Tim Holmes dei Death In Vegas, in veste di ingegnere del suono. Il disco viene trascinato da un terzetto di singoli in cui, per la prima volta, la scorza heavy rock lascia spazio a coloratissime esplosioni sonore orchestrate sotto la supervisione di Dave Fridmann, il demiurgo del suono dei Flaming Lips di The Soft Bulletin: «l’unica persona che avrei accettato di avere al mio fianco», sottolineerà Parker. In effetti quello con i Flaming Lips è un paragone calzante, a partire dalle ritmiche esplosive, fino ad un certa impostazione cinematica di brani come It Is Not Meant To Be. Anche per questo Innerspeaker è un gioiello dal suono vintage ma estremamente pulito: non si fa rinchiudere nell’angusto steccato del verse-chorus-verse, si arricchisce di gustosi effetti e tastiere analogiche e lambisce architetture prog senza mai suonare stucchevole o pretenzioso. Al contrario, brani come il singolo Solitude Id Bliss ridefiniscono il ponte fra antico e (post) moderno psycho pop. Quest’ultimo sarà presentato da un video oscuro, apocalittico, disperato e poetico. Un cortometraggio realizzato da filmmaker francesi che contribuirà a creare un alone di mistero intorno alla musica del gruppo.

Nel frattempo gli Impala hanno iniziato a decollare, grazie ad importanti apparizioni al fianco di gente come Kasabian e Black Keys, e al tour di supporto ai MGMT, da cui impareranno a gestire lo status di next big thing. Il successo di Innerspeaker illumina anche i Pond, che dopo un lavoro dal piglio più funk e glam come Frond, si ritirano in una casa isolata nella campagna australiana per registrare Beard Wives and Denim, album che riduce le distanze dalle sonorità dei Tame Impala. Parker, dal canto suo, inizia a lavorare ai nuovi brani appena dopo la pubblicazione del disco d’esordio. Il consenso di critica e pubblico moltiplicano i mezzi a sua disposizione, il che, unito al suo perfezionismo, agli impegni con i Pond e alle collaborazioni che a quel punto iniziano a moltiplicarsi, allunga a dismisura i tempi per la realizzazione del nuovo materiale. Il disco viene registrato fra Perth e Parigi, dove Parker resterà sei mesi per via della relazione sentimentale ed artistica con Melody Prochet (al cui progetto Melody’s Echo Chamber fornirà aiuto e ispirazione). Nel 2012, su pressione della casa discografica, Parker è costretto a porre un termine al lavoro e a fare uscire Lonerism, album che fin dal titolo suona come un concept sul solipsismo del suo autore. «Al centro c’è una persona solitaria, un personaggio che cerca di rapportarsi col mondo esterno ma scopre di non riuscire realmente a farne parte. Credo che il protagonista sia fondamentalmente ingenuo». Questo, almeno secondo Parker, che tuttavia respingerà ogni preteso riferimento autobiografico. Su Lonerism le chitarre perdono la loro centralità, per cederla ad un sound liquido e ancestrale. Quello di Apocalypse Dream e Mind Mischief è pop onirico e magniloquente. Il linguaggio sonoro di Kevin Parker fa i conti con il genio eclettico di Todd Rundgren (che peraltro ricambierà remixando il brano Elephant) ma anche con il melodismo generoso dei Supertramp (di cui l’artista ammetterà ascolti ripetuti) e di tanta parte del pop rock di marca 70s. Il che consentirà il suo sdoganamento nei palinsesti delle radio commerciali. Lonerism è l’album giusto al momento giusto. Appena più regolare di Innerspeaker, ma pur sempre elegantemente visionario (grazie anche al mixing di Dave Fridmann, diventato ormai un marchio di fabbrica), arriva quando le categorie di mainstream e indie si sono ormai sfaldate, lo shoegaze è diventato un fenomeno importante e la psichedelia ha fatto il suo ingresso nelle produzioni milionarie. Il che, unito a ganci accattivanti come quelli di Elephant e alla tendenza al groove che si impossessa della band soprattutto in fase live, decreta il successo planetario del disco e del tour che ne segue. Gli eccessi di un tour mondiale e lo stress di mesi passati costantemente sotto i riflettori, portano nel 2013 alla perdita (come touring member) di Nick Allbrook, che è costretto a lasciare la band e a tornare in Australia per concentrarsi nuovamente sui Pond, cedendo così il suo posto a Cam Avery dei Growl. Al contrario, Kevin Parker è perfettamente a suo agio nel ruolo star del pop. Nei mesi successivi si ritrova  coinvolto in decine di progetti, molti dei quali (la collaborazione con il rapper Kendrick Lamar, il progetto space funk Kevin Spacey, fino alla partecipazione all’ultimo disco di Mark Ronson, Uptown Special) vanno nel verso di un’elisione di qualsivoglia barriera fra i generi musicali.

Solo nel 2014 si fa strada in lui l’idea di produrre un nuovo disco dei Tame Impala. Le esperienze fatte da quando Lonerism è stato pubblicato lo spingono a sperimentare sempre di più sul versante elettronico. Nelle interviste afferma di aver apprezzato RAM e la disco-funk post-moderna dei Daft Punk. Quando a marzo del 2015 viene pubblicato il singolo Let It Happen (disco glam psichedelico dalla lunga e sognante coda strumentale) è chiaro che il tema del nuovo album sarà quello del cambiamento e della maturazione. I successivi singoli  (Cause I’m A Man, Disciples ed Eventually) pubblicati a scadenza regolare nei mesi successivi, non faranno che confermarlo, facendo di Currents uno degli album più attesi del 2015 e corroborando l’immagine di Kevin Parker come cantore di una generazione per cui i concetti di modernità e revivalismo hanno perso consistenza. La nuova prova infatti, confermando i buoni presupposti, cita un po’ tutto e niente, con i piedi ben piantati nei 70s ma anche sulla scorta di una palette di riferimenti allargatasi a dismisura, al punto da renderli indistinguibili. Gli ultimi Daft Punk naturalmente c’entrano, così come il sound più electro oriented è palpabile in una scaletta che punta comunque meno sul groove rispetto al duo parigino, per dar spazio, coerentemente con il percorso della band, alla melodia ma anche ad un pizzico di ironia (vedi Yes, I Am Changing e Cause I’m a Man con citazioni più o meno esplicite dei Bee Gees).

L’arte di Parker come musicista e cantautore (lo scriviamo anche in sede di recensione) resta quella di una trasformazione psichedelica della pop song. Lui stesso dice di essersi chiesto se sia lecito o meno utilizzare ancora questo termine: eppure, se la psichedelia è quel modo che gli artisti hanno di allentare le trame della realtà per intravedere nuovi scenari possibili, la musica del Nostro deforma contorni e strutture delle canzoni pop per farsi altro, «come un sogno in cui non riesci a riconoscere i volti delle persone che ti sono familiari». Sta tutto qui il pregio di una Let it Happen: la capacità di trasfigurare un brano disco in senso kraut. Analogamente colpisce l’efficacia di brani come The Moment e New Person, Same Old Mistakes, con le loro code cinedeliche, la sensibilità retrofuturista e le soluzioni bombastico-rumoriste apprese da Dave Friedman: artefatti di pop immaginifico uguali solo a se stessi, per cui ogni riferimento ad artisti del passato come Todd Rundgren e Brian Wilson, per quanto qualificanti, lasciano il tempo che trovano.

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