Recensioni

La scena post-punk danese in appena un lustro si è ritagliata un posticino piuttosto importante all’interno dello sterminato macrocosmo indie anni Dieci. Tralasciando nomi quali Lust For Youth e Sexdrome che stilisticamente si distaccano dal focus in questione (synth-wave la creatura di Hannes Norrvide, noise-black metal i secondi), è facile risalire ad un filo conduttore che passa per influenze – sia musicali che estetiche – comuni: il punk è masticato con la sfrontatezza (appena) post-adolescenziale e sputato con una attitudine che esce dai classici binari del teen-angst per abbracciare una decadenza cercata con tutte le forze. Ragazzini che giocano a fare gli adulti con in testa l’eleganza oscura di Nick Cave o Peter Murphy, tagliata però con le asperità hardcore.
Un circuito underground, concettualmente non così distante dalle crew hip hop, nato da ritrovi comuni (principalmente a Copenaghen) e giri di amicizie che hanno dato vita ad almeno una decina di progetti (spesso paralleli) in grado di sconfinare con prepotenza verso l’estero (il 13 Torches for a Burn a Los Angeles è stata la consacrazione). Lower, Vår, Marching Church, Yung, Hand of Dust alcuni dei nomi, gli Iceage il gruppo simbolo, Elias Bender Rønnenfelt l’icona.
Proprio a ridosso della giornata (il 4 giugno) del Beaches Brew festival, in cui il pubblico italiano potrà ammirare le gesta di Iceage e Yung, i giovanissimi danesi Communions pubblicano il secondo, omonimo, EP dopo essersi fatti notare lo scorso anno con il quattro tracce di debutto Cobblestones, ancora piuttosto acerbo e appesantito da qualche pecca (anche in sede di produzione) tipica delle band alle prime armi, cioè quando la voglia di “spaccare” ha ancora la meglio sui mezzi – anche tecnici – a disposizione (chi ha visto dal vivo i primi Iceage probabilmente ha capito cosa intendiamo).
Pubblicato dalla Tough Love, Communions EP mostra importanti segni di maturità che vanno di pari passo con alcune scelte stilistiche meglio definite rispetto agli esordi. Il brano simbolo è certamente Out Of My World: sei minuti che racchiudono tutta la indieness anni Dieci – riverberi, bassi post-punk, l’amore per il guitar-pop degli anni ’80 – lasciata ai posteri da una melodia anthemica clamorosamente pop sprigionata dal particolare timbro (quasi androgino) di Martin Rehof.
C’è qualcosa di vagamente british (più precisamente, manchesteriano) che scorre lungo i cinque passaggi dell’EP; in particolare, è l’opener Forget It’s a Dream a riportare alla mente le gesta degli eroi del periodo baggy/madchester (Stone Roses su tutti, ma anche Charlatans). Il suono è bello gonfio (il drumming è ad altezza big music), la produzione è su un altro pianeta se confrontata con quanto pubblicato solo un anno fa e le chitarre disegnano trame che si intrecciano tra di loro con grande naturalezza. Summer’s Oath è un altro highlight in cui le stratificazioni (tastiera compresa) confluiscono in un vortice jangly-punk ad alta dinamicità; leggermente più fiacche a livello compositivo invece Wherever e Restless Hours.
Difficile chiedere di più, per il momento, ai quattro di Copenaghen, pur consapevoli che – per quanto migliorati sotto tutti i punti di vista – ci sono ancora alcuni aspetti perfettibili: Rehof ha trovato il proprio trademark vocale ma deve stare attento a non abusarne, e a livello melodico manca ancora un po’ di costanza. Le premesse per un album di debutto degno di nota ci sono comunque già tutte.
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