Recensioni

Si potrebbe parlare dei numerosi ospiti di rilievo, da Joe Lally (Fugazi) a Giorgio Canali, da Alfonso Santimone (El Gallo Rojo) a Luca Bottigliero (Mesmerico, ODM, Lucertulas), ma così facendo si farebbe un torto grave a Dagger Moth, nom de plume sotto il quale si nasconde una vecchia – ma mica tanto – conoscenza dell’underground italiano. È Sara Ardizzoni, infatti, la titolare unica del progetto, che dopo aver trafficato a vari livelli con altri progetti – Pazi Mine, Sorelle Kraus, Pilar Ternera, ecc. – decide di mettersi in solo per esplorare lande non troppo distanti da ciò che ha sempre fatto, ma rivestite di una grazia, una volontà di ricerca e una sensibilità – oltre che una messa a fuoco strutturale – non indifferenti.
Lavoro maturo di guitar-solo che gioca con registri vari – tutti di matrice rock, sia chiaro – e attraversa atmosfere e lande ora più aggressive e ruggenti, ora più intimiste e desolate. Evoca visioni ancestrali e deliqui desertici, esplora il blues trattandolo selvaggiamente e accarezza il rock con lievi venature folkish, costruisce articolati crescendo chitarristici (Wisteria Blues) tanto semplici in apparenza quanto complessi in realtà, procede di fingerpicking ma evitando il virtuosismo fine a se stesso (Ribot, dopotutto, è la stella del mattino dell’autrice), gioca sui chiaroscuri tra elettricità e paesaggi acustici, reiterazioni da loop station ed elettronica noisy, denotando una capacità non comune nel saper misurare le dosi dei numerosi ingredienti messi sul piatto. E il risultato, nella sua eterogeneità, non ne soffre. Anzi, risulta organico e coinvolgente. Dobbiamo aggiungere la banalità del bruco divenuto farfalla? Superfluo, specie dopo aver ascoltato questo esordio.
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