Recensioni

Anni di concerti in solo affrontati con chitarra, voce, loop e fascino maudit e un certosino, attentissimo, rigoroso al limite del maniacale, lavorio in sede di composizione, arrangiamento e produzione, hanno fatto sì che le pur buone intuizioni del precedente omonimo album (che segnava l’esordio solitario per la ferrarese Sara Ardizzoni) sbocciassero in tutta la loro sorprendente pienezza in questo comeback. Elegante e umorale come il precedente – ché la cifra stilistica quella è e quella rimane, anche al netto di variazioni sonore tout court e di affinamenti vari ed eventuali – ma leggermente più virato verso atmosfere umbratili e notturne, minimali e rarefatte, questo Silk Around The Marrow – nomen omen è stato già detto? – è un lavoro intrigante e ricercato, da sfogliare petalo (a.k.a. canzone) dopo petalo (a.k.a. canzone). Pjharveyano nel midollo, verrebbe da dire con un paragone che potrebbe sembrare ardito ma non fuori luogo, per quella sensuale venatura che lo taglia trasversalmente e per la sapienza nell’unire le chitarre – sì, la Ardizzoni nasce e rimane una chitarrista – lisergiche, diluite, evanescenti con tutta l’elettronica più in bassa battuta, trip-hoppesca, esangue e cinematografica possibile.
La tensione montante di Grow A Shell, le oniriche reiterazioni di Backbone, la suadente malia della title track, la lancinante malinconia aspra e rude della ballad A Kind Of Fire (vicina a certe cose di Francesca Lago altezza Siberian Dream Map) e la chiosa sospesa e alien(at)a di Event Horizon: piccoli punti cardinali di un lavoro omogeneo e strutturato, poetico e struggente, intenso e onirico, che relega le pur notevolissime spalle – Antonio Gramentieri (Sacri Cuori) e Franco Naddei (Santo Barbaro, Francobeat) alla produzione, il buon Marc Ribot alla voce “posseduta” nella citata Event Horizon – a surplus accessorio. Tanta e tale è la bellezza minuta, intima, in punta di plettro che Dagger Moth ha messo sul piatto in un lavoro che è decisamente uno scatto in avanti.
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