Recensioni

6.7

Osservando il recente passato, la sensazione è che Kill For Love dei Chromatics abbia rappresentato non solo il trionfo della versione più cinematica (così lo definemmo all’epoca) e romanticamente notturna del synth-pop, ma anche la sua rapida morte: difficilmente eguagliabile sotto diversi punti di vista, l’album targato Italians Do It Better sembra aver scoraggiato i più ad imboccare quelle evocative strade.

Negli ultimi due anni, infatti, poche sono state le uscite vicine a tali atmosfere: tra le più riuscite abbiamo senza dubbio Nature Trips, l’ottimo singolo di Eyedress (presente nella nostra playlist SA Presents: Tracks from EPs 2013), The Peak of Diggitiness targata Doctrine, alcune cose contenute nell’ultimo Xeno & Oaklander, l’omonimo debutto lungo firmato Gold Zebra e soprattutto Innerworld, l’album d’esordio degli Electric Youth. In realtà i canadesi Electric Youth (Bronwyn Griffin e Austin Garrick) esordienti non lo sono affatto, dato che tre anni fa la loro A Real Hero (con David Grellier aka College) era tra i brani di punta della colonna sonora di Drive e che da allora hanno pubblicato almeno una manciata di singoli collaborando anche con miss nu-italo Sally Shapiro.

Appesantiti da un look – soap opera/disco-kitsch – che rispetta le regole del genere, i due cercano di liberarsi dalle fin troppo stereotipate – per quanto sempre affascinanti – coordinate dark-metropolitane, elevando il discorso su retromanie eighties di stampo più fantascentifico/spaziale e picchi di epicità di scuola m83, pur mantenendo un alone nostalgico di grande effetto. Assodato che Austin Garrick possiede la metà del genio creativo di Johnny Jewel e che Bronwyn Griffin è più che altro funzionale alla causa, Innerworld è un disco decisamente contagioso: A Real Hero – giustamente qui riproposta – continua a spiccare, ma è accompagnata da almeno altre cinque o sei tracce di perfetta sintesi pop.

Before Life introduce l’ascolto e facilita l’ingresso nel giusto mood, con Vangelis ad osservare al largo dei bastioni di Orione, e poi si parte per un viaggio al neon. Runaway – un po’ Madonna in modalità dreamy – per tutti i nati negli anni ’80, è un tuffo nell’infanzia, Innocence – “Where have you gone sweet innocence?” – incalza e ammalia e Tomorrow allontana gli eccessi patinati concedendo maggiore spazio al reparto strumentale, mediamente composto dal beat dritto della drum machine e da un synth una volta minimale, la volta dopo possente e saltuariamente strillante (Jewel insegna).

Le più ordinarie WeAreTheYouth e Another Story – più che piacevoli ma leggermente ripetitive – nulla tolgono a Innerworld, un disco che non ha la pretesa di presenziare nelle classifiche di fine anno, ma a cui dobbiamo riconoscere il merito di mantenere vivo l’interesse verso certe sonorità, con gusto e preziose soluzioni melodiche.

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