Recensioni

Dal tessuto che conteneva Mastice alla pelle nera, è già evidente la ricerca concettuale che ammanta questo Morire, sorta di album a concetto sulla morte che segue a poco tempo di distanza quel breve album che molti aveva impressionato un anno fa. La bustina cucita a mano che, come da tradizione, caratterizza le uscite di Fabrizio Testa, segna profondamente l’ascolto del disco, in virtù di quel suo rievocare in maniera forte e decisa il distacco materico, lo spellamento post-mortem effettuato sul corpo (morto?) della canzone in italiano, che il nostro rende sempre più viva.
Come al solito accompagnato da una all-star backing band variabile numericamente, stilisticamente e “umoralmente” (Iriondo, Bertacchini, Amy Denio and so on), Testa inanella brevi composizioni a “tema” che sono piccole gioie per gli ascoltatori più avventurosi e curiosi di vedere alcune delle evoluzioni possibili del “pop” made in Italy. Il coro degli Alpini “Mario Bazzi” di Milano diretto dal maestro Marchesotti introduce, spiazzando, questo breve disco, ma non c’è da sorprendersi per una scelta così “forte”: nel mondo di Testa tutto è collegato da una invisibile (ai più, ma il problema è loro) linea per cui l’asincronia vocale di Bertacchini e le manipolazioni sulla chitarra baritono di Iriondo, affidate a Africa Addio, sono fino in fondo senso di morte, tanto quanto l’ironica dicotomia tra un campionamento d’autore (l’Alberto Sordi de “Il Vedovo”) e un testo di una caustica amarezza (opera di Fabrizio Testa e raddoppiato da Amy Denio) come in Uccidere. Non è casuale che l’intero lavoro sia dedicato a Simone Cattaneo, voce tra le più dissonanti in un panorama poetico ormai esangue come quello italiano e pertanto intriso di una inarrestabile e naturale tendenza alla morte, un po’ “come la freccia al bersaglio” (vedi alla voce Albert Caraco).
Un disco luttuoso e riflessivo, minimale e velenoso, “politicamente scorretto” e lateralmente sperimentale sul senso etimologicamente ultimo del vivere. Troppo breve questo percorso, se possiamo muovere una critica, ma è la densità degli spunti, dei significati e della ricercatezza a richiederlo. Una ricercatezza da intendersi come coraggio, proprio quello che manca spesso in un panorama musicale di già morti. Lunga vita a Morire.
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