Recensioni

6.9

Come altre correnti retromaniache dalla forte componente estetica (witchhouse, chillwave e vaporwave, ad esempio) anche la synthwave – o retrowave – a livello discografico non è riuscita ad uscire in modo netto dalla circoscritta nicchia internet-based composta sia da veri appassionati che da una grande fetta di nostalgico-curiosi che amano rielaborare i ricordi dell’infanzia in contesti meme-centrici. A livello extra-musicale, questo ritorno è stato piuttosto palpabile anche in lidi vicini al mainstream – basti pensare al caposaldo Drive, al caso trash-mediatico Kung Fury, al videogame Hotline Miami o al recente exploit di Stranger Things – ma discograficamente parlando si è mosso molto solamente ai margini più esterni del genere (il synth-dreampop cinematico dei Chromatics, l’horrorsynth dei Perturbator, il ritorno di Carpenter, ad esempio), mentre il nucleo centrale è rimasto limitato alle centinaia di progetti e alle migliaia di release che popolano Bandcamp senza che ci sia mai uno sbocco verso platee più ampie.

Sebbene buona parte delle pubblicazioni synthwave/retrowave siano prettamente strumentali e poco spendibili in ottica pop, c’è stato anche chi ha tentato di far confluire i due mondi, senza però troppa fortuna. Ci hanno provato (tra gli altri) lo scorso anno i Gunship e ci riprova quest’anno Colin Bennett alias FM-84, producer californiano con alle spalle alcuni singoli e l’EP Los Angeles. La tutt’altro che originale copertina dell’album d’esordio Atlas non è solo “identica” a quella di Gunship (stesso synthwave-sun), ma è anche un riassunto perfetto di quello che – con le parole di Bennett – simboleggia: «la storia della meraviglia, dell’immaginazione, dei sogni, della gioventù, dell’innocenza, dell’amore e della sofferenza catturati sotto la luce dorata di un sole estivo in dissolvenza. Un viaggio cinematografico scandito dal suono di un’estate ormai lontanta». Inutile rimarcare che un gioco di questo tipo funziona soprattutto quando riesce a smuovere qualcosa a livello emozionale, e questo accade quando risveglia quelle nostalgie romantiche legate a quella lontana infanzia di chi quegli anni (i fantomatici 80s) li ha vissuti in un certo modo.

Questo preambolo per presentare Atlas, un disco idealmente diviso in due tra le tracce strumentali e quelle in cui (cinque in tutto) le intuizioni di Colin fanno da cornice ad un formato canzone reso possibile grazie all’intervento di alcuni ospiti vocali piuttosto improbabili. In tre brani al microfono compare Ollie Wride, una di quelle voci fin troppo impeccabili che probabilmente fuori da un contesto di questo tipo finirebbe per essere sprecata: Running in The Night (titolo esplicativo) è una sostenuta drive-track che suona come uno strano incrocio efebico tra Don Henley e Freddie Mercury, Wild Ones riporta direttamente ai tempi de La Storia Infinita, mentre Don’t Want To Change Your Mind è una dolciastra ballata pop-r&b ad altezza Lionel Richie (che Dio ce ne scampi, ma non è vera retromania se il brutto non viene rivalutato). Josh Dally e Timecop83 collaborano in Let’s Talk, synth-ballad con situazioni alla Bryan Adams (vedi sopra), mentre per Goodbye è stato addirittura scomodato (o meglio, resuscitato) Clive Farrington dei When in Rome, meteora minore dei tardi eighties (The Promise la hit). Non poteva mancare, ovviamente, l’incursione finale e melodrammatica del sax.

Se questi cinque episodi escono clamorosamente vincitori proprio per come riescono a dare un senso post-moderno al becerume soft pop-rock di trent’anni fa, le restanti tracce si snodano in modo tutt’altro che monotono su territori da colonna sonora: uptempo e child-ish Arcade Summer, metropolitana e notturna Jupiter, sognante Everything. Per capire ed apprezzare Atlas è necessario mettere da parte qualsiasi pregiudizio, perché un lavoro di questo tipo va necessariamente (e forse esclusivamente) valutato per la capacità di raggiungere l’obiettivo prefissato. E in questo senso è un disco ineccepibile.

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