• mar
    31
    2017

Album

Fat Possum

Il grande salvatore della guitar music nel 2016 è stato senza dubbio Will Toledo, che con il suo progetto Car Seat Headrest e Teens of Denial non solo ha confermato l’hype che lo accompagnava da qualche tempo, ma ha anche saputo tenere alto – nelle classifiche di fine anno – il nome dell’indie rock nella sua forma più genuina e – per certi versi – classica e tradizionale. Il principale candidato per l’etichetta di “nuovo Will Toledo” è un altro Will che fa Marsh di cognome e Gold Connections di moniker artistico per la sua creatura musicale. Le similitudini non terminano qui, dato che lo stesso Toledo, oltre ad aver prodotto l’omonimo EP d’esordio, ha anche suonato chitarra, batteria e basso all’interno del cinque tracce dell’americano pubblicato via Fat Possum. Tutto troppo facile? No, se si pensa che i due si conoscono da parecchi anni, tanto che lo stesso Marsh ha suonato più volte tra le fila di quella che era la forma embrionale dei Car Seat Headrest (quando si facevano chiamare Bodies).

Di conseguenza le connessioni tra i due progetti si estendono a quasi tutto l’approccio compositivo e all’imprinting musicale tout court: troviamo infatti la medesima repulsione per la canonica forma canzone da tre minuti (pur non disdegnando la calligrafia pop) e lo stesso immaginario da anti-eroe vagamente nerd alle prese con i propri demoni interiori. Marsh, però, non possiede il lirismo-fiume di Toledo, ovvero quello che – forse – è il vero valore aggiunto all’interno di un indie rock sì ben scritto e dall’ottimo gusto melodico, ma fondamentalmente non rivoluzionario.

Memorie Pavement e Guided By Voices tra i solchi (scritti ormai tre anni fa) di Gold Connections EP ma non solo: in Faith In Anyone (dove si parla di amori che svaniscono,«Yeah well that was yesterday honey and that was pain. But now we’re nothing Nothing at all») troviamo tutto lo slackerismo di melodie deboli e pigre che trovano però la quadra – e l’energia – in un chorus («but then the sky opened up and the sun fell down on this heartache town») che riporta alla mente i Modest Mouse pre-MTV. Altrove invece (Isabel) aleggiano atmosfere da alt-americana prelevate dai mentori Ryan Adams e Wilco (dei quali il Nostro è un grandissimo fan) che ritroviamo anche – in una veste più dilatata – in New Religion. Peccato non sia presente in tracklist Icarus (la traccia con cui Marsh si è presentato al mondo sul finire del 2016), che avrebbe potuto tranquillamente prendere il posto di Salt, brano conclusivo semi-acustico che funge principalmente da decompressione.

Ciò nonostante, è innegabile come Will sappia scrivere ottimi ritornelli, sbilenchi nella forma, concreti e catchy nel risultato (Popular Fiction, vagamente Pinegrove nella strofa). Aspettando di esplorare le evoluzioni su formato lungo, la sensazione è che comunque l’americano faticherà a scrollarsi di dosso la nomea di “Toledo in formato minore”. Dovrà osare di più o, in alternativa, regalarci almeno tre o quattro killer tracks. Vedremo se ce la farà.

11 aprile 2017
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