Recensioni

6.9

Halls, all’anagrafe Samuel Howard, in un certo momento, durante il 2012, sembrava poter essere uno dei possibili nomi da classifiche di fine anno. Questo momento è rintracciabile nei giorni che seguirono la release del singolo White Chalk – dopo un promettente Fragile EP -, capace di lasciare i più a bocca aperta dinanzi a un’ottima sintesi epico-malinconica. Ciò nonostante, il pur valido album di debutto Ark passò praticamente inosservato, finendo per tranquillizzare le acque attorno al giovane londinese e relegandolo al solitario dimenticatoio fino al recente e silenzioso annuncio del secondo capitolo intitolato Love To Give, pubblicato nuovamente via No Pain In Pop.

Ark era tetro, claustrofobico e un po’ macchinoso. Immaginatevi un’opera imperfetta creata da un automa invece programmato per realizzare l’opera perfetta. Piuttosto che cercare di perfezionare il meccanismo, Howard ha preferito andare oltre i freddi solchi dell’abbattimento emotivo, trovando linfa vitale in un approccio meno legato all’elettronica (che si muoveva tra il glitch e il post-Blake) e maggiormente free-form, soprattutto sotto l’aspetto strumentale. Certo, ci sono ancora episodi in cui il Nostro si siede al pianoforte e si lascia sopprimere da un mare di echi, sulla scia del precedente capitolo (You Must Learn To Live Again, la titletrack), ma è altrove che il progetto Halls sembra acquistare una nuova – e non necessariamente definitiva – dimensione.

Registrato in un teatro, Love To Give fa leva su una strumentazione di varia estrazione (fiati compresi) che colora paesaggi nordici capaci di rievocare l’artwork del Fragile EP: è il caso di Forelsket (in norvegese significa “innamorato”), in cui troviamo alcune improvvissazioni al sax di derivazione jazz. Altrove, è il lavoro alla batteria che domina la scena, come nei nove minuti conclusivi di Body / Eraser, brano emblema, insieme ad Aria, di un nuovo corso tendente al post-rock di scuola Sigur Rós. La melodia non è stata lasciata del tutto in disparte (Aside, ad esempio, ha una linea piuttosto immediata), ma pare evidente che Sam si sia concentrato – con una maturità tutt’altro che scontata – soprattutto su aspetti di contorno che comunque donano un senso di evoluzione ad un percorso che ha visto aumentare la consapevolezza strutturale a scapito, forse, dell’emozionante senso di urgenza dell’opera prima.

Siamo quindi, nuovamente, di fronte ad un lavoro apprezzabile nella sua natura imperfetta. Quando Sam riuscirà a fondere gli aspetti positivi di Ark e di Love To Give e a scacciare un rischio noia per ora sempre dietro l’angolo, sarà arrivato il momento di inchinarci definitivamente.

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