• feb
    19
    2016

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Island

Parallelamente alla sempre più frenetica corsa al nuovo, sta inevitabilmente aumentando la tendenza a “bruciare” mediaticamente gli artisti ancora prima dell’album d’esordio. La lista di nuove promesse accompagnate da un grande hype – specialmente in determinati contesti web – al primo singolo o al primo EP e poi dimenticate al momento del debutto lungo è infatti sempre più folta.

Non dovrebbe far fatica ad evitare questo destino Jack Garratt, artista londinese che abbiamo iniziato a conoscere – e apprezzare – con l’EP Remnants (avevamo incluso Water all’interno della nostra playlist Tracks From Eps 2014) e con l’EP Synesthesiac, descritto su queste pagine come un lavoro più imprevedibile, privo della concretezza pop delle tracce contenute in Remnants. Dalla sua il Nostro ha una visibilità garantita dalla Island (che lo segue fin dagli inizi), la vittoria del Brits Critics’ Choice Award e l’ambìto premio BBC Sound Of, solitamente un primo tassello per un successo praticamente assicurato (tra gli altri, ci sono passati Adele, Ellie Goulding, Sam Smith e Years & Years). Insomma, anche se difficilmente raggiungerà i numeri dei nomi appena citati, per il classe 1991 attualmente stanziato a Londra si prospetta un 2016 pieno di soddisfazioni.

Risultati meritati? La risposta è senza dubbio sì. D’altronde basta osservare una qualsiasi delle sue esibizioni presenti su Youtube per capire che il ragazzone inglese possiede un talento fuori dal comune: il suo muoversi contemporaneamente tra pads, loops, synth e chitarra mentre sprigiona sul microfono tutta la potenza vocale di cui dispone è un marchio di fabbrica dal sicuro impatto; molti in passato hanno mostrato tali capacità ma pochi lo hanno fatto con la stessa (apparente) semplicità e naturalezza. Su disco la resa è purtroppo meno sorprendente di quanto non lo sia live. Musicalmente, il tutto è il risultato dell’unione tra un timbro caldo che si muove tra white-soul, gospel e pop e un comparto polistrumentale che privilegia wobble bass profondissimi e un senso del ritmo bello rotondo ma mai banale. L’eterogeneità è elevata, tanto che si vanno costantemente a lambire contesti di varia estrazione, anche qualitativa. Breathe Life, ad esempio, fa perno su un ritornello assolutamente dozzinale, per intenderci di quelli che potrebbero uscire da qualche gioiosa band fake-indie o da qualche hit EDM. La più complessa e appagante Far Cry è invece materiale fortemente legato alla club culture inglese anni Dieci: siamo a cavallo tra i primi Jamie Woon e SBTRKT, laddove sinuosi vocalizzi si adagiavano su beat di estrazione UK-bass e future garage (Fire).

La già conosciuta The Love You’re Given gira intorno a un evocativo loop vocale, mantenendo il discorso ancorato ad un certo r&b minimale; Weathered è una sorta di ballad-folk mascherata, annegata sotto alcuni strati di synth e precisi inserti chitarristici; meritevole anche Coalesce (Synesthesia, Pt. 2), traccia indubbiamente ben prodotta e arricchita da un un retrogusto bluesy. Tanti sono i dettagli – sonori o vocali – che destano interesse, ma nel complesso si avverte una scrittura ancora da affinare e una certa tendenza al compromesso (non sappiamo quanta influenza abbia la Island su questo aspetto) piuttosto limitante. Chiaramente su questi lidi c’è più sostanza che nei dischi di Sam Smith, Ed Sheeran o James Bay, ma l’impressione è che all’interno di queste dodici tracce non emerga completamente il potenziale di Jack Garratt. Esplicativa di questo “nuovo corso” Surprise Yourself: basso penetrante (ma dopo Limit To Your Love di James Blake certi suoni non colpiscono più allo stesso modo), strofa armoniosa e chorus abbandonato a se stesso, inutilmente epico nella speranza di conquistare l’high rotation radiofonica.

La posizione di Garratt all’interno della discografia del 2016 non è quindi così chiara e potente, dato che il Nostro esce a pochi mesi di distanza dalla definitiva transizione in campo mainstream della lezione post-r&b (PBR&B o come si preferisce chiamarlo), captata anche da popstar di tutt’altra estrazione come Justin Bieber o Zayn (One Direction) e in un momento storico in cui la frangia musicalmente più progressista mastica certe sonorità da troppo tempo per rimanerne realmente conquistata. Se Remnants era coeso e Synesthesiac più sperimentale e transitorio, l’album di debutto Phase è un grande tutto e niente in cui brillano sporadici lampi di genio e attimi di puro estro, troppo spesso tenuti a freno per centrare una funzionalità melodico/compositiva non sempre raggiunta.

23 febbraio 2016
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