Recensioni

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«It’s not like the love that they showed us on T.V / It’s a home that can burn, / It’s a limb to freeze / It’s worry /Love is worry»: si conclude così ...While You’re Alive, una delle migliori tracce contenute in Worry, il nuovo album di Jeff Rosenstock. Pur non rinnegando le tematiche che erano la linfa vitale dell’ottimo We Cool?, il trentaquattrenne americano sembra guardare il mondo con un occhio – appena – più maturo e, perché no, nostalgico. Una frase come «Friends will disappear after they fall in love and get married» (We Begged 2 Explode) assume qui un significato diverso, più agrodolce se vogliamo, rispetto alla sindrome da Peter Pan che scorreva lungo il disco precedente. Il ragazzone che solo diciotto mesi fa si rifiutava di seguire i coetanei (i “good Americans”) nelle tappe classiche della mid-life, alla fine si è sposato per davvero, spostando le ansie da contesti da loser intrappolato in una perenne adolescenza a contesti legati alla quotidianità, alla vita di coppia e più in generale all’amore. Ansie, come sempre, sdrammatizzate con un taglio ironico da intrattenitore nato.

Worry si apre con We Begged 2 Explode, piccolo instant classic che dopo un’introduzione piano-voce un po’ beatlesiana e un po’ natalizia («Someone’s gonna bleed and dribble trails in the snow»), in un modo vagamente telefonato ma funzionale cresce fino a raggiungere il climax nell’esplosione finale («Come and save me from all these magic moments I’ve forgotten»). Escludendo la più riflessiva e introspettiva To Be a Ghost… e gli assurdi trentotto secondi di Pietro, 60 years old, Rosenstock propone poi una serie di anthem power-pop caratterizzati da una scrittura autobiografica torrenziale – spesso viene dato spazio anche a dettagli apparentemente inutili – e da clamorosi ritornelli corali che in alcune occasioni sfiorano l’epicità delle rock-opera. Esplicativi sono il singolo pop-punk 90s Wave Goodnight To Me (accompagnato da un video tragicomico) e I Did Something Weird Last Night, in cui ritroviamo rimandi ai primi Weezer sotto quintali di cheap beers.

Se in We Cool? Rosenstock tagliava in modo piuttosto netto i ponti con le precedenti esperienze discografiche, in Worry propone inaspettati segnali di un riavvicinamento ai trascorsi tra le fila dei The Arrogant Sons of Bitches e dei Bomb the Music Industry! e lo fa in una seconda parte di disco composta da una sequenza di brevi tracce dai mille volti. Una sorta di medley degli stili toccati dal Nostro con i suoi gruppi durante gli anni Zero, tra improbabili stacchetti ska-punk (Rainbow), punk-rock californiano al fulmicotone (Bang on the Door), brutali escursioni in territori hardcore (Planet Luxury) e un’improbabile ode all’estate in formato glockenspiel-punk (June 21st). Su questa trovata ci sentiamo di appoggiare entrambe le scuole di pensiero, sia quella di chi pensa che la seconda parte della tracklist (17 brani in tutto) non sia poi così fondamentale, sia quella di chi considera queste bozze necessarie per esorcizzare definitivamente i “good ol’ days” e passare all’età adulta.

Mancano certe influenze folk che avevamo intercettato nel più concreto We Cool? ma l’americano ha chiaramente ancora tante storie da raccontare ed altrettante melodie killer da regalarci.

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