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7.5

È un po’ come un poeta del ‘500 italiano, il reverendo Johnny Mox. Inserito appieno all’interno di un canone (tra l’altro, inventato da lui), ma nello stesso tempo attento a lavorare di cesello, ad apportare modifiche, a sperimentare sulla forma e sul modello. A riprendere il discorso e spostarlo dall’asse intorno a cui ruota, senza per questo perdere in identità e, anzi, guadagnandone in personalità. Personalità che è debordante, tra l’altro, se ancora vi fosse ombra di dubbio. Uno che prende il suo esordio We=Trouble, una piccola bomba di sermone più human beat-box, più anthem, più mille altre cose messe insieme, e lo stravolge lavorando spesso sul materiale di allora (la sperimentazione di Ex Teachers o gli indizi sparsi nell’opener They Told Me To Have Faith And All I Got Was The Sacred Dirt Of My Empty Hands) è un personaggio di quelli con la “p” maiuscola.

Uno in grado di ripetere l’esperimento dell’esordio in solo, aggiungendovi una backing band che suona pesante (dal vivo sono i Gazebo Penguins, è cosa nota ormai, ma qui troviamo Andrea Sologni al basso, Mirko Marconi alle chitarre e il sitar di Alessandro De Zan degli In Zaire in una traccia) ed elaborando un disco che è totalmente anni ’90 – vedi alla voce crossover, un tempo fiore all’occhiello di molti, oggi vergogna nascosta negli armadi a fare il paio con mille altri scheletri che è meglio non indagare – senza suonare affatto anni ’90, è un piccolo genio. Il più “metallone” tra gli hip-hoppers (si può definire così o è riduttivo? Certo che lo è, perché Mox è un frullatone di gospel, spiritual, rime a incastro, flow inarrestabile, ecc.); il più folle tra i predicatori che hanno venduto al pari dei famosi bluesman pre-war l’anima al diavolo al famoso crocicchio – guardatevi la copertina e ditemi se non è un gioiello di quelli da rimanere a bocca aperta – ma che il blues lo passa sotto i macchinari punk; un nero travestito da bianco curioso e onnivoro come una scimmia, capace di rielaborare millemila input in una forma tremendamente personale.

Johnny Mox, al secolo Gianluca Taraborelli da Trento, è questo e molto di più. È uno che s’è guadagnato sul campo le stellette e ha appena tirato fuori un disco che riesce a far convivere beat-box, preaching, blues polveroso, crooning alla Nick Cave, crossover 90s altezza Judgement Night, il diavolo e l’acqua santa, groove che sembrano infiniti e una grossa lezione di vita. Fai quello che vuoi fare al meglio, sali su un piedistallo e gridalo al mondo.

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