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Nulla meglio dell’ossimoro contenuto nel titolo poteva descrivere il disco di ritorno dei Junkfood. Seconda prova discografica dopo il buon Transience del 2011, The Cold Summer of The Dead amplifica ed esaspera il discorso iniziato nell’esordio, mostrando una band in stato di grazia e più conscia dei propri mezzi e limiti. Ispirato liberamente alla composizione poetica Novembre di Pascoli (il titolo è la traduzione dell’ultimo verso), la nuova fatica discografica del quartetto emiliano arriva a quasi un anno e mezzo di distanza dalla conclusione delle sessioni di registrazione: una gestazione lunga che ha dato modo ai musicisti di lavorare di fino in fase di missaggio e che ha permesso di ottenere un amalgama sonora durevole e brillante.
Meno jazzy della loro prova da rookie ma più orientato verso sonorità post-hardcore di scuola newyorchese, The Cold Summer of The Dead, a differenza del suo predecessore che forse soffriva di troppa verbosità, non si perde in divagazioni ma mira dritto al dunque, risultando più scorrevole e immediato, anche per chi non è abituato a confrontarsi spesso con il genere. Le ottime Days Are Numbered, Below the Belt e On Canvas mostrano il netto cambio di rotta della band verso sonorità più di sostanza, e la scelta di catturare il tutto con una registrazione in presa diretta ha fatto il resto, donando al prodotto finale concretezza e un tiro micidiale. Un lavoro certosino, quello del produttore Tommaso Colliva (già al lavoro con Muse, Calibro 35 e Verdena), che ha dato al suono della band una profondità sonora definita, di sicuro respiro internazionale e che conferma l’assoluto valore di un produttore tra i più in palla del momento.
The Cold Summer of The Dead è un ottimo disco: suonato con perizia tecnica e prodotto con gusto, rappresenta un bel passo in avanti nell’evoluzione di una band che ha lasciato intuire solo una piccola parte del potenziale di cui dispone.
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