Verdena (IT)

Biografia

Un’introduzione

I Verdena sono un gruppo alternative rock nato a Bergamo nel 1995 su iniziativa dei fratelli Ferrari: Alberto a voce e chitarra, e Luca alla batteria, mentre l’anno successivo si unisce al duo la bassista Roberta Sammarelli (già militante nelle Porno Nuns, un gruppo punk femminile di Bergamo), la cui entrata delinea la formazione definitiva del gruppo. Fin dagli esordi, e nonostante la scomoda etichetta di “Nirvana italiani”, il sound dei Verdena è caratterizzato da un punk-rock contaminato da vari generi e influenze, che, album dopo album, si è concretizzato ora in sonorità stoner e psichedeliche, ora in accenti maggiormente pop e di stampo classico.

Dopo un demo che va a ruba (500 copie vendute), la band firma con Universal nel 1998. Segue la registrazione, nel giugno 1999, del primo EP Valvonauta. Il debutto lungo arriva circa tre mesi dopo. Prodotto da Giorgio Canali e registrato allo Studio Emme di Firenze, Verdena esce il 24 settembre 1999, e, grazie anche alla pubblicazione dell’efficace singolo Valvonauta (già contenuto nell’EP omonimo), proietta il giovane trio tra i nomi da tenere d’occhio nell’alternative rock italiano. Attraverso un sound sporco e senza fronzoli, a metà strada tra garage, punk e grunge – oltre ai testi non-sense marchio di fabbrica di tutta la produzione successiva -, il disco vende quarantamila copie, e vale alla band il Premio Pim di Repubblica come Miglior Gruppo Rivelazione dell’anno. La crescente attenzione da parte di critica e pubblico viene inoltre rafforzata dalla partecipazione all’Heineken Jammin’ Festival e all’Indipendent Days Festival. Esce inoltre, nel 2000, la versione in vinile dell’album di debutto, che include l’inedito Ormogenia cantato da Roberta Sammarelli, insieme ad un altro EP, intitolato Viba, che contiene invece la cover di Sunshine Of Your Love dei Cream.

È un periodo, questo, che vede i Verdena alle prese con una maggiore sperimentazione sonora – come dimostra l’uso del mellotron e del piano rhodes -, che culmina con il terzo EP Spaceman, pubblicato nel 2001 e contenente tre nuovi brani, tra cui una cover di Reverberation dei 13th Floor Elevators. Il pezzo anticipa l’arrivo del secondo disco, intitolato Solo un grande sasso, che rappresenta il vero punto di svolta nel percorso dei tre musicisti: registrato allo studio Next di Mauro Pagani e arricchito dalla presenza del pianista Diego Maggi e del tastierista Fidel Fogaroli, Solo un grande sasso esce nel settembre 2001, e questa volta vede alla produzione Manuel Agnelli degli Afterhours. “Crocevia di quanto la band saprà fare da qui in poi” Solo un grande sasso è, nelle parole di Enrica Selvini, “un calcio ben assestato al Seattle sound, a chi voleva i Verdena figliocci fuori tempo massimo dei Nirvana, ma anche a tutti quelli che speravano nel reiterarsi del “teen spirit” e del pop-rock virato al grunge dell’esordio”. Un mix eterogeneo di rock, punk e pop, debitore tanto verso la psichedelia dei King Crimson quanto verso la classicità dei Beatles, dalle citazioni cinematografiche e attraversato da visioni oniriche, che conferma lo status della band quale entità ben definita all’interno del panorama indie di casa nostra.

A febbraio del 2002 esce Miami Safari, contenente la cover di Creepy Smell dei Melvins, mentre l’anno successivo cominciano le registrazioni del terzo lavoro, Il suicidio del samurai. Anticipato da Luna, che include una versione di Harvest di Neil Young -, l’album esce nel gennaio 2004, posizionandosi dopo poche settimane ai vertici delle classifiche italiane e raccogliendo i riscontri più che positivi sia dei fan che delle riviste di settore. Definito come “rude” dallo stesso Alberto Ferrari, Il suicidio del samurai suggella definitivamente la maturità musicale raggiunta dai Verdena nel primo decennio di attività, facendo conoscere il gruppo anche oltre i confini dell’Italia: risalgono infatti a questo periodo i tour in Svizzera, Germania e Austria, così come la ristampa dell’LP per la label francese Barclay (la stessa dei Noir Désir) a due anni di distanza dall’uscita ufficiale.

Segue il sesto EP, Elefante, pubblicato ad ottobre 2004. Dopo un tour durato quasi un anno e varie partecipazioni all’estero, il trio si riunisce nel 2006 all’Henhouse Studio – il pollaio di casa Ferrari riadattato a sala di registrazione – per lavorare a nuovo materiale. Alcuni mesi più tardi vede la luce la quarta prova Requiem, pubblicata il 16 marzo 2007 in Italia e poco dopo anche in Svizzera, Francia, Austria e Germania. In tracklist Angie e Trovami un modo semplice per uscirne, le uniche due registrazioni (entrambe acustiche) incise presso le Officine Meccaniche di Mauro Pagani.

Prodotto dal gruppo stesso, Requiem è frutto di “lunghe jam session e sperimentazioni in favore di atmosfere musicali maggiormente pop”, oltre che di approcci differenti nei confronti dei testi e delle linee vocali. Tra richiami acustici e, di nuovo, la psichedelia spaziale e visionaria delle prove precedenti, è presente in Requiem una maggiore attenzione per i dettagli, in grado di generare tanto una profonda attesa nella schiera già ben nutrita dei vecchi estimatori, quanto nuovi e appassionati seguaci, ma che non convince fino in fondo il nostro Gianluca Talia: “l’ascolto di Requiem farà difficilmente cambiare parrocchia a molti. Loro non danno idea di curarsene e proseguono per la propria strada, limitandosi a non fare nulla di diverso da ciò che semplicemente va loro di fare, che oggidì non è poco, senza ruffianerie di sorta per compiacere chicchessia. Sembrano, anzi, arroccarsi ancor di più sulle loro posizioni, quelle che li fanno passare per gli “antipatici” di turno: pochi sorrisi, zero ironia e decisamente qualche posa di troppo. I nostri tornano a noi con un sound in parte rivisto, appesantito e rallentato rispetto al recente passato, tanto da fargli correre il rischio di essersi finalmente liberati dell’odioso titolo di Nirvana italiani solo per vedersi appioppare quello di Queens Of The Stone Age de noantri”. Requiem avvia anche la carriera di Alberto Ferrari come produttore: infatti, solo due brani – Angie e Trovami un modo semplice per uscirne – vengono co-prodotti da Mauro Pagani.

Alcuni mesi più tardi, vede la luce il settimo EP, Caños, dove è presente una versione di His latest flame (Marie’s the name) di Elvis Presley. Concluso il tour di Requiem, arriva il progetto Betoschi, ovvero una band estemporanea messa insieme dai fratelli Alberto e Luca assieme al batterista Paolo Serra e ad altri amici, che dà alle stampe un album, intitolato 83705CH1, presentato dal vivo con una serie ridotta di date nell’ottobre del 2009. Dopo un periodo prolungato di assenza, il 13 dicembre 2010 i Verdena rompono il silenzio con la diffusione del video di Razzi arpia inferno e fiamme, diretto da Ivana Smudja e primo singolo estratto dal nuovo, doppio album Wow.

Uscito il 18 gennaio 2011, con le sue 27 tracce Wow è senz’altro il lavoro più sperimentale ed atipico del gruppo, attraversato da una gestazione complessa che ne ha tardato a lungo l’uscita: già nel 2009, infatti, Alberto Ferrari aveva a disposizione materiale sufficiente per completare un intero disco, che poi è aumentato fino ad arrivare a un totale di 50 pezzi. Dopo una lunga selezione, sono stati scelti 27 brani, che hanno portato la band ad optare per il doppio album. La scelta di pubblicare un doppio è stata definita dalla Universal un “suicidio commerciale”, ma i numeri, alla fine, hanno dato ragione ai Verdena: Wow, infatti, è stato premiato con il disco d’oro per aver superato le 30.000 copie vendute, oltre ad aver conquistato ottimi giudizi da parte della critica e degli ascoltatori, che lo hanno consacrato a vero e proprio capolavoro, paragonandolo a pietre miliari quali Mellon Collie and the Infinite Sadness degli Smashing Pumpkins e il White Album dei Beatles. La maggior parte delle tracce è stata scritta al pianoforte anziché alla chitarra, dando spazio a nuove suggestioni musicali e differenti influenze: Ferrari ha citato, tra gli altri, Beach Boys, Flaming Lips, MGMT, Grizzly Bear e Paul McCartney, oltre ad Anima Latina di Lucio Battisti e Mogol per i testi. A pochi giorni dalla pubblicazione, Wow raggiunge il secondo posto nelle classifiche italiane e numerosi soldout durante il tour di promozione del disco. Durante i live, si è aggiunto il polistrumentista Omid Jazi, che si è occupato delle partiture delle seconde chitarre, delle tastiere e dei cori.

Come ci racconta Stefano Solventi in sede di recensione, Wow “ci obbliga a meravigliarci di nuovo. […] La band si è buttata a capofitto in un sentiero acido e spigoloso, tutto svolte, visioni e circonvoluzioni, dove tra i pezzi e nei pezzi t’imbatti in Motorpsycho e Jimi Hendrix, Kyuss ed Animal Collective, Jefferson Airplane e residui Radiohead, Flaming Lips e certi Beatles altezza White Album (esplicitamente omaggiati nell’incipit di Rossella Roll Over, che ricicla distorcendolo quello di Ob-La-Di, Ob-La-Da). […] Si sono cuciti addosso abiti dalla squinternata ricercatezza, e gli calano a pennello. Il problema è semmai portarli con naturalezza. Ed è un problema decisivo. Manca infatti alla loro musica una ragion d’essere forte e genuina, che s’imponga con la semplice evidenza e necessità di sé. La sensazione è che stiano spendendo energie ad afferrare un linguaggio – a dimostrarsene in grado – sempre più complesso e strutturato”.

Ad aprile 2011, in un’intervista concessa a SA, la band approfondisce i retroscena dell’album, dalla sua lunga gestazione (“Per Wow abbiamo passato più tempo in studio rispetto agli altri album, però lo abbiamo registrato nel nostro studio di sempre, l’Henhouse, che è il luogo dove stiamo tra un tour e l’altro“) alla stesura dei testi (“parto dalla fonetica esatta delle parole, non dal loro significato, e da li comincio a costruire il suono del mio testo“).

A quasi quattro anni di distanza da Wow, a dicembre 2014, i Verdena annunciano tramite la loro pagina Facebook la pubblicazione di un lavoro in due volumi, prodotto, come il precedente, da Alberto Ferrari. Nella prima parte, pubblicata il 27 gennaio 2015 con il titolo di Endkadenz, la band sembra inscenare una lucida sospensione attraverso tanti elementi e suggestioni indefinite. Nondimeno è una discesa per i «sentieri del passato [con] salti e voli pindarici che hanno addosso il marchio della ricercatezza, a voler ribadire ancora una volta la condizione di band unica nel suo genere», si afferma in sede di recensione. Dopo un lungo tour di supporto inaugurato il 27 febbraio 2015 dal Velvet di Rimini, il 24 agosto il trio annuncia, sempre tramite la propria pagina Facebook, l’uscita del secondo volume di Endkadenz. Endkadenz, Vol. 2 esce il 28 agosto 2015, otto mesi dopo il Vol. 1: “Ancora tredici i brani che accompagnano l’ascoltatore lungo un tunnel sonoro opaco e claustrofobico, anche se si intravede una luce alla fine: […] usciti fuori dalla foschia degli anni ’90 (prima esemplificati con il singolo Un po’ esageri), stavolta i Verdena viaggiano tra passato e futuro, citando e rimescolando tutte le suggestioni che avevano accumulato con Wow”.

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