Recensioni

7

Con all’attivo due ottimi dischi – Alps del 2010 e Calendar del 2012 – i Motorama sono ormai da un lustro un punto di riferimento all’interno della scena musicale russa dal respiro più internazionale. Un terzo album – intitolato Poverty – che esce nel momento giusto, dato che, a livello di coordinate geografiche, va ad affiancarsi alla release di Everything Else Matters dei Pinkshinyultrablast, dando così vita ad una pseudo micro-invasione sovietica all’interno della discografia indie.

Le nove tracce di Poverty non spostano di troppo il baricentro della proposta del gruppo guidato da Vladislav Parshin: i punti di riferimento continuano ad essere i medesimi (post-punk e chitarrine jangle-pop), ma – oltre ad atmosfere generalmente più scure rispetto a Calendar – si avverte una maggiore cura del suono in sede di produzione. Un dettaglio che rende l’intero lavoro forse maggiormente appetibile per un pubblico più ampio, senza però impattare negativamente sui punti di forza che da sempre rendono i Motorama un gruppo estremamente piacevole: immediatezza strumentale e ritmo contagioso.

Idealmente anticipato dal bel singolo She Is There, curiosamente non presente in tracklist (così come l’altrettanto valida b-side Special Day), Poverty si apre con Corona, brano guidato dal basso di Airin Marchenko e dal drumming scanzonato ma preciso come un metronomo di Oleg Chernov. Pochi secondi per rintracciare quello che è forse il più grande limite della band, ovvero il non riuscire a costruire una melodia che vada oltre al compitino funzionale alla causa, tanto che spesso e volentieri ad imprimersi più facilmente in testa, più delle strofe o dei ritornelli, sono gli intrecci tra chitarra, basso e tastiera (in questo senso i Nostri possono far tornare alla mente gli ultimi Girls Names).

Vocalmente, Vladislav Parshin ha sempre Ian Curtis come modello di riferimento ma, rispetto agli esordi, qui sembra meno schiavo di certi schemi, arrivando a sfiorare le metriche e le tonalità care a Matt Berninger (National), come nella strofa di Old. I giri del quattro corde non annoiano mai, donando il giusto – e ipnotizzante – tiro marziale/post-punk (Dispersed Energy) e sorreggendo l’impalcatura anche nei rari casi in cui il ritmo rallenta (Heavy Wave, con un riff che ricorda vagamente How Long Have You Known dei DIIV). Stare fermi non è assolutamente facile durante brani come Impratical Advice, Write To Me, o Lottery (un po’ come i primi Editors, con Johnny Marr alla chitarra), ma tra le tracce migliori del lotto citiamo anche Red Drop, tre minuti e mezzo che avrebbero fatto invidia ai The Drums dei tempi d’oro, tra giochini jangly ed una linea di tastiera assolutamente azzeccata.

Un disco decisamente songs-oriented, veloce, compatto e poco propenso alla sperimentazione (giusto Similar Ways concede quel briciolo di eclettismo ritmico che non fa mai male). Mancano gli elementi che generalmente ritroviamo tra i dischi dell’anno a dicembre, ma per gli amanti del genere c’è tantissimo materiale da ascoltare e riascoltare con profondo piacere, con quel briciolo di rammarico per l’assenza della coppia She Is There / Special Day.

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