The Drums (US)

Biografia

Your arms around me seem to be
The only good thing that ever happened to me
We can take a walk now, down to the beach
The sun will be shining where we’re finally free
(I Felt Stupid, 2009)

Forzare gli stereotipi del pop degli 80s. Sembra questa, fin dagli inizi, la missione dei Drums, formazione che ha fatto dell’amore dichiarato per Cure, Wake, Chameleons, Smiths, Orange Juice, Beach Boys, Kraftwerk, la cricca C86 e molto del sound del Nord della Gran Bretagna di quel periodo il proprio credo. La loro avventura nasce sulle ceneri dell’electro pop e della new wave, un gioco di sponda tra gli Human League prima (Goat Explosion) e i Bloc Party poi (Elkland), per trasformarsi in seguito in qualcosa di più ortodosso, che sa di rinascimento Creation e Postcard Records. Via i sintetizzatori dunque (anche se non proprio del tutto) e dentro jangle pop, surf e new wave, tenendo buone le drum machine ma puntando dritto ad un formato canzone fatto di semplicità, jangling Byrds e surfing Beach Boys. E’ pop al 100% quello che si ascolta nei loro dischi, fatto di amori semplici e struggenti, eternamente post-adolescenziali nel loro manicheismo emotivo ultra-sdolcinato ma sempre sul punto di naufragare, rifinito con tocchi noir e di macabro humor, raccontato attraverso brevi schizzi narrativi che sanno annegare scampoli di biografia in spensieratezze universali, punte di malinconia in mari di dolcezza. Il cerchio si completa, a livello d’arrangiamento, nell’equilibrio tra l’esuberanza del frontman Jonny Pierce (anche autore di tutti i testi) e la sei corde di Jacob Graham, una dinamica che si regge, mutatis mutandis, sui medesimi incastri che da sempre alimentano il pop britannico, con il cantante nei panni di un novello Moz e il chitarrista in quelli Marr, ovvero colui che nell’economia dell’indimenticata band di Manchester fungeva da catalizzatore e veicolo di strutture tese e compatte.

Dalle primissime prove in poi, i Drums sembrano trovare naturalmente un viatico escapista tra gioia, perdita e abbandono. Scelgono di dargli forma negandosi alla radiofonia loro contemporanea, piuttosto lavorando lungo i confini di un sound anni Ottanta che pare abbiano affinato al primo colpo, in totale scioltezza, ossessionati da un sogno ricorrente e ad occhi aperti, inseguendo un personale Hatful Of Hollow. Di fatto il loro è un piccolo mito fondato sull’integrità e c’è Moz in persona a presenziare a uno dei primi show albionici, una sorta di ideale passaggio del testimone per una scalata al successo che sembra quella dei predestinati. Le cose andranno diversamente anche per i conflitti e gli abbandoni di alcuni componenti di un gruppo che tornerà duo fino a coincidere con il solo Pierce, eternamente in dubbio se continuare come band o iniziare una carriera solista (annunciata già con un singolo nel 2012 ma di fatto non ancora concretizzatasi).

Per questi motivi ed altri ancora, i Drums non hanno sfondato, ma il loro giuramento di fede all’indie a cui da sempre si sono filologicamente rifatti è rimasto intatto. La loro è senz’altro una gabbia dorata ma anche una strategia di preservazione di un certo di spirito e di certe sonorità. E lo spirito è un concetto molto importante qui, perché tutto il percorso di questa – in fin dei conti – one man band, o meglio one man panacea, sembra coincidere con l’eterno ritorno di un uomo a un ideale di famiglia mai consumato, una chiesa alternativa, benedetta dal pop, battezzata nell’estate infinita del surf, in cui esercitare una fede autentica, di cui rispettare i comandamenti post-punk e new wave, il tutto azzerato al tempo di un’adolescenza allora negata e a cui ora fare ritorno, again and again.

Down by the rollercoaster

«You were my best friend / But then you died» (Best Friend, 2010)

Conosciutisi sui banchi di scuola, anzi presso un campo gestito da un’organizzazione religiosa, i cosiddetti “Bible camp”, Jonathan Pierce e Jacob Graham saranno a lungo il cuore pulsante del progetto, che nasce appunto come un duo. Pierce, in particolare, è il vivace figlio gay di due severi pastori della Chiesa Pentecostale con i quali il rapporto è sempre stato tutt’altro che idilliaco. A metà 2000 troviamo entrambi nelle fila dei Goat Explosion e il solo Pierce negli Elkland. Per questi ultimi, lanciati da Columbia nel tentativo di bissare il successo di Killers e Franz Ferdinand, esce giusto un fugace disco a base di un synth pop nato per essere suonato ad alto volume – Golden (2005) – ed equiparabile alle produzioni coeve dei Bloc Party. Una canzone da ricordare c’è ed è il singolo Apart, firmato da un già riconoscibile Pierce che è anche il cantante del gruppo. Seguono vicende scolastiche e personali che portano Graham a Kissimee, in Florida, ed è proprio qui, sempre assieme al sodale, che prendono vita i Drums come progetto dalla valenza opposta rispetto alla precedente band. La coppia decide di lavorare a una formula più minimale, dall’ethos indipendente, filologicamente fedele a una serie di amori sbandierati e tutti nei dintorni degli indimenticabili 80s, ovvero Wake, Cure, Orange Juice e tutta Manchester e dintorni, dagli Smiths indietro e in avanti. Pierce ci mette la voce, scrive i testi, suona le tastiere e programma le drum machine; Graham di suo è deputato alle chitarre.

Lo spostamento geografico a quel punto è inevitabile. Destinazione: New York, Brooklyn per l’esattezza. Qui le cose si muovono in fretta e il frutto delle prime session non tarda ad arrivare: escono due EP ravvicinati, il primo è un bootleg omonimo autoprodotto, il secondo, Summertime (2009), è di fatto il loro primo lavoro ufficiale, e a pubblicarlo è Moshi Moshi, che mette sulla mappa la band come qualcosa di più della solita next-big-thing. La stampa brit risponde in pompa magna: annuncia i Drums come l’ultima (in ordine di tempo) formazione che deve salvare le sorti del pop. Ed il pop proposto dai ragazzi è di quelli che va in analisi, che mette la testa fuori dalle proprie nevrosi, ma lo fa fischiettando in un’estate piena di motivetti da spiaggia (vedi il coevo hypnagogic pop, la chillwave, Washed Out, Toro y Moi, i Ducktails e poi Real Estate, ecc.). E’ questo il biglietto da visita di un duo che nel frattempo si è allargato a quattro elementi, e sotto le note dei cavalli di battaglia Let’s Go Surfing e I Felt Stupid sembra sublimare un’ellissi generata dalla surf music dei Beach Boys e conclusasi con gli Arab Strap. Un misto di jangle e surf californiano da una parte e di tutto ciò che ha fatto grandi i gruppi albionici su Creation e Postcard Records dall’altra, senza dimenticare la new wave e quel misto di corde, melodia e tecnologia povera.

Nel frattempo, i due ragazzi che comparivano nei crediti dell’EP – ma non in copertina – vengono formalizzati a tutti gli effetti: Connor Hanwick siede alla batteria mentre la seconda chitarra è imbracciata da Adam Kessler, già negli Elkland. La band è pronta per un tour in giro per il Regno Unito che nel 2010 porta il nome degli NME Awards. Il tutto prima che venga pubblicato l’esordio lungo, The Drums (giugno 2010), sempre su Moshi Moshi in combutta con Island, e (auto)prodotto dal solo Pierce. Ci troviamo dentro le canzoni con le quali la band si è già fatta un nome (da sottolineare l’assenza di I Felt Stupid), c’è un suono che è la continuazione dell’EP precedente e un nuovo singolo – Forever and Ever Amen – che sembra abbastanza loud per garantir loro una fetta di pubblico in più.

Il privato e il pubblico, lo spirituale di un tema come la morte e il divertimento spensierato: questi, con le loro strutture fatte di pochi elementi, sono i Drums dell’esordio lungo tutto basso-batteria, chitarre e tastiere essenziali, testi semplici a tema prevalentemente amoroso e ritornelli cangianti proprio come i bomber assolutamente 80s indossati dal cantante. Best Friend, in questo senso, è magistrale nell’unire un motivo trascinante a un testo che parla con assoluta franchezza del fatto che «eri la mia migliore amica ma poi sei morta, io avevo 23 e tu 25 anni, come farò a sopravvivere?». Skippin’ Town la raddoppia per intuizioni, coretti uh uh a profusione e arpeggi dreamy, completando assieme alle più note Lets Go Surfing, Me And The Moon e la finale – a richiamare un po’ i Cure – The Future la parte più riuscita sul versante uptempo del lavoro.

Sul lato più nostalgico, che trova la sua collocazione privilegiata nella seconda parte della scaletta (ed è quello sul quale Pierce sembra puntare di più), troviamo l’introspettiva It Will All End In Tears («Non mi sento in colpa quando piangi / Non ti credo quando piangi / Perché i tuoi occhi dicono sempre addio»), quella Stand By Me fatta da dei Beach Boys al ralenti che è Down By The Water («Se smetteranno di amarti io non lo farò / Se metteranno di aver bisogno di te / Io avrò ancora bisogno di te»), la dolce We Tried («Dove andremo quando invecchieremo?») e l’altrettanto delicata I’ll Never Drop My Sword che pare riesumare i timori di un giovane Pierce all’indomani del suo coming out («Pensi che gesù mi ami? / Potrò ancora tornare a casa? / Sono [solo] un ragazzo»), citando nel contempo, in un rapido giro di elegiache tastiere, Love Will Tear Us Apart dei Joy Division.

The Drums è un disco dai singoli potenti che mostra buone potenzialità anche nel resto della scaletta, un lavoro non esente da difetti sul lato della produzione (a mancare di fatto è un produttore d’esperienza) ma complessivamente fresco, vivace e in definitiva riuscito, una prima fortunata tappa all’interno di un contesto di congiunture favorevoli che sembra profilare per il quartetto una strada tutta in discesa.

…and winter came

«And I believe / That when we die, we die / So let me love you tonight / Let me love you tonight» (Book Of Revelation)

Tra il primo e il secondo album passa soltanto un anno ed è un periodo piuttosto complicato: durante le session Adam Kessler lascia e la band attraversa una crisi che la porta vicina allo scioglimento. La spunterà il lavoro di un trio – Pierce al canto e alle percussioni, Graham che nel frattempo è passato ai synth e Hanwick alla chitarra – con l’aggiunta di un session man (Myles Matheny, chitarra) che punta ad un sound leggermente più elettronico (Pierce cita i Kraftwerk tra le influenze) ma di base approfondisce i temi più umbratili dell’esordio. Ancora una volta autoprodotto e licenziato in tandem da Moshi Moshi e Island, sul crinale tra innocenza e disillusione, poggiato su nuovi equilibri tra l’epica dei piccoli momenti e il confessionale, Portamento è dunque il risultato di una band più matura che in Days e How It Ended trova il viatico per un nuovo stato di grazia.

Gli Smiths vegliano ancora su Pierce e co. (vedi il sarcasmo che corre sul filo della soffice minimal wave del singolo Money), mentre le canzoni sono il frutto di un maggior lavoro di sintesi, in sottrazione. Come già accadeva nelle partiture degli Strokes più essenziali, anche da queste parti ogni accordo si risolve spesso in un singolo percuotersi di una corda e mai in un riff ingrossato (I Don’t Know How To Love). D’altro canto, il nuovo minimalismo dei Drums è funzionale al messaggio che vogliono comunicare: dove prima il biglietto da visita erano spiagge, mare ed estate, ora – parafrasando versi di If He Likes It Let Him Do It e In The Cold – è arrivato l’inverno e la nuova stagione si è portata appresso un freddo soprattutto interiore, a livello di rapporti interpersonali.

Torna il tema della morte che va poi a braccetto con la fine delle storie d’amore e con le incomprensioni insanabili. Dunque ricordi e malinconia dominano in una scaletta che, ancor più di prima, cerca calore e conforto all’interno dell’arco celeste del dream pop in un disco che tiene davvero molto bene per buona metà, risultando tuttavia mediano per la restante parte (Please Don’t Leave, If He Likes It Let Him Do It, I Need A Doctor). Col senno di poi, l’impressione è che, aspettando un po’, facendo marinare maggiormente le canzoni, e sostituendo gli episodi più anonimi, sarebbe forse stato il loro capolavoro. Peccato.

…and then there were two, and then there was one

«Only boy in a ballet class / He hugged me when I came home / Dad’s on the pulpit talking about love / Mum’s in the nursery cussing me out / He hugged me when I came home» (Head Of The Horse)

Non dev’essere stato facile far parte di una band capitanata da un duo d’amici d’infanzia come Pierce e Graham così, durante il tour del 2012, senza troppe sorprese, anche per Connor Hanwick – accreditato nella scrittura di quattro delle dodici canzoni di Portamento – giunge il momento di lasciarsi alle spalle l’avventura nei Drums. Encyclopedia, il terzo album della formazione, ci mette un po’ ad uscire, in mezzo troviamo il disco, Towards a Quaker View of Synthesizers (2013), di una neonata formazione capitanata da Graham, i Cascadig Slopes, e anche l’annuncio di un disco solista da parte del frontman – Queen Nail – anticipato da un fugace ed elettronico singolo, I Didn’t Realise. L’album di quest’ultimo verrà posposto a data da destinarsi proprio per ridare vita ai Drums. Il seguito di Portamento esce l’anno successivo, siamo settembre del 2014, e a firmalo è una coppia che torna ad essere l’unica tenutaria del progetto e che lo fa capire chiaro e tondo mostrando i due superstiti stipati nella metà di un divano che prima contava quattro persone. Nel disco però, e lo si sente subito dal singolo che lo anticipa, ovvero il noisey post-punk di Magic Mountain, non si respira affatto aria di ritirata; al contrario, è un lavoro che alza i volumi, sperimenta nuove soluzioni e pare perciò pensato per i grandi palcoscenici.

La produzione è più concisa nell’innestare sintetico e analogico, il suono esce più potente, la sezione ritmica punta a minimali giri post-punk – metti Manchester altezza Joy Division – piuttosto che a morbide wave, con il master definitivo a veleggiare su nuovi equilibri tra il canto pop-dream di Pierce e le chitarre Pixies-come-non-mai di Graham (il singolo I Can’t Pretend, Kiss Me Again). Neppure il lato più riflessivo e sintetico del marchio è stato lasciato da parte: discreti pezzi come I Hope Time Doesn’t Chang Him e Break My Heart si aggiungono al canzoniere di una ragione sociale maturata, professionalizzata, con ancora frecce nel proprio arco, vedi anche la romantica e 80s I Hope Time Doesn’t Change Him o l’ipercinetica Kiss Me Again. Si tratta di un balzo da un contesto a un altro, ottenuto sempre in maniera efficace, sacrificando un poco sul lato dei testi e amplificando la dimensione psichedelica. In pratica, nuove maniere nel maneggiare una formula ormai riconoscibilissima, connotata da freschezza e personalità indiscutibili, che tuttavia sembra meno urgente nel far arrivare la propria missiva. Al netto di una scaletta con i suoi momenti molto buoni, buoni e semplicemente sufficienti, ai Drums sembra mancare qualcosa a livello fondativo.

Sarà che Pierce nel frattempo ha iniziato a comporre materiale in solo, indeciso se pubblicarlo a nome Drums o meno, sarà che il rapporto con Jacob non è più solido come lo era una volta e il suo nuovo progetto finirà per assorbirlo completamente. Interrogativi che trovano una naturale risposta nella quarta prova della band, Abysmal Thoughts, che è a tutti gli effetti a nome di una one man band. Il risultato è un disco che tenta di tornare alla verve dell’esordio – che a questo punto pare quasi pesare come una condanna – con un progetto che tuttavia può ancora contare su una certa immediatezza dettata da un songwriting che tra alti e bassi si è mantenuto brillante, quando meramente funzionale ai presupposti iniziali (leggi: indie, surf, wave, pop, la semplicità, il misto tra synth e chitarre). Mentre si perdevano nei mercatini di Williamsburg, il treno per i Drums è indubbiamente passato: scavalcati a destra dal nu folk di Mumford & Sons e The Lumineers, e da nuove forme dell’r’n’b di James Blake e co., come a sinistra da leve del post-punk come le Savages, da grande promessa dell’estate delle canzoni da spiaggia che erano, non sono mai saliti al rango di band generazionale, e probabilmente non hanno mai sperato di diventarlo. C’è però un vantaggio nel non aver venduto la proverbiale anima al diavolo, ed è che Mirror suona come i Cure che incontrano a metà strada le Organ; I’ll Fight For Your Life ripropone i soliti godibilissimi 80s e lo fa con dignità, mentre Head Of The Horse, probabilmente riferita a Horseheads (località di provenienza di Pierce), è un confessionale fatto di intelligenza squisitamente pop con la quale trattare l’omosessualità e il conflitto (probabilmente mai risolto) con il padre. Certo, anche qui non tutti i pezzi sono indimenticabili, Shoot The Sun Down e Rich Kids, sono esempi di entertainment d’esperienza che probabilmente si faranno dimenticare senza patemi. In definitiva, i Drums sono sono mai diventati i R.E.M., continuano a vivere in una dimensione post-adolescenziale dove turbamenti sessuali e sentimentali, e la spinta al divertimento, convivono. E’ un prendere o lasciare che conserva le sue ragioni di essere e resistere. E’ un fatto d’integrità indie e di retroguardia assieme, ma tant’è.

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