Recensioni

6.8

Forse non ha tutti i torti chi pensa che quell’incrocio di revivalismo dreamy, jangle e post-punk abbia ormai partorito le opere migliori e i gruppi più validi. Ciò nonostante ci piace pensare che fino a quando ci sarà qualcuno che, pur muovendosi all’interno di confini ben delineati, azzeccherà l’arpeggio giusto, infilerà una sequenza melodica orecchiabile o – più in generale – scriverà una manciata di canzoni piacevoli, non ci si potrà lamentare.

Fedelissimi a certi stilemi americani, gli olandesi Mountain States sono sicuramente dello stesso avviso. Attivi da un paio d’anni (l’omonimo EP d’esordio risale al 2013) ma ancora relegati alla sola scena locale – i 700 fan su Facebook parlano chiaro – i quattro di Nijmegen provano a farsi largo tra una foresta di proposte similari con l’EP autoprodotto Kairos.

Quattro le tracce: Primer si apre con un beat secco a cui vanno ad aggiungersi prima la tastiera, poi il basso (Joy Division dietro l’angolo) ed infine la chitarra jingle-jangle. Dopo un minuto il brano si ferma e riparte al doppio della velocità e dinamicità, sfiorando territori dream-punk. Inutile dire che è materiale perfetto per essere ascoltato in spiaggia prima che arrivi la calura estiva (l’Hana-bi di Ravenna sarebbe lo scenario perfetto). Il ritmo cala con la successiva Lack Of Substance, traccia più liquida e malinconica che nelle atmosfere può ricordare alcuni lavori dei Real Estate con quel briciolo di immaturità in più. Il terzo colpo grosso – e forse l’highlight dell’EP – è Hologram: anche qui l’impalcatura ruota attorno al gioco a due tra sezione ritmica post-punk e chitarra jangle-dreampop (citiamo i Cure per non scomodare le decine di recenti epigoni), ma dalla seconda metà in poi la situazione diventa completamente avvolgente, un crescendo d’intensità che riporta alla luce i lunghi fraseggi strumentali dei DIIV. Più ordinaria invece City, mood scanzonato e coretti quasi californiani.

Nulla di particolarmente originale, ma è giusto contestualizzare una proposta di questo tipo all’interno di una discografia come quella olandese, abbastanza arida in termini di indie pop (i Most Unpleasant Men, autori di un gran bel dischetto due anni fa, e gli esordienti Moon Tapes, “sfacciati” cloni degli Smiths). Un bel prodotto quindi, destinato a spensierati ascolti primaverili, nell’attesa di capire se il livello compositivo aumenterà in vista dell’esordio lungo.

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