Recensioni

Ci sono voluti tre anni per far sì che gli artisti omaggiati da Peter Gabriel in Scratch My Back ricambiassero il favore. Era già tutto nei piani dell’ex Genesis: al suo volume dedicato alle cover, reinterpretate in uno stile sobrio, con arrangiamenti orchestrali tra il sublime e l’ampolloso, tra il moribondo e il solenne, sarebbe dovuto seguire subito il gemello And I’ll Scratch Yours – tant’è che molti brani qui presenti sono già noti ai più, perché diffusi in release speciali per il Record Store Day o su YouTube e SoundCloud. Troppo bello per essere vero: molti rifacimenti in risposta tardavano ad arrivare, e qualcuno ha rinunciato a inviare contributi dopo aver storto il naso (è il caso dei Radiohead, inizialmente previsti in scaletta con Wallflower) ascoltando la bizzarra trasformazione del proprio pezzo. Incassati i “no” anche da David Bowie (Heroes), Neil Young (Philadelphia) e Ray Davies, tutto è rimasto in standby per un bel po’ di tempo.
Dopo aver rivisitato il proprio passato in New Blood, sempre accompagnato dall’orchestra, e dopo aver celebrato con un anno di ritardo le venticinque primavere di So, Gabriel raccoglie ciò che ha ricevuto e pubblica una compilation con dodici cover, con i nove più entusiasti destinatari della sua missiva e tre sorprese dell’ultimo momento – al posto di Bowie c’è Brian Eno, che fa propria Mother Of Violence; c’è Joseph Arthur (sulle cui capacità il Nostro ha creduto sin dall’inizio, e del quale interpretò In The Sun per un album-tributo a Lady Diana) alle prese con una sinistra e rallentata Shock The Monkey che lascia a casa trucco, tastiere e drum machine e che al contempo suona diversissima dall’omaggio dei Coal Chamber e Ozzy Osbourne già in circolazione; c’è Feist che fatica a dare una lettura “altra” di un classico come Don’t Give Up (già rielaborato anni fa da Willie Nelson e Sinéad O’Connor), perfetto così com’è nel già citato So.
La buona notizia è che And I’ll Scratch Yours non suona mai come una serata karaoke tra VIP annoiati: c’è chi grattando lascia segni sulla pelle (Lou Reed stravolge Solsbury Hill come lui solo sa fare, Randy Newman regala una versione insolita, sbilenca e rudimentale di Big Time) e chi si limita a fare un po’ di solletico (Regina Spektor offre un’interpretazione delicata di una Blood Of Eden già delicata di suo, Paul Simon asciuga Biko con una chitarra acustica e appena accennate suggestioni world, quasi in punta di piedi), ma il più delle volte i brani sono scelti dal songbook con criterio e ben si addicono alle personalità della sfilata. Per un David Byrne che delude, c’è una Games Without Frontiers che suona come se fosse stata scritta proprio per gli Arcade Fire, e succede che Bon Iver e gli Elbow si trovino perfettamente a proprio agio nelle rispettose Come Talk To Me e Mercy Street e che Stephin Merritt – colui che tanti anni fa si ritrovò il veterano Gabriel tra il pubblico pagante di un concerto dei Magnetic Fields e che raggiunse una fetta di pubblico nuova grazie all’inclusione di The Book Of Love nella colonna sonora di Shall We Dance – torni all’amata elettronica lo-fi dei suoi esordi in una minimale Not One Of Us.
Sarebbe potuto essere un vero pasticcio e invece And I’ll Scratch Yours alterna riuscite iniezioni di nuova linfa e piccoli momenti di noia. Un progetto imperfetto, concretizzatosi in ritardo, senza dubbio periferico in una carriera che dopo Up si sta purtroppo macchiando con qualche opera interlocutoria di troppo; Peter Gabriel può permettersi di vivere di rendita, ma attendiamo con ansia la zampata che – ne siamo certi – è ancora alla portata di un vecchio leone come lui. Intanto, i fan impazienti hanno qualcosa con cui spezzare l’appetito.
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