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Il revivalismo dreampop/shoegaze di matrice inglese sta forse iniziando a terminare quella benzina che a inizio decennio ha rinvigorito la passione per il genere tanto da influenzare in qualche modo il ritorno sulle scene dei più importanti capiscuola (My Bloody Valentine e Slowdive su tutti). Geograficamente le ultime più grandi soddisfazioni sono infatti arrivate dagli USA (in particolare dalla Pennsylvania, vedi Nothing, Whirr, A Sunny Day in Glasgow o l’ultimo Title Fight) con sporadiche eccezioni nate sotto la Union Jack (i Cheatahs, che però generalmente suonano profondamente americani).

A scombinare ulteriormente le carte in tavola e a spostare le coordinate di riferimento pensano i Pinkshinyultrablast (tributo al disco più famoso dei MBV-iani Astrobrite), formazione di San Pietroburgo all’esordio lungo. Nata nel 2007, la band guidata dalla voce angelica di Lyubov Soloveva debutta nel 2009 in piena era nu-gaze con il quattro tracce Happy Songs for Happy Zombies (oggi praticamente un oggetto di culto), prima di sparire nella nebbia per quasi un lustro.

Come chi vi scrive, in molti si sono avvicinati per la prima volta all’universo dei Pinkshinyultrablast solamente con Everything Else Matters, opera prima – pubblicata in questi giorni dalla sempre attenta ClubAC30 – composta da otto tracce in cui dream pop, shoegaze e indie pop trovano il giusto equilibrio all’interno di un songrwriting vincente. Sarebbe troppo facile farsi condizionare dal fascino sovietico ed amare i quarantaquattro minuti del disco come riflesso incondizionato basato su motivazioni extra-musicali; la vera forza di Everything Else Matters risiede invece nel riuscire a far risultare fresca, piacevole e non prevedibile una formula comunque già rodatissima e assimilata ormai in tutte le salse. A ben vedere questo concetto può essere esteso anche ai connazionali Motorama (in ambito indie/jangle/post-punk), quasi a certificare la capacità dei russi di fare propri alcuni stereotipi anglosassoni e di replicarli con una personalità funzionale ma mai invadente, e per questo apprezzabile.

Il primo minuto dell’opener Wish We Were ha il compito di immergere l’ascoltatore in un paesaggio rarefatto e sognante, prima di ipnotizzarlo utilizzando beat elettronici vicini ai ritmi kraut e tappeti di synth. A metà, il brano cambia e acquista le classiche distorsioni shoegaze a sommergere la linea melodica; quello che colpisce non è però il consueto mix di abrasioni soniche e voci eteree, quanto il ritmo circolare ma sempre dinamico del basso di Igor Simkin. Aspetto, questo, piuttosto evidente anche in passaggi come Glitter (i Lush che incontrano i Flowers) o Metamorphosis, dove l’inafferrabile groove crea un particolare contrasto con le potenti sferzate chitarristiche (troviamo anche uno stacchetto post-HC). Se la sei corde è la certezza, così incastonata nei crismi di scuola Robin Guthrie (la lezione Cocteau Twins arrivata fino ai Be Forest, passando ovviamente per gli Slowdive), il quattro corde invece rappresenta il lato eccentrico ed imprevedibile. In poche parole, la marcia in più.

Holy Forest è il gioiellino pop della raccolta, qualcosa di non troppo distante dall’imediatezza dreamy indie-pop dei Fear Of Men in un certo senso ampliata sia dal lato squisitamente twee (i finti handclap, le tastierine), sia dal lato più noise. Umi segue pregevolmente a ruota con la Soloveva che gioca a fare la O’Riordan, mentre Ravestar Supreme possiede tutta la verve dei primi Pains Of Being Pure at Heart, ma ne disintegra la forma canzone, lasciando al comparto vocale il ruolo di strumento aggiunto.

Arrivati in fondo ci si rende conto di essere rimasti intrappolati in un vortice che sprona l’immediato repeat: quello che superficialmente potrebbe sembrare un disco derivativo, in realtà nasconde troppe micro-intuizioni da scoprire ascolto dopo ascolto.

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