Slowdive (UK)

Biografia

We could be shoegazers, just for a day

Comincia con quel fissare un attimo, una nota, un sogno, la carriera degli Slowdive. Comincia e, da tristi contemplatori della punta delle proprie scarpe, non ha pretese di durata, figuriamoci di eternità. Basterebbe un giorno, insomma, agli Slowdive, quasi fossero farfalle disattese o bruchi che non ce la vogliono fare. Eppure, sin dalle dinamiche che tagliano in due l’esordio Just For A Day (Creation, 1991), si capisce che la notorietà di quella formazione di imberbi di Reading, piccola città dalla grande musica a giudicare dalla longevità dell’omonimo festival, supererà il giorno citato nel titolo dell’esordio e, paradosso dei paradossi, arriverà fino al terzo millennio inoltrato. La reunion di questi ultimi anni non è una novità, visto il trend che sembra segnare questi anni di retromania anche eccessivamente riproposta, ma l’aver dato seguito a quel sacrosanto “far cassa” nei vari festival con un album molto intenso, pienamente sentito e mai banale com’è Slowdive, dice molto dell’approccio di Neil Halstead, Rachel Goswell, Christian Savill, Nick Chaplin e Simon Scott: i primi due amici sin dall’infanzia e veri fondatori nel 1989 della band, a occuparsi di chitarre e voci; Savill in gioco sin dagli albori dopo aver risposto a un annuncio della band che cercava una chitarrista donna alla terza chitarra, ma solo dopo aver proposto di indossare vestiti da donna (!?); Chaplin trascinato dentro dal primo batterista Adrian Sell a tessere le trame del suono col suo basso e co-autore della scelta del nome Slowdive grazie a un sogno; infine Scott (già passato su queste pagine coi Televise e con la sua fertile carriera in solo) alla batteria, primo e ultimo di una serie di batteristi che si sono succeduti negli anni.

Prima dell’esordio, come nella migliore tradizione britannica del tempo (do you remember i “single of the week” presenti in ogni testata musicale?), gli Slowdive aveva registrato una demo e aggiustato la band sia come formazione in senso stretto, sia come calibratura del suono, attirando l’attenzione non solo della stampa, ma anche del pubblico e delle label del giro gusto. È la Creation a spuntarla e così i nemmeno ventenni Slowdive si ritrovano con un bel contratto in tasca e una unanime e costante fan-base che accomuna pubblico, critica e discografici, complice forse anche la congiunzione astrale che vede un piccolo (som)movimento di band che comprende anche Pale Saints, Ride, Bleach, Lush, Chapterhouse, i concittadini Swervedriver e tantissime altre durate lo spazio – stavolta sì – di un giorno, ma fondamentali per la crescita di interesse generale intorno a questo suono duro e sognante insieme, identificato giornalisticamente come “the scene that celebrates itself” (Steve Sutherland docet).

“Slowdive can make Cocteau Twins sound like Mudhoney”

Di iperboli è lastricata la via (giornalistica) del rock, ma in questa dichiarazione del New Musical Express in merito al primo EP omonimo dei cinque di Reading edito nel novembre del 1990 non si è affatto lontani dal vero. A caratterizzare il suono messo in mostra dagli Slowdive è quel misto di ruvido e dolce, di etereo e sostanzioso che si può avere immaginando di far collidere le due band citate sopra. Sulle ascisse l’etereo pop pulviscolare di Elisabeth Fraser e soci, gotico, umbratile, soave e sempre pronto a volatilizzarsi; sulle ordinate i volumi grassi e saturi degli americani: tirate una linea, e all’esatta congiunzione troverete il suono dei primi Slowdive, anche se, come ricorda Rachel Goswell in una intervista concessa a SA post-reunion, «per me, ebbero più impatto band come i Loop. Ero in prima fila ai loro concerti, quando avevo 17 o 18 anni. Non so, ci sono state molte band che hanno influenzato il nostro sound… I Jesus & Mary Chain su tutti, ma anche i Velvet Underground: prima degli Slowdive avevamo una loro cover band. I Cocteau Twins, un po’ dopo… ci sono serviti a compattare il nostro sound».

Un suono in grado di camminare da solo sin dai primi vagiti, seppur memore per forza di cose delle intuizioni dei fratellini Reid – almeno fino a quando si sopportarono (il tutto successe in talmente poco tempo da far sembrare i fratelli Gallagher due educande) – ovvero il primo, fondamentale Psychocandy edito a nome Jesus & Mary Chain, e di quelle di mr. Paranoia Kevin Shields coi suoi My Bloody Valentine, anche se a dire il vero il masterpiece Loveless è coevo di Just For A Day, e anzi, di un paio di mesi successivo. Detta così però sembrerebbe che gli Slowdive fossero solo dei meri imitatori illuminati sulla via dello shoegaze, quando in realtà è cosa nota, a distanza di un quarto di secolo, che gli Slowdive sono stati tra i migliori codificatori di quel genere, capaci sin dagli esordi – la splendida Avalyn II, retro dell’accennato EP d’esordio per Creation ne è paradigma, ma il discorso è valido per il trittico di pezzi brevi Slowdive, Morningrise e Holding Our Breeze (tre EP per tre batteristi diversi, a riprova degli aggiustamenti di cui sopra) – di ammantare lo shoegaze sì di aure dreamy, ma anche di una neanche tanto sottile vena di straziante disperazione e di disilluso romanticismo. Non è casuale, infatti, che l’album d’esordio si apra con Spanish Air, sei minuti di screziature gloomy alla Joy Division depositate sul corpo morto di quella massa informe che sta tra dream-pop, la saturazione chitarristica prossima al parossismo e una fiera forma di timidezza aggressiva che abbassa sì lo sguardo, ma al tempo stesso ottunde i restanti sensi.

Con un attacco del genere, il resto dell’album non può essere da meno, sempre sospeso e in perenne, perfetto equilibrio tra eterea disperazione e fluttuanti sogni a occhi aperti, come nella splendida Catch The Breeze, finita anche nelle charts indie del tempo appena uscita con l’EP Holding Our Breeze: ma nella (e)stasi malinconica di Ballad Of Sister Sue o in quella romantico-ambient di Erik’s Song, nelle abrasioni di chitarra della conclusiva Primal o nella liturgia dreamy di Waves, c’è una idea concettuale forte che fa il paio con la resa sonora, definendo Just For A Day come un instant classic dello shoegaze e i suoi autori come il terzo membro della triade sacra del genere. Della serie, non si arriva nella top10 inglese per caso.

E invece un caso sembrano essere gli Slowdive, perché quella che oggigiorno è considerata da fan e giornalisti una pietra miliare del genere e del rock tutto, se dai primi fu accolta come tale, dai secondi fu se non bistrattata, per lo meno poco apprezzata. O meglio, come nei saliscendi umorali delle trame intessute dal quintetto di Reading, anche le reazioni furono altalenanti, passando dall’esaltazione alla distruzione in toto: molto probabilmente le tempistiche – vale per gli Slowdive ma si può estendere a tutto il movimento latamente shoegaze inglese – furono sballate, dato che il fenomeno shoegaze verrà ben presto stretto tra due macigni come il grunge da una parte e il nascente brit-pop dall’altra, soccombendo in termini di attenzioni della stampa e via via anche nell’interesse del pubblico. Sia come sia, Just For A Day portò i cinque non solo nel cuore di molti fan della prima ora, ma addirittura in tour negli Stati Uniti col supporto dei non ancora noti Blur.

Stazione spaziale souvlaki

I saliscendi biografici, quasi quanto quelli sonori, sembrano contraddistinguere le vicende degli Slowdive al passaggio tra l’esordio e la seconda, fatidica prova. Da una parte la tiepida – per usare un eufemismo – accoglienza riservata a Just For A Day dopo i toni trionfalistici degli EP, la fine della liason tra Rachel Goswell e Neil Halstead, il rifiuto di mr. Creation Alan McGee dei primi provini delle canzoni sintetizzato in un lapidario «they’re all shit»; dall’altra la possibilità, proprio in virtù di questo rifiuto, di ri-registrare tutto direttamente in studio sfruttando lo studio stesso come una sorta di ulteriore strumento e, colpaccio dei colpacci, ritrovarsi Brian Eno, contattato per produrre l’album, che rifiuta l’offerta ma propone una collaborazione diretta di cui la traccia più evidente sono Sing e Here She Comes. Niente male per dei ventenni alla seconda prova no?

Non tanto, in realtà. Souvlaki vede la luce nel maggio del 1993, anticipato dal 12” Outside Your Room (le cui quotazioni hanno raggiunto cifre assurde), e dopo che la Creation ha dato alle stampe, come riempitivo, Blue Day, una raccolta/selezione dei primi EP. Il risultato, però, non sembra cambiare: il brit-pop è ormai fenomeno di primo interesse e il grunge ha spazzato via tutto ciò che ha a che fare con le chitarre, e così l’accoglienza riservata all’album è genericamente negativa («soffocherei in una vasca di porridge piuttosto che riascoltarlo di nuovo»: le parole al solito delicatissime di Melody Maker), nonostante sia la band che McGee lo abbiano specificamente pensato come un lavoro più pop. E in effetti tale è, sommerso da atmosfere romantiche e zuccherose (l’opener Allison, una Altogether che suona beatlesiana), sempre malinconiche (la acustica e pre-Mojave 3 Dagger) e umbratili (la Sing composta con Eno, tutta melodia goswelliana e macchinari dell’ospite), ma prive o quasi di quel muro di chitarre che nell’esordio affogava le melodie; i cinque non disdegnano passaggi più sperimentali o movimentati (la splendida, cinematica When The Sun Hits), proprio in virtù dell’utilizzo dello studio alla maniera di Eno, come accade in Souvlaki Space Station, esplicitamente ispirata, parola di Halstead, da Aphex Twin, dub e d’n’b, canzone che tiene in serbo molto di ciò che saranno gli Slowdive di lì a breve.

Di certo, a peggiorare la situazione contribuiscono pure loro: organizzare un tour americano di supporto all’album con gli amici Catherine Wheel ignorando che la label americana ha posticipato l’uscita del disco praticamente di un anno non è una buona mossa, tanto che gli Slowdive ripiegano su un breve tour europeo insieme ai Cranes, che col senno di poi è una accoppiata notevole ma che al tempo creò problemi con la label, ormai interessata agli astri nascenti Oasis, oltre che dissapori tra i membri, con Simon Scott che decide di abbandonare la band.

Rarefazione e abbandono

Quello di Scott non è l’unico abbandono che mina la band. Durante le registrazioni del terzo disco Pygmalion, anche Chaplin e Savill lasciano la formazione facendo dell’album, uscito nel febbraio del 1995, di fatto una sorta di solo-project di Halstead supportato dalla Goswell e dal neo-entrato batterista Ian McCutcheon. E proprio nella testa di quello che è il leader della formazione inglese risiede l’abbandono più importante: quello del “rock”, che fa di Pygmalion una mutevole costellazione in perenne rarefazione di ambient/post-rock sognante, estatica e melodica, limitrofa a quella di formazioni emergenti come A.R. Kane, Seefeel e Labradford. Dopo due insuccessi commerciali su due, presentare un disco del genere a una label ormai assorbita dal brit-pop equivale a un suicidio, e infatti dopo poco tempo dall’uscita, la Creation dà il benservito agli Slowdive.

Paradossalmente, sarà proprio Pygmalion a incarnare l’animo più pop – da intendersi come melodicamente intellegibile – e insieme più sperimentale della formazione, quasi fosse uno scrigno di piccole intuizioni, in cui rimasugli di folk copulano con loop ed elettronica, la rarefazione diventa aliena alla maniera che sarà poi dei Radiohead di mezzo (ovvero ricercatezza e “commerciabilità”), l’ombra lunga del convitato di pietra Brian Eno si fa più manifesta, le strutture sono evanescenti e astratte come mai prima di allora, quasi al limite del minimalismo o della dimensione spettrale. Pezzi come l’iniziale, dilatatissima Rutti, la spettrale Miranda coi suoi loop concentrici, la spiritual-ascetica Visions Of La, l’evanescenza di J’s Heaven o la classica Blue Skied An’ Clear – che sarà poi il titolo di un ottimo tributo made in Morr, giusto per dire quanto e a chi facesse riferimento questo ultimo disco – sono piccole gioie sospese, eteree e fluttuanti tra mondi alieni, private di qualsivoglia “carnalità” del suono per trasformarsi in delicate elegie fuori dal tempo e dallo spazio.

Come spesso accade, però, il riconoscimento arriverà ex-post, con la carriera della band che finisce prima di poter supportare il terzo album in tour. In pratica, da lì a breve, gli Slowdive di Pygmalion transiteranno verso la 4AD con la nuova sigla Mojave 3, i fuoriusciti invece cercheranno nuove forme espressive con risultati altalenanti (Savill con il dream-pop dei Monster Movie) o più che validi (Simon Scott coi Televise, prima, e in solo poi, con album per 12k, Miasmah, Immune e Touch), chiudendo una parentesi tanto sfortunata per l’accoglienza quanto foriera di input e indicazioni per ciò che riguarda l’aspetto strettamente musicale.

We could be shoegazers, just for some days

I have very few bad memories. We were teenagers making records, going on tour, it would be hard not to have fun. I don’t know if I would change anything”.

Questo ha dichiarato Halstead pochi anni fa ripensando all’esperienza Slowdive. Poco prima delle tre semplici parole here she comes… apparse sul sito ufficiale della band nel gennaio del 2014 e rimbalzate nel mondo virtuale via Twitter che, in pratica, annunciavano il ritorno in pista degli Slowdive per la ormai classica carrellata di presenze nei festival che contano, a partire dal Primavera Sound per arrivare al Roskilde e al nostro Radar. Una sorpresa per molti, anche per la band stessa, visto ciò che ha detto in merito la Goswell nella già citata intervista: «Non pensavo che le persone potessero essere così interessate a una nostra reunion… Ci ha preso tutti di sorpresa. Quando abbiamo ricevuto l’offerta dal Primavera Sound, abbiamo capito che quello era il nostro punto di partenza».

Naturale, dunque, dopo essersi ritrovati, essere andati in sala prove, essere saliti sui palchi più importanti dell’attualità, riunirsi anche in studio per registrare nuovo materiale. Materiale che, dopo ben 22 anni da Pygmalion si materializza in un disco self titled, quasi a marcarne la ripartenza da (quasi) zero, pubblicato da Dead Oceans e che sembra riprendere le fila di un discorso troppo prematuramente interrotto per chi voleva essere uno shoegazer per più di un giorno. Lo iato più che ventennale, si diceva in sede di recensione, «sembra rivestire di freschezza qualcosa che è indissolubilmente legato al proprio essere e al proprio passato», ovvero quel mix di «shoegaze etereo, sognante, ipnotico, spesso notturno e sicuramente pervaso da quel taglio a metà tra il cinematografico (dunque evocativo) e l’on the road», come testimoniato dall’opener Slomo, da una certa dose di elettricità e senso del ritmo (Star Roving, Don’t Know Why) o da un senso di romanticismo onirico (Sugar For The Pill) sempre pervaso da un clima umbratile e ripiegato, giustamente, su se stesso (Go Get It).

Un lavoro fresco eppure in linea con la produzione primigenia che ha permesso alla formazione di (ri)guadagnare tutto il credito avanzato nel tempo, e che forse renderà finalmente omaggio a musicisti che, pur guardandosi la punta delle scarpe, hanno disegnato mondi ancora attuali.

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