Recensioni

6.4

In un vecchio numero de “Il Mucchio Selvaggio” in versione settimanale, copertina coi Warrior Soul, primi anni Duemila, appariva un’intervista a Frank Black. Al tempo era ormai affermato autore solista, lontano dall’esperienza Pixies e impegnato nella promozione di Dog In The Sand, terza fatica assieme ai Pistoleros. In quella chiacchierata (e l’intervistatore mi perdonerà se non riesco a ricordare chi fosse: se un Guglielmi, un Vignola, un Cilìa o un Testani – sto andando a memoria) il buon Charles Michael Kittridge Thompson IV, alla domanda su quali fossero le cose belle e brutte del periodo con Kim Deal, Joey Santiago e David Lovering, rispondeva più o meno che aveva apprezzato i concerti pieni e i dischi ben recensiti, sottolineando però che per quegli anni provava un leggero rammarico per la mancanza di auto-editing. Come dire che, volendo essere maliziosi, la follia dei Pixies, quella cosa che li ha resi unici al mondo, era, più che un’idea, una spinta urgentissima, irrefrenabile, del tipo “Non è che vogliamo entrare in studio: DOBBIAMO farlo”. Ed è un dato che trova conferma nella discografia di quegli anni: Surfer Rosa nel 1988, Doolittle nel 1989, Bossanova nel 1990 (e se siete tra coloro che reputano Bossanova un disco debole, forse non avete capito: provate voi ad andare dietro ai due capolavori precedenti). Questa velocità, questa incapacità di darsi freni, che in realtà ha reso quei dischi così preziosi, mi è tornata in mente quando ho letto le dichiarazioni di David Lovering a proposito della preparazione di Head Carrier, secondo album propriamente detto del nuovo corso, dopo Indie Cindy. La curiosità di vedere quanto questa creatura, messa nelle giuste condizioni di editing e preparazione, potesse rivelare parti di sé eventualmente inedite. Un’aspettativa forse inutile, visto che: a) i Pixies di oggi non sono quelli del passato, anche perché privi del contributo fondamentale di Kim Deal; b) è trascorso molto tempo da quegli anni; c) il contesto attorno alla band è completamente cambiato.

Come si inseriscono i bostoniani nel panorama odierno? La loro è una posizione strana, poiché quelli che ne hanno raccolto in qualche modo l’eredità (dai Nirvana in poi) sono già irrimediabilmente stati storicizzati, per non dire dimenticati. La proposta che i Pixies lanciarono era infatti una cosa che, col tempo, ha marchiato di riffa o di raffa moltissimi dischi, esaltando un concetto: quella roba era solo loro. Il piano/forte lancinante, il pop più sbarazzino, a volte scemo, altre volte folle, che incontra il lancinante e il nonsense, l’urlo e la distorsione che graffiano la melodia in maniera maggiormente molecolare rispetto ai Jesus & Mary Chain. Oggi l’indie è altro, e quella pazzia così lucente è ufficialmente irripetibile. The days of wine and roses, o qualcosa di simile.

Head Carrier non è un disco brutto, ma sembra soffrire della stessa malattia di Indie Cindy: quegli squarci che si aprivano e che rendevano in passato le canzoni dei Pixies un canone nuovo sono stati accolti dal resto della struttura, del sistema. È come se quegli elementi, cani sciolti (e andalusi) che rendevano più lucenti il suono, fossero stati alla fine addomesticati. Immaginatela così: in passato c’erano il piano e il forte in lotta, ora quella lotta ha trovato una tregua, e di entrambi si è fatto una media. Media che i Pixies cercano però di nascondere con una produzione possente. Quando ho ascoltato Head Carrier, infatti, un aggettivo mi è balzato spesso alla mente: muscolare. Come se il matto dietro ai capolavori del passato avesse deciso di scaricare la tensione che lo alimentava entrando in palestra e alzando pesi. È anche vero, però, che alla luce del ruolo di pesi massimi del settore di Black e compagni, l’analisi di un disco simile la si può fare solo come corsa su sé stessi. Ed è dunque, questo Head Carrier, una continua dinamica tra l’allontanarsi e l’avvicinarsi al passato, e nel migliore dei casi un cercare altro. Come in Plaster Of Paris: uno dei pezzi migliori dei nuovi Pixies, perché rinuncia totalmente a giocare allo sport in cui la band eccelleva, e si abbandona ad un pop semplice, midtempo e in cui la melodia è qui davanti, senza che si cerchi potenza. Quella sospensione attorno all’1:16, con Black che canta e la chitarra che prende la strada dei Sonic Youth più eterei e morbidi prima di tornare alla normalità, è uno di quei momenti che ci ricordano, timidamente, il coraggio dei Pixies. È poca cosa per salvare tutto quanto, ma è già qualcosa.

Per quanto gran parte dei brani si assomigli molto, sembra di stare su un ottovolante biografico: la title track pare una Rock Music ma meno pazza (e cantata), Classic Masher tenta di essere fresca ma ricorda il pop punk anni Novanta di certe band Epitaph. Arriva Baal’s Back e sembra di sentire due cose: la voce di Frank Black che vuole ancora concedersi slanci vocali rabbiosi (ricordate Tame?) e la curiosità nel capire come, dal vivo, il Nostro riuscirà a sfuggire alle figuracce che tale urlato rischia di mettere in scena. C’è poi Might As Well Be Gone: dolce, con alla seconda strofa una terza chitarra leggermente spagnola in sottofondo che rimanda ai tempi dell’interazione del gruppo con lo spanglish. All I Think About Now assomiglia incredibilmente a Where is my mind? ed è cantata da Paz Lenchantin: buon tentativo, ma leggermente furbo. Talent è il meglio che si potrebbe chiedere ai Pixies se i Pixies non si fossero mai sciolti: battente, pop, rapida e cazzona. Um Chagga Lagga parte accennando a Vamos, ma viene subito squarciata da chitarre pesanti, contorsioni, assoli.

Sono pezzi ben costruiti, ben lavorati, in cui si vede la dedizione e l’impegno della band, ma dove il talento non fa capolino spesso, in cui non c’è nulla di straordinario. Buono sì, ed è il massimo che forse si può domandare oggi ai Pixies. A seconda di come vogliate vedere il bicchiere.

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