Album

Surfer Rosa

Pixies
21 Marzo 1988 rock
4AD

Uscito il 21 marzo 1988 via 4AD, Surfer Rosa è il debutto discografico della seminale band indie rock Pixies. Dopo l’EP Come On Pilgrim – visionario mix di Hüsker Dü, sixties di riporto dei Teardrop Explodes, Velvet Underground più sbrigliati, turbolenze Fall, urticante brio à la Seeds e con in filigrana l’aura sguaiata e sacrale dei Pere Ubu – il primo album di Black Francis e soci arriva come una formidabile conferma.

Fu lo stesso Ivo Watts, boss della 4AD, a suggerire Steve Albini come produttore. C’era bisogno di aumentare la tensione, di accalappiare la serpe mentre si dimenava. E andò proprio così: album intriso di situazioni scomode, oppure grottesche, oppure – lynchianamente – macabre, caratterizzato da chitarre che sferzano l’orecchio anche quando la band sembra giochicchiare (Broken Face) o azzarda frequenze epiche di taglio wave (River Euphrates), d’un tratto esplosive laddove pochi secondi prima caracollavano in un brodo sognante, come in quella Where Is My Mind che non c’è miglior definizione di quella fornitaci dallo stesso Francis Black: “una di quelle canzoni di Neil Young che aleggiano nell’aria“.

Nei testi un campionario di facce tumefatte, di sesso meccanico e pugni veloci, di centauri teppisti e lune caraibiche, cantato soprattutto da Charles con la nevrastenia di un invasato senziente. Per una Cactus che raccoglie i più riposti desideri di un carcerato (“Bloody your hands on a cactus tree/Wipe it on your dress and send it to me“), c’è una Gigantic che si fa largo nelle college radio riferendo di un sogno impertinente di Kim con un tipo superdotato (una bella differenza con – ad esempio – Where the Streets Have No Name degli U2, no?). La stampa non si rassegnava però all’idea di un rock tanto intrigante e così apparentemente disengage. Charles era letteralmente assediato da domande del tipo: qual è il senso recondito di Bone Machine? Cosa simboleggiano gli occhi color del ghiaccio? Cosa c’è dietro e dentro Surfer Rosa?

Lui si scherniva: “magari cinque parole significano qualcosa, ma le cinque precedenti o le successive di sicuro non hanno nulla a che vedere con quelle“. Minimizzava: “alla gente non frega un cazzo delle parole. Alla critica sì, ma la maggior parte della gente vuole solo sentire del rock’n’roll. Quando ero ragazzo non m’interessavano i testi, l’unica cosa che contava era se un pezzo è buono o no“. Quindi, arrivava al punto: “quello che mi attrae della musica è il buco in cui vieni risucchiato quando una canzone riesce realmente a prenderti“. Infine sentenziava: “credo che la maggior parte delle band non abbiano altre motivazioni che essere una band. I loro pensieri sono gli stessi di tutti. Quanto a noi, non abbiamo un bel niente da dire“. Chiarissimo. Anche se poi ci pensa l’ineffabile Santiago a chiosare enigmaticamente la questione: “La mia teoria è che se provi a spiegare il mistero che c’è in un cosa che hai scritto, quello che prima sembrava destinato all’eternità, in un attimo diventa stupido“.

Siamo già in grado di sostenere che la missione o se vogliamo l’utopia dei Pixies faceva perno su un tenace ideale di purezza rock. Che, come ogni ideale, doveva se stesso a una stratificazione di costrutti mentali pressoché privo di fondamenti concreti. Tuttavia Black Francis e compari abbracciarono con determinazione questa sorta di naiveté rock, la quale ovviamente – visti i tipi – contemplava la scelleratezza, il torbido, l’impertinenza, la sfida alle convenzioni, il tutto giustificato da una sorta di innocenza costituzionale, tipica di chi fonda le proprie convinzioni su una passata ancorché favolistica età dell’oro. Una ingenua, avventata, generosa età dell’oro, consumatasi prima dell’istituzionalizzazione di forme e prassi rock’n’roll. Un’utopia insomma piuttosto aleatoria, ma in compenso abbastanza sgangherata.

In ogni caso, Charles per primo sapeva bene che ormai il rock era divenuto un linguaggio ben codificato e perciò inoffensivo. Ebbe difatti a dichiarare: “il rock’n’roll è divenuto un’esperienza artificiale. Non ha nulla a che fare con la ribellione. Fa parte della cultura di massa ormai. Tutto è accettabile, nulla è estremo, pericoloso o sovversivo. Niente che possa spaventare mia madre. Lei ama i Pixies“.

Continua a leggere l’approfondimento monografico sui Pixies curato da Stefano Solventi nella pagina dedicata.

Tracklist
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Discografia
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  • 1 Bone Machine
  • 2 Break My Body
  • 3 Something Against You
  • 4 Broken Face
  • 5 Gigantic
  • 6 River Euphrates
  • 7 Where Is My Mind?
  • 8 Cactus
  • 9 Tony's Theme
  • 10 Oh My Golly!
  • 11 Vamos
  • 12 I'm Amazed
  • 13 Brick Is Red
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