Recensioni
Pop Group
Pop Group
Cabinet Of Curiosities
We Are Time
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Tommaso Iannini
- 20 Novembre 2014


1977-1981; è in questi pochi anni, intensi e febbrili, che Mark Stewart, Gareth Sager, John Waddington, Simon Underwood (poi Dan Catskis) e Bruce Smith marchiano a fuoco la scena post-punk contemporanea e non solo. Il loro lascito è riassunto in due album forti nello stile e nei contenuti, integrati da un paio di antologie, nonché in un manipolo di band e progetti in cui quell’esperienza andrà a ramificarsi – tra snodi paralleli chiamati Pigbag, Rip Rig and Panic, Maximum Joy e la carriera solista di Stewart, tutto nato da costole della formazione di Bristol, foriera di novità anche per la propria città natale.
Lascito che torna in parte a rivivere grazie alla ristampa di We Are Time, una raccolta del 1980 che raggruppava alcune delle prime registrazioni del complesso, precedenti il debutto Y. Musica punk ma non punk rock in senso stretto, con cui il Pop Group dava un giro di vite alla new wave come alla musica di protesta; perché l’urgenza del messaggio trovava il suo equivalente nel sound, dove i groove funky, il passo in levare del reggae, il dub, le interazioni armolodiche del free jazz, i ritmi afrotribali e le sonorità scorticate di una chitarra rock, grippavano l’uno sull’altro, sulla scorta di una commistione/combustione reciproca all’insegna dell’urgenza più disperata e iconoclasta. Ai capolavori in versione live come Thief of Fire e We Are Time fanno da contraltare piccoli gioielli che poi così minori non sono, tra cui la dance distorta e agit prop di Colour Blind o la scalmana funk tribale di Spanish Inquisition, la cui ritmica fratturata e irrequieta ha fatto scuola anche sull’altra sponda dell’Atlantico (sembra di sentire un anticipo dei Minutemen).
Il funk affilato di Where There’s A Will, pubblicato nel 1980 in uno split single dal doppio lato A condiviso con le Slits, e una She’s Beyond Good and Evil prima maniera prodotta da Andy Mackay dei Roxy Music (rispetto alla versione incisa con Dennis Bovell, si sente in particolare l’assenza dei cori) aprono Cabinet of Curiosities, breve antologia composta principalmente da tracce live e nuovi estratti da una John Peel Session del 1978. In cui risuona ancora la furia sincopata di Colour Blind e We Are Time insieme ai jingle pop inaspettatamente soavi di Don’t Sell your Dreams, per il resto trafitta da stecche allucinanti di chitarra e, nel finale, da un solo di armonica completamente free; momenti top di una miscela che si rivela sempre obliqua, aggressiva, orgiastica, acida e dissonante – caratteristiche rispetto a cui non fanno eccezione nemmeno Abstract Heart e Karen’s Car, inediti su disco catturati in versione live. Lungi dall’essere il compendio perfetto – andrebbe ascoltato un po’ tutto del Pop Group, come per i Joy Division – resta un buon promemoria. Va bene per far parlare nuovamente di questa pionieristica band, ma l’approfondimento è necessario. Meglio, obbligatorio.
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