Recensioni

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Da qualche anno negli USA si sta sviluppando una foltissima frangia DIY-integralista dal grande fascino nerd. Bandcamp è il primo mezzo di diffusione di numerose pubblicazioni composte principalmente da pop da cameretta volutamente lo-fi, talvolta sommerso da assortiti effetti stralunati. Alex G, Elvis Depressedly, Car Seat Headrest, Frankie Cosmos, Spencer Radcliffe, Katie Dey, Emily Yacina e Sam Ray (Julia Brown, Ricky Eat Acid…) sono gli esponenti più in vista.

Aaron Maine, leader dei newyorkesi Porches, fino ad oggi poteva essere incluso all’interno di questa lista: i suoi primi lavori Je t’aime, Scrap and Love Songs Revisited (2011) e Slow Dance in the Cosmos (2013) erano infatti caratterizzati da un impatto assolutamente grezzo e da una componente alt-cantautorale predominante, nonostante una grande eterogeneità di soluzioni. Ad aver quasi completamente stravolto la proposta del progetto di Maine non è stato tanto il passaggio alla Domino (Alex G, ad esempio, è rimasto fedele al proprio sound), quanto invece l’influenza enorme che ha avuto lo spostarsi dall’estrema periferia nord di New York (Pleasantville, Westchester County) al cuore pulsante della city, Manhattan. Per certi versi, l’approccio non è mutato (l’album è stato registrato nell’appartamento del musicista), ma questa volta Aaron ha potuto contare sul supporto, oltre che di alcuni dei suoi fidi compagni di viaggio, di Chris Coady, già al lavoro con Beach House e Grizzly Bear.

Nasce così Pool, un disco profondamente diverso dalle precedenti uscite targate Porches: le ruvidità e i toni da dimesso e narcotizzato songwriter americano sono stati chiusi in un cassetto a favore di un concentrato di eleganza raffinata – a tratti veramente vellutata – figlia di un synth-pop sì variegato, ma mai sopra le righe. Un nuovo corso, in un certo senso, già accennato nella split tape – pubblicata nel 2014 e realizzata insieme al cantautore del Tuareg, Mdou Moctar – a nome Ronald Paris che conteneva tre tracce in cui era già possibile apprezzare Maine sperimentare con un canto più pulito (e sommerso di effetti) e con orizzonti sonori più oscuri e metropolitani.

Si passa dunque dal white-funk tagliato hypnagogic-pop di Glow, brano dal retrogusto cool-80s e dalle tinte vagamente notturne (nonché l’episodio melodicamente più efficace), alle atmosfere più plumbee di Shape, traccia che potrebbe appartenere al repertorio dei Majical Cloudz se invece di loop e tappeti di tastiera trovassimo beat più elaborati (il continuo ed irregolare wobble è il valore aggiunto). Car possiede connotati tipicamente indie più definiti, il bel singolo Be Apart ospita ai cori Greta Kline (Frankie Cosmos e attuale fidanzata di Maine), Hour presenta inserti elettronici di scuola Martin Gore, mentre Mood musicalmente può ricordare una versione slow-dance delle ultime cose targate Wild Nothing. La linfa di Pool è un convincente equilibrio tra una vaga ingenuità di facciata che sfocia nel kitsch (l’autotune nella title track) e velleità art-pop che giocano con la retromania eighties, rielaborandola in un modo tutt’altro che canonico.

L’intera esperienza è impregnata di un gusto sophisti e urbano che fa da cornice ad una New York d’altri tempi, e per questo assolutamente attuale. L’unica pecca di un lavoro organico e ben stratificato è quella di non essere sempre capace di creare un legame empatico con l’ascoltatore. C’è sicuramente chi rimpiangerà la genuinità meno artefatta dei primi tempi, ma la strada è quella giusta e il disco è decisamente valido. Manca giusto la zampata decisiva.

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