Wild Nothing (US)

Biografia

Wild Nothing parte dai territori dream-pop rielaborando un sound vicino a Radio Dept. e Pains of Being Pure at Heart, e calandosi in un revival di un filone anni Ottanta che va dai Cure agli Smiths passando per la poliedrica delicatezza di Bradford Cox in chiave Atlas Sound e dalla plasticità dei primi New Order. Il tutto intrecciato a un gusto per un pop barocco, mai fine a se stesso e sempre diretto. Jack Tatum è riuscito nel tempo a mescolare tutti questi elementi distanziandosi dalla psichedelia tossica dei DIIV e dal mondo stralunato di Mac Demarco, non a caso suoi compagni di etichetta alla Captured Tracks.

Il periodo del college è certamente delicato: nel tentativo di diventare grandi c’è da fare un po’ i conti con se stessi, con le paure per il futuro e l’incertezza di un presente fatto di scoperte continue. Jack Tatum non è immune a questo processo, incanalando il tutto nella musica. Il giovane studente di Blacksburg muove i primi passi in varie band locali (Jack and the Whale, Facepaint) per poi cominciare a buttar giù materiale inedito per conto suo. Inizia così la genesi del progetto Wild Nothing, di lì a poco cominciano a circolare un paio di demo e la label Captured Tracks fiuta qualcosa: il risultato è il disco di debutto Gemini (2010). Un esordio discografico è sempre difficile, può passare inosservato o essere un trampolino di lancio per artisti in erba. Grazie anche ai media, Pitchfork su tutti, Gemini raddrizza i bilanci di Captured Tracks e segna un continuum sonoro con altri artisti dell’etichetta, vedi Beach Fossils. L’esordio di Tatum rimane comunque uno dei dischi importanti del filone dream-pop tanto in voga nel primo decennio del nuovo millennio.

Dopo un buon debutto, la spinta generata dalle riviste di settore e la fiducia dell’etichetta, bisogna pensare ad iniziare quello sprint fondamentale che in musica si traduce col fare un disco che faccia la differenza. Il ragazzo si prende due anni di tempo e tira fuori quel Nocturne (2012) che la differenza la fa: se Gemini poteva essere un colpo di fortuna, col secondo disco il progetto Wild Nothing fa il passo che non tutti si posso permettere. Tatum si spinge più in là, gioca con gli elementi già presenti nel disco d’esordio e li immerge nell’esotico, in tempi irregolari e in un sapore retrò peculiare. Dopotutto siamo in piena era retromaniaca. Nell’era del web 2.0 bastano due dischi per la consacrazione nell’intricato mondo dell’alternative/indie, e così Nocturne garantisce a Wild Nothing un tour promozionale considerevole e una presenza costante sulla stampa specializzata.

Quattro anni per ragionare sul come dimostrare di non essere l’ennesimo sogno pop da hypsteria del nuovo millennio: non sarà un caso se Life Of Pause (2016) arriva nello stesso periodo in cui Trevor Powers, un altro esimio esponente del dream-pop, annuncia la fine del progetto Youth Lagoon. Un’epoca è terminata e molto probabilmente la parabola lo-fi e della musica da bedroom, come si direbbe negli Stati Uniti, è in netta discesa. Torna prepotentemente il post-punk, sembra che non ci sia più spazio per gli adolescenti e per la delicatezza. Forse però mettere in pausa la vita a volte serve per rigenerarsi ed è proprio questo quello che succede a Wild NothingLife Of Pause è un disco libero, in cui la sperimentazione di Tatum raggiunge le vette più alte accostando al pop, di cui ormai è abile maniscalco, le geometrie sghembe dei Talking Heads. Ancora l’esotico, ancora gli anni ’80, ma adesso c’è un tentativo di andare oltre. I tempi cambiano e nell’epoca dei social network e degli smartphone sei anni di carriera e tre dischi possono già confinare un artista ad un genere e/o a un lasso temporale, gettandolo nel buco nero della memoria. A volte però accade il contrario, è l’artista a piegare questo processo, a deformare il tempo, a mettere in pausa la vita. Wild Nothing, con la sua musica, c’è certamente riuscito.

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