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C’erano una volta i Dungen: la risposta svedese ai Mars Volta per alcuni, la psichedelia ’60 suonata tra i boschi nordici per altri, ma soprattutto gli autori di Panda, uno dei singoli dello scorso decennio che meglio hanno saputo sintetizzare – in modo eclettico – la neo-psychedelia tutta. Sembra ieri, ma tutto ciò accadeva dieci anni fa. Qualche tempo dopo, Reine Fiske (chitarrista e mente pulsante dei Dungen) ha dato vita al progetto The Amazing, guidato dal songwriting e dalla voce dimessa e disillusa di Christoffer Gunrup. All’alba del 2015 Fiske e soci danno un seguito a quello che fino ad oggi è l’opera di maggiore rilievo a nome The Amazing, quel Gentle Stream che nel 2011 si contraddistinse per un folk rock lisergico d’atmosfera (Gone il suo apice).

Lo fanno con Picture You, un dieci tracce pubblicato per la fida Partisan, con il quale i Nostri sembrano volersi togliere di dosso il pesante mantello psichedelico (o perlomeno alleggerirlo) allargando gli orizzonti verso un rock di matrice più classica e di stampo più vicino alla tradizione americana che a quella inglese: nonostante siano ancora presenti le commistioni tra il cantautorato di Nick Drake e le sonorità spacey dei Pink Floyd, è facile scorgere anche il retrogusto di chi ha portato al successo il credo anglo-americano (America, Fleetwood Mac…).

La titletrack, uno degli episodi di maggiore impatto, è una dichiarazione d’intenti: andatura da on the road all’imbrunire, dialoghi tra chitarre (acustiche ed elettriche) che hanno ben imparato la lezione degli ultimi War On Drugs e il timbro sghembo ma evocativo di Gunrup. Tutto questo prima di una lunga coda strumentale in cui i Nostri danno un assaggio della perizia tecnica che li caratterizza. Sebbene un vago mood rilassato e liquido pervada un po’ tutta l’opera, i punti di riferimento sono svariati ed eterogenei: in Broken le sonorità 70s di si mischiano a un retrogusto melodico targato Cure, mentre in Circles si possono addirittura scorgere le lentezze spleen dei Red House Painters, imbastite su strutture meno minimali.

Il trio d’apertura è di altissimo livello, ma nella parte centrale gli svedesi si perdono leggeremente per strada, tentando prima di flirtare con tentazioni gazey con risultati alterni (Safe Island) e poi sfociando in concrete partiture proggy (Fryshusfunk). Meglio allora quando è la vena cantautorale a riprendere le redini (Tell Them You Can’t Leave), anche se talvolta l’effetto cantilena può prendere il sopravvento (To Keep Going).

Una band che non ha paura di suonare incredibilmente classica e fuori da qualsivoglia contesto cool. Eccessi tenuti a freno (in questo caso è un bene, per non cadere in tecnicismi fini a se stessi o in stereotipi da vecchi fricchettoni) e grande attenzione ai piccoli dettagli. Per arrivare al grande disco manca ancora un briciolo di concretezza e il fiuto per la canzone dal respiro universale e senza tempo.

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