Recensioni

Toxydoll è un quartetto di estrazione piuttosto cosmopolita (con anche tanta Italia) ma stanziato a Berlino, di cui rappresenta uno scorcio di underground innervato da sperimentalismi assortiti. In formazione ritroviamo anche quel Bob Meanza (qui all’opera tra synth, tastiere e mixaggio) di cui avevamo recensito l’ottimo OU in coppia con il sitarista Filipe Dias De, elegante ed ispirato viaggio tra primitivismi ambientali e cosmicheggianti ritualismi.
Nulla di più diverso dal disco appena citato si potrebbe immaginare nel caso di Bullsheep, esordio (se si esclude un live-album) del quartetto presso Aut Records. La sbilenca ed irrequieta allucinazione (meta)musicale portata avanti (ma anche indietro, a destra e a sinistra) lungo le otto tracce in scaletta è uno schizofrenico ed iperattivo pastiche ammantato di jazz – soprattutto grazie al sax di Vicent Doménech – sulla falsariga degli indimenticabili e seminali Naked City di mastro John Zorn, o di qualcuno (scegliete pure a caso) dei mille side-projects del compare-collega Mike Patton: l’attitudine squisitamente free-jazz e un approccio vagamente prog sono infatti perennemente squassati da incubi e deliri quasi grind e spesso sfocianti in deflagrazioni al confine (se non oltre) con il noise più caotico, chitarre drogate da infiniti riverberi e fuzz, e drumming spastico e frenetico.
Il risultato finale è qualcosa di informe ma personale, super-contaminato e orgogliosamente deviato: a tratti un mero esercizio di stile fine a sé stesso, ma sempre e comunque animato da un sincero sperimentalismo.
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