Recensioni

6.7

Speravo di farmi un’idea definitiva sui Wild Beasts con questo quarto album, ma devo mettermi il cuore in pace. Sono una buona band, conservano una apprezzabile freschezza che col tempo (sono passati sei anni dall’esordio Limbo, Panto) ha guadagnato in respiro e cura dei dettagli. Oltretutto non manca loro il giusto mix di personalità e ambizione, ma il guaio è capire dove siano indirizzate. In altre parole, conta più l’art o il pop? E poi, è davvero questo il punto?

Present Tense, dicevo, non risolve il dilemma. Semmai lo amplifica. La scelta di rivolgersi a due co-produttori come Leo Abrahams (pupillo di Brian Eno) e Alex “Lexxx” Droomgoole (già al lavoro con Arcade Fire, M.I.A. e Franz Ferdinand tra gli altri) è emblematica in tal senso, suggerendo la volontà di muoversi sulla linea di confine tra ricerca e immediatezza, ruotando di una tacca la manopola della raffinatezza rispetto al buon predecessore Smother. Il quartetto di Kendal spende quindi le consuete monete virtuali black sul binario dei due caratteristici timbri vocali (quello tenorile di Hayden Thorpe e quello baritonale di Tom Fleming) in un paniere di suggestioni plastiche synth-wave ed astrazioni atmosferiche.

Nel loro manifestarsi più complesso spacciano esotismi gravi Japan ed esuberanza Human League (Daughters), oppure sfoggiano inquietudine androide come un Antony colto da spasmi TV On The Radio (il gospel mutante di Wanderlust), mentre altrove si muovono con leggerezza arguta e caramellata da nipotini paciosi dei Bronsky Beat (A Simple Beautiful Truth) o col passo romantico e risoluto da Roxy Music prosciugati Notwist (Sweet Spot). Ma proprio quando dimostrano di avere i numeri per tracciare solchi importanti (l’intensità aspra e cinematica di Nature Boy, gli spettri caraibici tra singulti post-wave e l’arcobaleno Eno/Moroder di A dog’s Life), sembra mancargli la scintilla decisiva.

È a mio avviso soprattutto un problema di scrittura, di istinto per melodie memorabili e strutture che ne valorizzino l’impatto. Così la partita si gioca e si consuma sul filo delle prassi estetiche, gradevoli e persino interessanti (le inflessioni funky sparagnine di Past Perfect, lo struggersi soul dalle reminiscenze U2 – quelli eniani, of course – della conclusiva Palace), ma tutto sommato interlocutorie per non dire superficiali, incapaci di lasciare davvero il segno. Un “difetto genetico” che difficilmente, temo, potrà trovare soluzione. 

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