Luke Vibert Presents Amen Andrews
Mag
29
2020

Luke Vibert

Luke Vibert Presents Amen Andrews

Hypercolour

Elettronica
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Info

Pubblicato da Hypercolour il 29 maggio 2020, Luke Vibert Presents Amen Andrews è il secondo album della quarantena (dopo Lockdown Breaks) del poliedrico e tentacolare producer classe ’73 anche noto con gli alias Wagon Christ, Kerrier District, Plug, The Ace Of Clubs (e altri ancora). Tra i tanti progetti, quello in questione, messo a battesimo nel 2003 tramite 5 EP numerati usciti quell’anno, è dedicato a una particolare versione dura e pura della jungle a cavallo 90s e 00s, ragga come ruff. Quella che ancora teneva botta nei (banditi) rave rimasti in circolazione nel Regno Unito (citati da Logos come fonte d’ispirazione per il suo primo seminale album Cold Mission) a suon di accelerazioni di quello specifico drum break che riespone al nome e (al mito) di amen (dall’omonima traccia, che di nome completo faceva Amen, Brother).

Allora come oggi, una Paul’s Boutique samplemania (in passato sprezzemolata di Trout Mask Replica, Rockers, Spectrum, Ohio Players, Kurtis Blow ecc.), tra un’ampia space-b-movie-grafia, mitici documentari educational dei 50s e 60s britannici e americani, e un citazionismo spinto da storia del contrappunto del break (ci sentirete tanto This Is A Journey Into Sound quanto gli straclassici declamati “Woo Yee” e “You Bet It” presenti in ogni compilation Acid House da autogrill che si rispetti), condisce del sano cazzeggio illuminato dall’estro di un producer il cui talento risuona tuttora cristallino.

Occhio dunque ai ganci space lounge à la Wagon Christ da puro scazzo 90s di Ready, Strange e Sirius (con prequel wonky annessi e connessi) ma anche ai cartoon sound in levare (una God che se ne frega di tener dritto il break ma che anzi lo fa girare nel flipper a colpi d’anca), oppure, sul lato frontale (ma pur sempre gigione) quell’autoscontro di lunotti ragga chiamato Big L, lo sfottò Moby di Ready Again o quel gioiello da primissimo rap che di titolo fa Lower.

Ok è un’ora di musica quindi non aspettatevi un rapimento dall’inizio alla fine (Better Breaks, nonostante il nome, non brilla, così come New Bust si trascina un po’ senza guizzi); preparatevi a sorridere però, perché non smetterete di farlo. You Bet It.

di Edoardo Bridda

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