Album
Harvest
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Stefano Solventi
- 17 Luglio 2015
Se alla fine degli anni ’60 imbocca una carriera più che promettente, tra il 1970 e il 1972 Neil Young scala marcia e incide due dei suoi capolavori, After The Gold Rush e Harvest.
In mezzo una proficua parentesi, quella nei Crosby, Stills & Nash con i quali, convinto da Stills, percorre un pezzo di strada. I quattro s’imbarcano in un tour fortunatissimo, preludio al successo dell’album in studio Déjà Vu (marzo 1970) e al doppio live successivo 4 Way Street (aprile 1971).
Allo scoccare dei Settanta però, per Young arriva il momento di iniziare a correre forte in solitario: con i Crazy Horse, ovvero Nils Lofgren e Jack Nitzsche, pubblica After The Gold Rush (agosto 1970), un album di folk rock visionario e lunare, con qualche lancinante concessione elettrica, che di fatto costituisce una delle prime importanti codificazioni della sua calligrafia. La malinconia appassionata di Only Love Can Break Your Heart, l’esortazione languida di Don’t Let It Bring You Down, l’invettiva febbrile di Southern Man e l’ecologismo allucinato della title-track sono forse i pezzi migliori di un album ispiratissimo.
Nonostante i problemi alla schiena che ne invalidarono la mobilità obbligandolo ad un intervento chirurgico, si tratta di un periodo fertilissimo, visto che di lì a poco iniziano le session della prova successiva. Le registrazioni prendono molto tempo ma portano al suo disco più famoso dei 70s.
Di fatto è Harvest, pubblicato il 1 febbraio del 1972, a consacrarlo definitivamente. Inciso con gli Stray Gators (Nitzsche più il chitarrista Ben Keith, il bassista Tim Drummond e il batterista Kenny Buttrey) e con ospiti quali CSN, Linda Ronstadt e James Taylor, è un lavoro che affonda ancora di più la penna nel calamaio country-folk (vedi la title-track, Out On The Weekend e la solare Heart Of Gold), talvolta allungandolo di blues elettrico (Are You Ready for the Country?).
Notevole il tentativo di alzare l’asticella dell’ambizione con due pezzi di pop sinfonico come A Man Needs a Maid e There’s a Word (ospite la London Symphony Orchestra), bilanciati da spasmi elettrici come Alabama e Words (Between the Lines of Age), anche se l’apice del disco va individuato nei due minuti chitarra-voce di The Needle and the Damage Done, cartiglio serico e disperato inciso durante un’esibizione live ma perfetto nella sua fragile, indolenzita luminosità.
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