25 e non sentirli: 10 imprescindibili album usciti nel 1993 secondo Stefano Pifferi

Un gioco. Uno di quelli poco impegnativi ma al tempo stesso, si spera, piacevoli e utili; per dire a chi non c’era – e, insieme, per far tornare in mente a chi c’era – cosa avveniva discograficamente venticinque anni fa e anche per vedere come e quanto certe musiche, certi dischi, certi artisti abbiano superato la prova del tempo oppure no. Una selezione arbitraria e limitata a una decina di titoli, ovviamente figlia degli ascolti di chi scrive, dei gusti cresciuti e affinati anche grazie alle scoperte del tempo, sorta di caccia al tesoro a occhi chiusi o quasi, con pochissime indicazioni scritte, molti passaparola e una sensazione di inebriante fascinazione ogni volta che si metteva la puntina sul disco.

1993. Erano gli anni della (semi)verginità indie, almeno nella periferia della provincia dell’impero e le notizie su gruppi, scene, situazioni, cominciavano ad arrivare con una certa regolarità ma sempre in maniera frammentaria; i giornali di musica cominciavano a occupare una certa rilevanza nella vita di molti ascoltatori e i media storici cominciavano con difficoltà a capire come muoversi. Così, tra grunge in rampa di lancio e indie/alternativa (questa l’etichetta-calderone sotto cui si trovavano nei negozi Dinosaur Jr e Smashing Pumpkins, Radiohead e Breeders, PJ Harvey e Tool, Flaming Lips e Tindersticks), slanci crossover a vario livello e prime prove di ibridazione sonora (Give A Monkey A Brain And He’ll Swear He’s The Center Of The Universe dei Fishbone, protagonisti quell’anno di uno dei concerti più devastanti del periodo, insieme a RATM e Tool, e Stain dei Living Colour, per fare due nomi) e prodromi del mainstream che sarà (vs dei Pearl Jam, Debut di Björk, Modern Life Is Rubbish dei Blur) c’era spazio per i dischi di questa selezione che è un po’ una sorta di “educazione siberiana” per chi scrive, un personale “decalogo” che (probabilmente) regge ancora oggi.


Fugazi – In On The Kill Taker

Il disco meno “dei Fugazi” si fosse sentito fino ad allora, In On The Killtaker è in realtà, per chi scrive, IL disco dei Fugazi. Quello in cui la melodia e l’incazzatura, gli interplay assassini, le urla, la passione, il basso circolare, la tensione continua, le deflagrazioni improvvise, la catarsi, la rinascita, il post-hc e una infinità di altre cose che stanno esattamente al crinale tra la musica vera e propria e l’attitudine, l’integrità, l’etica generale raggiungono la piena maturità. Mostrandosi come il fiotto tardo-adolescenziale del rifiuto delle regole, del mondo, di tutto, ma ancorato a una visione moralmente inattaccabile dell’esistenza e, insieme, come la consapevolezza di poter essere finalmente quello che si era sempre stati e che sempre si sarebbe stati. I Fugazi. Nulla di più. Gli unici a stare ancora, per sempre, fieramente sul cucuzzolo della montagna dell’indiependenza a difendere una posizione dimenticata praticamente da tutti.

Cop Shoot Cop – Ask Questions Later

Era una delle formazioni “meno rock” del giro noise-rock, e non solo per la atipica strumentazione composta da campionatore, due bassi, batteria piena di lamiere. Quello dei newyorchesi Cop Shoot Cop era il suono di una città che in quegli anni stava sì, lievemente riemergendo dal baratro sociale dei ’70-’80 ma manteneva un alone di violenza, perversione, depravazione, disillusione, sperequazione e quant’altro che Todd A e soci riuscirono a mettere su pentagramma al meglio. Esattamente al crinale tra (approccio) industrial e (devasto) noise-rock, il quartetto formato da Phil Puleo, Todd A, Natz e Filer, con l’aggiunta di tutta la mini-orchestra del transfugo David Ouimet, riesce in questo terzo album a trovare una quadra perfettamente in equilibrio tra approccio senza compromessi e concessioni all’accessibilità, ovvero rumore e melodie, fastidio e carezze, denuncia sociale e fanfare. “Successi” commerciali come $10 Bill o sing-a-long sarcasticamente irresistibili come Everybody Loves You dicono molto del periodo e della statura della band.

Cows – Sexy Pee Story

Disco acquistato praticamente a scatola chiusa dopo una recensione di Sorge su Rumore, se la memoria non mi tradisce, in Sexy Pee Story, a partire dalla immagine di copertina, c’è tutto quello che deve esserci in un disco affinché questo faccia presa su un adolescente ignorante e influenzabile: rumore, blues, umori, sensazione di frustrazione, follia, rock’n’roll marcito, piscio, iconoclastia, depravazione, ritardo mentale, eccessi di ogni tipo. A dominare in lungo e in largo però è il suono, unico, inimitabile, slabbrato, storto e distorto di quattro brutti ceffi ovviamente agghindati da ritardati nel retro di copertina: una lunga e folle corsa sull’autostrada del noise-rock a furia di riff micidiali, stacchi mostruosi, deliri casuali, urla sbilenche e sboccate che si materializzano al meglio nella title track, vero paradigma dell’intera carriera. Non siete convinti? Ascoltate 39 Lashes, cover di un tema da Jesus Christ Superstar: scudisciate, appunto le 39 del titolo, enumerate lentamente a suon di ipnotico e circolare noise-rock + sarcasmo che sfiora lo humour nero. In pratica i Cows.

Zeni Geva – Desire For Agony

Il Sol Levante cominciava a farsi notare in maniera più ampia anche in Occidente e gli Zeni Geva di KK Null, grazie soprattutto al tramite di una Alternative Tentacles sempre attenta a guardare fuori dai propri confini, ne furono ambasciatori capaci di mediare l’impatto noise no compromise del rumore bianco nipponico con un atteggiamento “rock” marziale e altrettanto devastante, ma più intelligibile. All’epoca di Desire For Agony il trio, formato dalle chitarre di Null e Tabata, e dalla batteria di Eito, aveva già alle spalle una produzione corposa e pure un passaggio “in occidente” attraverso la Pathological, ma fu con questo disco che ci si accorse di loro e del rumore che veniva da lontano. L’opener Stigma era un tribaloide e paranoide calcio in bocca, la title track una sorta di hc da fonderia, Heathen Blood una specie di sludge suonato da Godzilla con improvvisi squarci quasi-prog, Disgraceland una nenia da cantare in un rifugio anti-atomico: Desire For Agony è un monolite nero, un blocco unico di granito livido in cui non c’è catarsi o possibilità di fuga. E suona perfettamente devastante e straniante anche dopo un quarto di secolo.

God Machine – Scenes From The Second Storey

Una tra le più sfortunate band di tutti i tempi proveniva da San Diego, ma aveva un sound e un immaginario troppo inglese per rimanervi. E infatti Londra, dopo una breve parentesi olandese, fu l’approdo ideale per Jimmy Fernandez (basso), Robin Proper-Sheppard (chitarra), Ron Austin (batteria) che, pubblicato appena un 12” (Purity) su Eve Recordings, arrivano alla Fiction, sparano un altro paio di 12” (Ego e The Desert Song) e poi fanno il botto con questo doppio album letteralmente incredibile. Suono totalmente british ma approccio indie all’americana, nostalgia e malinconia, ugge e risentimento, difficoltà relazionali, speranze e disperazione recitate e sofferte e bisbigliate e urlate su un sottofondo che è indie-rock in modalità post-punk un filo wave ma anche psichedelico, prog, grunge, emo e moltissimo altro. Insomma, Scenes From The Second Storey è un prisma iridescente che restituisce cose diverse in base a come lo si guarda, sia musicalmente che come stati d’animo e non è cambiato di una stilla rispetto alla data di uscita. Solo un evento tragico poteva castrare sul nascere quello che resta uno dei progetti insieme più ispirati e sfortunati da quando l’uomo inventò il rock. In memoria di Jimmy Fernandez.

Girls Against Boys ‎– Venus Luxure No.1 Baby

Anche qui strumentazione poco consona – doppio basso e tastiere, oltre a batteria e chitarra – per gli ambiti di provenienza – l’hardcore dei Soulside da cui Eli Janney “prelevò” Scott McCloud (chitarra e voce), Johnny Temple (basso) e Alexis Fleisig (batteria) – e anche qui radici evidentemente piantate nell’hardcore evoluto ed emotivo made in Dischord, ma volontà di superare barriere e ripensare la materia con innesti vari. Venus Luxure No.1 Baby è il secondo disco dopo l’esordio Tropic Of Scorpio e il mini Nineties Vs. Eighties, entrambi su Adult Swim, ed è targato T’n’G non a caso: l’impatto iconoclasta del rock più noisey e mutante si impreziosisce di groove, di sensualità (marcia, ovviamente), di passaggi melodici ma non perde nulla in capacità visionaria né in impatto, anche e soprattutto per la velocità di crociera, sempre sul mid-tempo tendente allo slow. Qualità media altissima e un paio di hit potenziali come Bulletproof Cupid e l’iniziale In Like Flynn fecero dei GvsB delle piccole star indie e di Venus Luxure No.1 Baby uno “stone-cold classic”.

Morphine – Cure For Pain

Può una band essere ricordata per la sventurata morte del proprio frontman sul palco? Questo sembra essere il destino dei Morphine, dopo la notte maledetta del 3 luglio 1999 in quel di Palestrina, provincia di Roma, quando Mark Sandman improvvisamente si accasciò sul palco per non rialzarsi più. Eppure i Morphine non merita(va)no questa tragica sorte così come non merita(va)no di essere ricordati solo per quella tragedia, visto che le musiche architettate dai tre, seppur con una strumentazione a dir poco minimale – il basso a due corde di Sandman, i sax di Dana Colley e la batteria ridotta all’osso di Billy Conway, subentrato durante le registrazioni a Jerome Dupree – erano indie, erano jazz, erano blues, erano moltissimo. Groove e dimensione evocativa e cinematografica (Sheila, In Spite Of Me, Buena e altre tracce finirono in film e serie tv, per dire) la fanno da padrone nelle 13 canzoni di questo secondo album, mostrando uno spettro sonoro sorprendente per la strumentazione usata e molto vario per quel che riguarda le atmosfere: da quelle più accese e jazzy (Buena, A Head With Wings, Mary Won’t You Call My Name?) a quelle più notturne o riflessive (Let’s Take A Trip Together, Sheila) o addirittura “pop” (Candy). Riascoltare Cure For Pain, ma anche gli altri pochi album pubblicati, insomma, non fa che accrescere il rammarico e lanciare invettive al “destino cinico e baro”.

Einsturzende Neubauten – Tabula Rasa

Il percorso verso la normalizzazione delle sonorità della band di Blixa Bargeld passa inesorabilmente attraverso questo Tabula Rasa, album che inaugurava i 90s facendo discutere ampiamente i fan all’epoca dell’uscita. Questo perché Kollaps e Halber Mensch erano ormai lontani ricordi nel tragitto di una formazione nata per abbattere gli edifici e che non poteva né doveva abbandonare quel modus operandi investigativo, anche radicale e sorprendente, che ne aveva segnato la nascita in nome del mantenimento del proprio status quo. Così Tabula Rasa era sì, rumore ma applicato a una idea personale di mittelpop, smussatura di angoli ed esaltazione della melodia, lavoro melanco-melodico che sembrava gettare nuova luce o meglio, offrire una prospettiva nuova a quei “palazzi oramai crollati” il cui fragore risultava (quasi) eco marginale. Tabula Rasa, dunque, nel senso etimologico della definizione: nuovo inizio, (ri)appropriazione della (propria) musica e spazio, tanto spazio, per costruire nuovi edifici, talvolta eleganti e raffinati come la Blume condivisa con la musa Anita Lane o Zebulon, spesso aspri e irregolari, quasi gaudiani, come nella suite Headcleaner. Il rumore, gli eccessi, la cacofonia cedono via via il passo a una dimensione arty, elegante, austera.

Lungfish – Rainbows From Atoms

I Lungfish rappresentano per chi scrive il vero gruppo-ossessione. Tutti dovremmo averne almeno uno, se non di più. Quei gruppi per cui si ha una attrazione viscerale, metafisica, quasi ancestrale e che non si riesce a spiegare razionalmente. Probabilmente è il milieu in cui sono cresciuti, quella Washington DC targata Dischord, oppure è il magnetismo di Daniel Higgs, frontman atipico, poetico, affascinante tanto quanto poco gliene frega di esserlo, oppure ancora sono gli intrecci strumentali che hanno la forza dirompente dell’hardcore, ma anche il lirismo e la poesia e il senso di spiritualità che pervade tutto questo secondo album lungo e l’intera carriera. Dopotutto se sei “guidato” da uno come Higgs, sorta di reverendo anarchico e fuso, uno che veramente “ha una visione” che probabilmente faremo nostra tra qualche decennio, non puoi non suonare come suonano Asa Osborne (chitarra, poi anche Zomes), John Chriest (basso) e Mitchell Feldstein (batteria): intrecci di chitarra pulitissima, interplay ritmico ipnotico, esplosioni improvvise, tensione che si accumula e si scioglie in continuazione; ovvero, dare un senso a definizioni come post-hardcore. Poi un pezzo quasi spoken word come Creation Story necessiterebbe di una trattazione a parte per quanto è paradigmatica dell’intero Lungfish-pensiero. Un pensiero che mi accompagna praticamente dall’uscita di questo disco.

Melvins – Houdini

Non conoscevo i Melvins prima dell’acquisto di questo disco (e del 10” Eggnog). E acquistai questo disco solo perché avevo letto che era stato prodotto da Cobain. E che Cobain ci suonava. E che i Melvins erano stati suoi amici nonché, trasversalmente, suoi ispiratori. Insomma, ci arrivai grazie ai “link” pre-internet e sulle prime rimasi pure un po’ spiazzato se non proprio deluso. Non che mi aspettassi canzoni – che poi a ben vedere ci sono eccome – ma era il periodo dell’esplosione del grunge e questi tre – Lorax a.k.a. Lori Black, figlia di Shirley Temple (!?) al basso chiudeva il triangolo con Buzzo e Crover – sembravano dei metallari fuori tempo massimo (alle mie orecchie, per lo meno) e, soprattutto, fuori di testa. In seguito avrei capito che non lo sembravano ma lo erano pienamente. Inoltre, sempre in seguito, apprezzai moltissimo il fatto che questo Houdini fosse uno dei primi “frutti avvelenati” che l’underground stava regalando all’industria discografica per come si era abituati a intenderla dopo il clamore di Nevermind. E anche ripensandoci oggi che di note ne sono passate sotto ai ponti, è totalmente da fuori di testa cercare di spacciare i Melvins stessi, le pesantezze stoner-sludge di Hooch o Hag Me, gli estenuanti 10 minuti tribaloidi di Spread Eagle Beagle, gli animaletti smostrati di Kozik in copertina, l’hair-rock cafone, il punk deformato e quant’altro a un pubblico “generalista”. In poche parole, dalla nostra prospettiva, un totale successo.

Bonus Track: Nirvana – In Utero

Si può mettere uno dei (pochi) dischi di una delle band più rilevanti di sempre come bonus? Sì, esattamente. E per una semplice ragione strettamente personale: odiavo quel disco, al punto da non comprarlo se non qualcosa come 20 anni dopo in una versione particolare, mi pare per il RSD. E il mio odio era inversamente proporzionale alla mia fascinazione per Steve Albini, produttore poi ricusato non si sa bene se dalla band o dalla major o da entrambi. Una presa di posizione, per quanto stupida o poco sensata possa apparire, ma al tempo Albini cominciava a essere più di una garanzia di intransigenza e integrità per chi scrive e ascoltare un disco del genere sarebbe stato un tradimento. Poi ovviamente ci sono tornato su, l’ho ascoltato, l’ho acquistato. Finendo con l’apprezzare ancor di più i mix di sua bastardaggine Steve Albini.

17 settembre 2018
17 settembre 2018
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