Battisti sempre e ovunque

Ho letto molti post e qualche articolo dedicati all’apparizione – una vera e propria epifania – del catalogo di Lucio Battisti sui vari music provider (“a reti unificate”, si sarebbe detto un tempo). Per la precisione, non tutto il catalogo è stato reso disponibile: a causa dei noti motivi¹, il periodo post-Mogol è rimasto, come dire, nel cassetto, quindi il Battisti che troviamo in streaming è quello più noto, popolare, che quasi tutti bene o male portiamo impresso nel DNA. Inevitabile e perlopiù strisciante, ma con qualche vampa più scoperta e acida, si è consumata la polemica, che ha visto sostanzialmente schierarsi gli entusiasti della novità contro quelli che invece ne sottolineano diversi aspetti negativi.

Gli argomenti, volendo riassumere rapidamente (rischiando, mi rendo conto, la grossolanità), sono da una parte la soddisfazione per vedere restituito il Battisti popolare alla disponibilità del popolo (che ha ormai eletto lo streaming – apoteosi appunto della disponibilità, della musica comunque e ovunque – a prassi standard di ascolto), dall’altra il contrasto tra questa elargizione di massa e la celebre ritrosia del cantautore di Poggio Bustone, il quale già dalla metà dei Settanta decise di sottrarsi ai media, limitando con cura al limite del maniacale le uscite pubbliche. Se da una parte si tratta di una questione peculiarmente battistiana – la vocazione popolare seppure alta della sua musica da un lato, la critica all’isteria e alla iperbanalizzazione mediatica dall’altro – mi pare che il centro della contesa stia altrove, ovvero nel senso stesso del fenomeno “streaming musicale”. In entrambi le argomentazioni sembra assodato un aspetto: le varie piattaforme hanno ormai consolidato un “ecosistema sonoro” dominante, una prassi di ascolto talmente funzionale e versatile da imporsi in maniera schiacciante su tutte le altre. Da un punto di vista quantitativo, queste “altre” modalità rischiano seriamente di venire catalogate tra le “residue”, retaggio di un’epoca in cui l’esperienza d’ascolto avveniva in condizioni diverse e ormai, ahinoi, obsolete.

Il vecchio modo di ascoltare era migliore o peggiore? La domanda è, ovviamente, oziosa. Soprattutto se chi la pone è un cinquantenne che tra anni Ottanta e Duemila ha speso molte lire prima e molti euro poi acquistando vinili, cassette e CD. Vale la pena ribadire che questi supporti fonografici non rappresentavano solo – appunto – un supporto, il medium tecnologico che (ci) permetteva di possedere e quindi convertire le tracce in canzoni: tutto il corredo di gesti che circondavano il loro utilizzo – informazione (via radio, riviste, tv), ricerca, valutazione, acquisto, lettura di testi e osservazione delle grafiche, alloggiamento nei dispositivi, regolazione dei parametri sonori, manutenzione dei dispositivi eccetera – li rendevano inneschi di un rito quotidiano che definiva il nostro essere appassionati di musica (rock) e quindi ci definiva in quanto individui.

La progressiva liquefazione del supporto (non stiamo qui a ripercorrere tutta la storia) ha pesantemente messo in discussione questo rituale rottamando le premesse tecnologiche su cui si era strutturato (i supporti, appunto) e quindi consegnando quel corredo di gesti al catalogo del modernariato, cui i più giovani (chiamiamoli, se vogliamo, nativi digitali) casomai guardano con curiosità, colti da marginale pseudo-nostalgia per quel rito che non hanno mai vissuto, ma del quale nella stragrande maggioranza dei casi sanno benissimo fare a meno. 

Da nativo analogico, devo pormi un problema antico: mi ritengo apocalittico o integrato nei confronti dello streaming? Risposta secca: integrato. Ed è una risposta in molti sensi comoda. Avendo vissuto nell’epoca della scarsità di musica disponibile e della portabilità problematica (che il walkman – di cui pure ero entusiasta – alleviò più che risolvere), conosco il valore dell’ascolto come situazione particolare e – per lo stesso motivo – apprezzo moltissimo la disponibilità e portabilità di pressoché tutto lo scibile musicale. Che da pochi giorni comprende anche una parte del repertorio di Battisti. Mi pare che questa modalità rappresenti una indubitabile evoluzione tecnica – tenendo da parte la pur cruciale questione della qualità audio, altrimenti facciamo notte – confermata dalla pratica, dal momento che i “vecchi” impianti non vengono affatto tagliati fuori (stereo da salotto e autoradio possono essere utilizzati come “finali audio” grazie a piccole e funzionali interfaccia bluetooth) mentre smartphone e tablet garantiscono una modalità “ovunque e comunque”.

Ad esempio, mentre scrivevo queste righe, per motivi che sarebbe lungo spiegare (comunque riconducibili a questa intervista) mi è venuta voglia di riascoltare gli Stranglers: in virtù del mio abbonamento a un music provider, in pochi secondi quel disco della madonna che è The Gospel According to the Meninblack ha iniziato a uscire gagliardamente dagli altoparlanti pompati dal mio caro vecchio Technics. Cercare il CD nel cassetto (quale?) in cui l’ho seppellito (quando?), mi avrebbe portato via tempo ed energia che in altri tempi gli avrei senz’altro dedicato (il rito, ricordate?), ma nel caso specifico, tenuto conto di tutti i parametri in gioco (ovvero mentre scrivo e calcolo di avere giusto un tre quarti d’ora a disposizione), sarebbe stata – ebbene, sì – una perdita di tempo che difficilmente potevo permettermi. Situazioni di questo tipo mi accadono ogni giorno, più volte al giorno (in viaggio, passeggiando, nelle sale d’attesa, in coda alla posta…). Da ragazzo, direi anzi fino ai primi anni Zero, la possibilità di acquistare un servizio del genere al prezzo mensile di un CD mi sarebbe sembrata il massimo, un’ipotesi che si avvicinava parecchio alla mia idea di paradiso (di CD ne compravo una ventina al mese, come minimo).

L’efficienza dello streaming è, in una parola, disarmante. Lo è per me che pure ho impresso nel DNA strategie di approccio all’ascolto decisamente vintage. Anzi, lo è soprattutto per questo. Direi che siamo arrivati al punto. Ovvero, se apprezzo la prassi dello streaming – e godo per l’ingresso di Battisti nel catalogo del mio music provider – è anche e soprattutto perché interpreto le possibilità offerte dallo streaming nella prospettiva della soddisfazione di interessi che provengono, come dire, da lontano. Diversamente, per il nativo digitale – che poco o nulla sa di gesti e ritualità legati al supporto fisico, dei percorsi spesso problematici legati all’approvvigionamento d’informazioni e, appunto, supporti, dell’album stesso come misura espressiva da contestualizzare in un periodo storico e in un repertorio – la comodità dello streaming avrà un valore senz’altro diverso, sarà più scontata, naturale, lo standard di cui la modalità di ascolto tramite supporto rappresenta un precedente abbastanza curioso, un po’ goffo e sotto certi punti di vista affascinante, ma pur sempre consegnato al passato, del tutto marginale rispetto al presente.

Tutto ciò per dire che, piaccia o meno, preoccupi o meno (tanto per chiarire: a me preoccupa molto, come ho scritto a più riprese qui su Sentireascoltare, sul mio blog e in The Gloaming), lo streaming rappresenta oggi IL modo in cui la musica entra nelle nostre vite, individualmente e socialmente (“Hai sentito il nuovo di Lana Del Rey? Ti mando il link”). Lo è e lo sarà, presumo, sempre di più. Sostenere che a Battisti non sarebbe piaciuto far parte dei cataloghi dei music provider equivale a sostenere che a Battisti non piaceva vendere i suoi dischi.

Un punto critico però c’è – volendo può essere considerato un vero e proprio problema – e va semmai individuato nella polarizzazione sempre più estrema degli ascolti verso le proposte più popular. Verificare nel lungo periodo i numeri relativi agli ascolti del repertorio di Battisti sarà molto interessante, ma possiamo prevedere fin da adesso che tra le tracce (e gli album) più celebri e quelle meno conosciute (perché meno accattivanti e più di ricerca, spesso altrettanto interessanti: praticamente tutto Anima Latina, metà de Il nostro caro angelo, la seconda, meravigliosa parte di Umanamente uomo, il sogno…) la differenza sarà abissale. È una conseguenza della “mission” stessa degli algoritmi che governano la proposta, finalizzati a massimizzare gli ascolti e quindi fisiologicamente orientati a valorizzare esponenzialmente i pezzi già (o potenzialmente) popolari.

In questo quadro vedo comunque profilarsi una possibilità: la “popolarità del semplice”, dettata negli anni pre-streaming da comprensibili esigenze radiofoniche e televisive, può oggi venire messa in discussione dall’utente stesso proprio in quanto utente e non “spettatore” o “ascoltatore” radiotelevisivo. L’utente ha sempre la possibilità di intervenire sulla playlist e annullare o ridurre il potere dell’algoritmo che determina quali canzoni proporre (o imporre). La chiave è la curiosità che tutto l’apparato culturale (istituzionale e non, i media di ogni ordine e grado, quindi le webzine, i blog, perfino i profili social degli appassionati…) è chiamato a produrre nell’individuo per ricreare quel desiderio di percorsi che all’epoca dei supporti fisici era in un certo senso automatico, perché necessario a operare una selezione mirata a far coincidere desiderio e scarsità (quest’ultima dettata dalle possibilità economiche e dalle difficoltà di reperimento).

Nell’epoca della disponibilità, della musica sempre e ovunque, occorre recuperare il discrimine culturale che inquadri l’artista e la sua musica in una storia (un po’ come ha saputo fare l’intervista che, con buona pace dell’algoritmo, mi ha fatto venire voglia di riascoltare gli Stranglers) e lo renda nuovamente raro, prezioso, da indagare anche nelle pieghe meno appariscenti, nei risvolti. Sì, proprio quei “risvolti umani” che incontriamo in Equivoci amici, una delle più sbalorditive canzoni scritte da Battisti assieme a Pasquale Panella, contenuta nel magnifico Don Giovanni del 1986. Album che non possiamo ascoltare sui music provider. Purtroppo no, non ancora.

Desiderare un “embargo streaming” per la musica che più amiamo, oltre a mandare un olezzo fastidiosamente elitario, è del tutto inutile. Se è vero che nello streaming si nasconde un pericolo – in termini, sostanzialmente, di ulteriore e mai tanto potente appiattimento, sia delle modalità di ascolto che delle forme espressive – è vero anche che schiude ulteriori possibilità, ovvero mette a disposizione materiale e strategie di approccio su cui tracciare percorsi nuovi, la trama di vecchie storie in forme inedite. Adesso dobbiamo fare questo: raccontare.           

                      

 

¹ a differenza di Edizioni Musicali Acqua Azzurra, l‘Editore Aquilone, titolare dei diritti sul repertorio post-Mogol, non ha conferito mandati per l’amministrazione delle relative opere sulle piattaforme online

2 Ottobre 2019
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