Il magiko umanesimo che sconfiggerà gli automi

Benedetta la coscienza che si rallegra/Nella grandezza della coscienza altrui
(Manly P. Hall)

 

Assieme a Cabaret Voltaire  e ai primi Human League i Clock Dva  formano un triumvirato Made in Sheffield che, agli inizi degli Anni ’80, seppe musicare la propria indolenza ridefinendo i generi popolari allora emergenti. Se nei primi due casi il proseguimento di carriera virò verso cadute dance o svolte synth-stupid-pop, la storia di Adi Newton, che dei Dva fu fondatore, leader e paroliere, risuona per la fedeltà a un ingegno senza concessioni. Le conseguenze, com’è logico, furono la dimenticanza del mercato e, con esso, la disaffezione dei fan meno perspicaci, convinti che il loro idolo avesse esaurito le frecce del proprio arco. Oggi Newton torna a parlare e lo fa con la voce salda di chi non nutra dubbi sulla propria onestà intellettuale; l’eredità artistica alle sue spalle gli consentirebbe di crogiolarsi nella facile posa dell’artista maudit: egli preferisce invece, e qui sta una ragione aggiuntiva della sua grandezza rispetto ad altri colleghi, rimettere in gioco la propria reputazione tentando il superamento di quanto finora prodotto con una rischiosa uscita in coppia con la moglie. A ciò si aggiunga la preziosa uscita di un box rimasterizzato per la Mute con l’intera discografia Dva, di cui si anticipa un restyle decisivo nella dinamica sonora dei lavori cyberpunk.

Ci sono luoghi che, proprio in virtù del loro anonimato, contengono i presupposti affinché si sviluppi una leggenda; Sheffield, che nella seconda metà degli Anni ’70 non ha molto da raccontare se non la crisi del fino ad allora trainante settore siderurgico, è uno di questi. Qui un ragazzo matto per il punk assieme a un certo Paul Bower (leader dei fatui 2.3, primo gruppo punk del circondario) decide di fondare Gunrubber, fanzine musicale naufragata dopo poche settimane e prontamente sostituita dalla volontà di suonare in una band. Dopo alcuni tentativi in formazioni votate allo scioglimento, l’irrequieto Adolph “Adi” Newton, sceglie di associarsi agli amici Martyn Ware e Ian Craig Marsh, sperimentando attivamente la passione comune per Kraftwerk e Avanguardie Storiche. Il nome prescelto risponde spocchiosamente a The Future e la formula, ben lontana dal rock-sputacchiera allora in voga, non entusiasma neppure le neonate etichette indipendenti londinesi, tanto che le uniche registrazioni saranno raccolte trent’anni più in là nell’entusiasmante The Golden Hour Of The Future (Black Melody). Adi sceglie perciò una strada diversa, un ibrido elettro-acustico con il bassista Steven “Judd” Turner, lasciando gli amici al loro destino (e cioè assoldare il bel Philip Oakey in veste di cantante e originare così gli Human League).

Il nuovo progetto si rivela ambizioso: “Clock” omaggia l’Arancia Meccanica di Burgess e Kubrick; “Dva” sottolinea in russo (cabala e numerologia a parte) la presenza di due menti unite per un solo scopo, ovvero contribuire al superamento del punk preservandone indole e prepotenza. Tra il ’78 e il ’79 una serie di registrazioni casalinghe documentano un approccio elettronico diy bagnato nelle acque di un rumorismo cerebrale; ma è la voce di Newton a emergere, strumento monocorde e minaccioso pronto a dimostrare la sua efficacia in un contesto meglio strutturato. L’occasione è offerta da Genesis P-Orridge: l’esordio su musicassetta White Souls In Black Suites (1980, Industrial) asciuga le intuizioni nate in cantina proponendo un funk bianchissimo e distorto, soffiato fuori da un sax malvagio e sostenuto, oltre dal binomio Newton-Turner, da 3 comprimari di relativa importanza (David J. Hammond, Robert Quail e Charlie Collins).

Alle improvvisazioni acide di White Souls fa seguito il primo capolavoro, Thirst (’81, Fetish). Uncertain introduce a una crudeltà intellettuale punteggiata da un divagar di chitarra beefheartiana e un sax a sfiatare vapori tossici su un paesaggio industriale. Il riff di clarinetto in Sensorium omaggia Terry Riley per poi cacciarsi in una cavalcata machista, mentre episodi come White Cell e North Loop pulsano di una sensualità viscosa e prossima al trabocco. Il rumore bianco generato dai Nostri in Moments, più che dell’imberbe movimento industrial, è figlio del free jazz balbettante di Coleman e Shepp. Con 4 Hours i Dva riusciranno là dove i concittadini Cabaret Voltaire e Human League hanno fallito: concepire una canzone in perfetto equilibrio tra pop-rock e sperimentazione. Il testo di Newton amplifica uno spleen di rara eleganza: Questa potrebbe essere New York o Londra: non m’importa più. Vesto questo completo nero, indosso questa cravatta nera, trascino questa cassa nera (…) un piano precipita dall’alto fracassandosi ai miei piedi.

Di qui le complicazioni: nonostante una serie di concerti entusiasmanti Newton e Turner, al fine di non lasciarsi ingabbiare nel limbo della scena industrial, optano per un cambio di line-up; ma un’overdose di eroina priva Adi del fidato compagno, al quale dedicherà l’Ep Passion Still Aflame (’82, Polydor), opera di transizione verso uno stile apparentemente più commerciale. Riassestato il gruppo a quintetto la seconda fatica in studio per la Polydor a titolo Advantage (’83) convince solo in parte i fan della prima ora, insospettiti dall’ammorbidimento in odor di major. Meno drasticamente, canzoni come Beautiful Losers, il buon singolo Resistence o Eternity In Paris parlano il linguaggio di una new wave elegante e noir, arrangiata con originalità e interpretata a denti stretti da Newton, sul quale aleggia funereo lo spettro di Turner. Oltre a ciò, l’insoddisfazione lo attanaglia: al termine del tour europeo scioglie la band per rifugiarsi ad Amsterdam alla ricerca di un nuovo inizio. In Olanda si concretizza così il progetto ideato con l’amico compianto, The Anti Group Communications (Tagc).

Al di là dei loro intenti, le uscite Tagc si dividono prosaicamente in 2 categorie: opere di innegabile valore musicale, persino superiori sotto alcuni aspetti al repertorio Dva, e altre di soporifera indulgenza post-industrial. Alla prima categoria appartengono The Delivery (’85, Atonal), Digitaria (’86, Sweatbox) e la compilation di singoli e rarità Audiophile (’94, Side Effects). Digitaria, in particolare, riassume al meglio le potenzialità del collettivo: si va dalla concrete music per riti esoterici Blood Burns Into Water al jazz paranoico Balag Anti, dal neo-tribalismo Dog Star al no-swing rumorista Pre-Eval. Alla seconda categoria rispondono Meontological Research Recording-Record 2 Teste Tones (’88, Side Effects) e Burning Water (’94, Side Effects). La prevedibile degenerazione di questo percorso raggiungerà lo zenit a nome Psychophysicist e titolo Psychophysicists (’96, Side Effects) in collaborazione con Andrew M. McKenzie, mente di The Hafler Trio: un minimalismo strumentale in bilico tra noia e presunzione scava nella mente dell’ascoltatore, sperando d’inventare una “suonoterapia” elettronica per tecnomaniaci.

Nel frattempo, siamo nella seconda metà degli Anni ’80, nascono 2 generi destinati a cambiare la storia: techno a Detroit e acid house a Chicago. L’inghilterra reagisce con entusiasmo preparando la culla per una cultura rave estremizzata nei contenuti e rinnovata nelle droghe. Il ritorno dei Dva non può che risentirne, bagnato com’è dei ritmi neri rielaborati straordinariamente nel full-lenght Buried Dreams (’89, Interfisch); sintesi innegabilmente bianca di cyberpunk e dance costruttivista, l’album descrive con spietata lucidità un futuro disumanizzato e prossimo al collasso, calciando l’ironia kitch dei Kraftwerk uomini-macchina, sostituita dal rigore matematico di un trio (Newton, Paul Browse e Dean Dennis) interamente votato all’elettronica. Nella complessità di un concept che affronta la rivoluzione elettronica nell’epoca della neonata internet, c’è spazio perfino per la glorificazione di Karl Koch (The Hacker): l’hackeraggio viene letto come possibilità aggiuntiva per, citando P-Orridge nel film Decoder, “Distruggere quelli che detengono e tengono nascosta l’Informazione”.  Per fugare il dubbio che si tratti di un capriccio momentaneo viene dato alle stampe in tutta fretta il live bolognese Transitional Voices (’89, Interfisch), contenete solo pezzi del nuovo corso, estremizzati da un cipiglio ossessivo e glaciale fino alla cristallizzazione.

Le 3 opere successive per l’italiana Contempo confermano il perdurare dello stato di grazia, pur stemperando la stupore iniziale riguardo quei “sogni sepolti” e subito trafugati da una schiera di non indispensabili continuatori. Man-Amplified (’91) focalizza l’attenzione sugli arrangiamenti, complicati da soluzioni di spiccata raffinatezza (la titletrack e Techno Geist) ma pur ricondotti a una drammaticità stilizzata e austera (Dark Attractor e Memories Of Sound). La colonna sonora virtuale Digital Soundtracks (’92) segna una battuta d’arresto, accontentandosi di una serie di schizzi pur godibili ma dall’annacquato valore artistico. Sign (’93), nella commovente Return To Blue, consegna un grido d’amore post-atomico in bilico tra Vangelis e i Suicide  di A Way Of Life, dove a prevalere è il versante europeo.

Licenziata la collaborazione con McKenzie Newton si dilegua. Almeno fino a oggi.

La sua è una vita spesa aderendo alle sole etichette della propria genialità, “Per aspera sic itur ad astra”, concluderemo, certi che per affrontare le tribolazioni dell’arte il solo rimedio sia continuar a sognare le stelle del proprio cielo.

 

L’intervista

Adi, esiste un antidoto contro il lavaggio mentale al quale siamo sottoposti dai media oggigiorno?

Nel mio archivio conservo un documentario che tratta la nocività delle radiazioni elettromagnetiche. Affrontando l’inizio degli Anni ’60 si menzionano degli studi sugli effetti collaterali provocati dai televisori; il documentario non specifica però la ragione per cui non furono disposte ulteriori indagini, vista la diffusione di quella tecnologia. Se non iniziamo a ribellarci a questa dipendenza da certe tecnologie emerse a partire da allora non avremo alcuna possibilità di evitare il lavaggio mentale di cui sopra. Computer, cellulari, lettori mp3, consolle per videogiochi: prodotti messi sul mercato e programmati per distrarre le masse attraverso contenuti labili e spesso fuorvianti. Il fatto è che necessitiamo, citando l’inventore Buckminster Fuller, di un consumismo sostenibile: dobbiamo imparare a conoscere quello che consumiamo anche in relazione al suo processo di produzione. Dobbiamo imparare a costruire prodotti con un’effettiva utilità che non ci rendano loro schiavi. Per Baudrillard, uno dei maggiori teorici marxisti, l’umanità si è emancipata allo stesso tempo da marxismo e capitalismo pervenendo a un sistema economico frammentato dove scopi e modalità sono fuori controllo; vaghiamo così, tra le sue tante facce, senza intendere una chiave di lettura unitaria e comunque senza un codice per poterla eventualmente interpretare.

Riesci a distinguere un messaggio specifico, analizzando la tua opera nella sua completezza?

Auspico in una serie di contenuti diversificati, legati assieme da una qualità che riguardi sia i concetti espressi che le musiche. Non credo sia possibile ricondurre la totalità del mio lavoro a un unico messaggio ma mi auguro che le mie idee riescano a trascendere i generi nei quali sono espresse, significando qualcosa anche per le nuove generazioni.

Qualcuno sostiene che “Una barca non va lontano se il mare è calmo”. Hai mai necessitato una tempesta per rinvigorire la tua creatività?

C’è un innegabile elemento di verità in questo; i turbamenti che affrontiamo durante periodi di esaltazione o depressione ci cambiano, permettendoci di osservare le cose da un’angolazione spesso impensabile. Erich Fromm ha detto “L’incertezza è la condizione ideale per incitare l’uomo a scoprire il suo potenziale”. In quei momenti di estrema sensibilità dobbiamo approfittarne per esplorare noi stessi. Quando tutto si fa incerto è allora che, agendo secondo le nostre intuizioni, possiamo scovare modi inediti di creare e nuovi livelli per essere, azioni queste che sono la forma ideale per esprimere ciò che è trascendentale.

Che ricordi delle registrazioni di Thirst?

Jacobs Studio, nello Surrey: ho degli sprazzi, tipo quando registrai il pianoforte per Piano Pain e i momenti magici in cui improvvisammo Moment. Eppoi il basso dirompente di Steve in White Cell e 4 Hours e ancora le session per Uncertain nelle quali non riuscivo a trovare la tonalità per il clarinetto. Una volta capitarono lì anche gli U2 a dare un’occhiata: in tutta onestà non sapevamo chi diavolo fossero ma ricordo la poderosa stretta di mano di Bono. Fu un bel periodo; c’erano poche discussioni di carattere tecnico anche se si delineava una divisione tra Charlie, Roger e Paul da una parte e Steve e me dall’altra. Non importa quanto comprensivo ti dimostri o quanta libertà venga concessa nell’esecuzione: gli antagonismi sembrano inevitabili in un gruppo. Arrivi sempre a un punto in cui pretendi di essere il regista del film piuttosto che un semplice attore. A controllare la realizzazione della maggior parte dei progetti artistici di una certa importanza è però la visione forte di un solo artista. Anche se è impossibile pensare a un equivalente visivo di Thirst, l’immagine elaborata insieme a Neville Brody oggi mi sembra l’unica possibile per rappresentare quelle canzoni. Anche l’introduzione scritta da P-Orridge per molti aspetti riassume bene il nostro discorso sonoro. Nietzsche sosteneva, e a ragione, che la vera amicizia è possibile solo tra persone che si somigliano.

Come vuoi ricordare Steven “Judd” Turner?

Come Neil Cassidy nella sua autobiografia I vagabondi. Come Dean Moriarty, Jacques Vaché, Jacques Rigaut: uno spirito dionisiaco che resterà sempre giovane nel ricordo di chi l’ha conosciuto. Era un ragazzo snello ma nervoso, affascinante, una sorta di Iggy Pop  che, bruciando da ambo i lati, si spense prima degli altri. Era il mio migliore amico e niente potrà mai rimpiazzare il vuoto che ha lasciato.

C’è qualcosa che ti rimproveri?

A posteriori c’è sempre qualcosa che vorremo aver fatto diversamente. Per me vale in particolar modo per il periodo di Advantage, in cui mi sarei dovuto comportare con maggiore avvedutezza. Di tutta la gente con cui collaboravo allora solo uno si è dimostrato un vero amico e, ovviamente, come tutti i migliori, è mancato prematuramente. Mi riferisco al batterista Nick Sanderson, morto nel 2008. I giorni successivi alla tragica overdose di Steve furono per me drammatici. Dopo alcuni mesi finì anche la relazione con la mia compagna e cominciò una stagione nella quale non pensavo che a fuggire da tutto. Non so come spiegarlo, mi sentivo svuotato e, in un certo qual modo, è ancora così: anche se lo spirito non muore quelli che restano non possono dimenticare le perdite che hanno subito.

A conti fatti siamo veramente artefici della nostra fortuna?

Non abbiamo un effettivo controllo sugli eventi, a partire dalla nostra stessa nascita, perciò siamo soggetti a circostanze al di fuori della nostra portata. Pensa alla differenza che intercorre, a esempio, nel nascere da genitori intelligenti abbastanza da incoraggiare i nostri interessi o, al contrario, da gente ottusa.

Jane Radion Newton, tua moglie. Una collaboratrice preziosa, tua partner nei rinati Dva…

Una donna indipendente e molto acuta; le interessa venire percepita nella sua individualità, evitando quella situazione di fama riflessa di cui soffrì inizialmente Yoko Ono durante il matrimonio con Lennon. Come artista può vantare su un intuito estetico di alta caratura, oltre a una profonda conoscenza sia delle implicazioni simboliche che psicologiche/filosofiche insite nell’atto artistico.

Sono suoi gli ansimi nel brano Buried Dreams?

No, ma il suo contributo sia per le musiche che per certe scelte visive è stato determinante nell’esperienza Dva e anche per quella Tagc.

A breve uscirà finalmente tutta la discografia rimasterizzata dei Dva.

Ci sono voluti 4 anni per portare a termine la faccenda. Un problema di non poco conto è stato venire a patti con alcuni ex membri della band: solo questo mi ha rubato un anno affinché tutti fossero convinti che la proposta della Mute era la migliore sul tavolo. A essere onesti ci sono stati momenti nei quali, a causa di certi problemi burocratici, sono stato tentato di considerare quegli album come parte del mio passato e lasciar perdere, per evitarmi stress e frustrazioni. Io e Jane abbiamo anche dovuto difenderci da una serie di accuse assolutamente false emerse su internet. Alla fine però, l’abbiamo spuntata con questo box che contiene gli 8 album rimasterizzati, veste grafica perfezionata, un libretto di 120 pagine e, soprattutto, un album inedito dal titolo Horology che testimonia le nostre sperimentazioni negli anni ‘77-’79. Da queste registrazioni inedite emerge un sound ben diverso da quello industrial di White Souls. Ci sono sperimentazioni più vicine a Buried Dreams nelle quali abbiamo fatto largo uso di drum machine, synth, campionamenti ecc.. Spuntano così alcune delle nostre prime influenze: in ambito performativo l’azionismo di Otto Muehl, Günter Brus, Rudolf Schwarzkogler e Kurt Kren; l’arte figurativa con De Chirico, Bacon, Kubin, Dix, Paul Delvaux come pure gli esperimenti di Duchamp, Man Ray e Beuys; per la letteratura Beckett, Rabelais, Artaud. E poi ci sono i pionieri dell’elettronica: Schaeffer, Cage, Earle Brown e via dicendo. Al di la di tutto questi pezzi incarnano per me il suono originale dei Dva e, oltre a ciò, evidenziano il prezioso apporto di Judd. Recentemente ho letto in un libro scritto poco dopo la sua morte una frase attribuita al nostro primo chitarrista, Paul Widger, il quale mette in discussione l’abilità di Judd. Egli dimentica però, come la maggior parte dei musicisti, che per un vero artista non è tanto importante il livello di tecnica raggiunto quanto piuttosto l’ingegno e l’anima trasmessi con le proprie esecuzioni.

E’ imminente l’uscita del nuovo album a nome Clock Dva.

Per me creare significa reinventarmi: non trovo soddisfazione nel riproporre ciò che ho già fatto. Inventare oggi è davvero una sfida: ormai ognuno, con un pc, può generare un pattern e comporre un brano. Quella che può sembrare l’abilità di un individuo nella maggior parte di questi casi però è attribuibile alla capacità della macchina. Il nostro intento deve essere dunque quello di individuare nuove strade, aprirsi al possibile. Secondo il maestro Shunryu Suzuki la mente di un principiante è come uno spazio illimitato che possiamo esplorare, mentre quella dell’esperto è limitata da scelte ben precise. La musica che accetta la sfida dell’imprevedibilità è ovviamente più difficile e conseguentemente di non facile appeal commerciale. Henri L. Bergson sostiene che utilizzando un metodo prettamente razionale si riduce la comprensione di un oggetto a elementi già noti mentre affidandosi all’intuizione riusciamo a venire in contatto con la sua parte più indefinibile. Concordo inoltre, sotto questo profilo, con Coleridge, il quale evidenziava la necessità di un elemento incomprensibile per dare efficacia all’opera. Ho trascorso gli ultimi 10 anni lontano dalla musica poiché volevo reimmergermi nell’esplorazione del mio primo medium, l’arte. Ora è una vera sfida tornare nell’arena. Diciamo che avevo bisogno di ritrovare la mia voce più vera per dare autenticità a questa nuova fase creativa.

In cosa si differenzia il progetto Tagc rispetto all’esperienza Dva?

Tagc venne concepito da me e Steve verso la fine del ’78 come un progetto collettivo multimediale di cui sono stato il “direttore”. Il primo lavoro che pianificammo fu una serie di nastri terapeutici; questi esperimenti verranno distribuiti solo quando avrò individuato un formato adatto che li sappia rappresentare nella loro complessità. Alla base di tutto c’è la ricerca sistematica in merito all’esplorazione delle potenzialità concernenti la composizione del suono, sue possibilità e sviluppi. Per espandere la Co(no)scienza abbiamo utilizzato computer, tecnologie audiovisive e sistemi arcani derivati dalla tradizione magica o da altre scienze occulte. Le ultime registrazioni hanno investigato la stimolazione cerebrale sonora e in lavori come Meontological Recordings-Record 2 Teste Tones ci siamo spinti ancora più profondamente nell’analisi del ruolo di frequenze e ritmi, con particolare interesse nella codifica delle strutture ritmiche utilizzate nei riti Voodoo per indurre la trance. Il fulcro principale del lavoro comunque, si basa sugli esperimenti pioneristici condotti dall’occultista Michael Bertiaux dell’ordine iniziatico Otoa (Ordo Templi Orientis Antiqua) e del Couleuvre Noire.

Cosa ti schifa nel mondo della musica?

Il doppiogiochismo e la falsità della maggior parte di quelli che ne fanno parte: gente genuina ce n’è, ma sono eccezioni che confermano la regola. Nella mia carriera ho incontrato anche case discografiche interessate, oltre al proprio guadagno, a promuovere al meglio delle loro possibilità gli artisti che rappresentano ma restano una sparuta minoranza.

Tornando a Nietzsche: “Il visionario mente a se stesso, il bugiardo solo agli altri”. La tentazione è di considerarci alla stregua di una menzogna.

Arduo rispondere. Meglio di me avrebbe detto Baudrillard che, nel saggio Sul mondo nella sua profonda illusorietà, definisce l’idea filosofica come un concetto semplice e radicale nella sua impossibilità, confutabile nella non-esistenza di un mondo oggettivo. Noi siamo parte di questa rappresentazione e sua immagine riflessa, al contempo. Non esiste solo l’illusione oggettiva dunque ma anche quella speculare-soggettiva. Ecco il fulcro del mistero: il mondo non esiste per essere conosciuto, non è concepito per sottostare alla nostra conoscenza anche se essa è parte del mondo per quanto concerne l’illusorietà del tutto e cioè il fatto che non ci sia necessariamente una spiegazione. Poi c’è questo miracolo: che un frammento di questo Tutto, la mente dell’uomo, decide di arrogarsi il privilegio di divenire Sua rappresentazione. Ciò non porterà certo a una soluzione oggettiva, almeno fino a quando lo specchio continuerà a essere parte di ciò che riflette. Oggi le microscienze hanno svelato l’illusione in maniera definitiva, il che non riguarda solo l’inganno di un’oggettiva verità mancata, ma l’inestricabile complicità delle due, le quali vanificano ogni pensiero metafisico teorizzabile. Questa è la trappola che la natura ci riserva.

Internet ci condurrà verso un’insperabile forma di liberazione o saranno nuove catene?

E’ un’arma a doppio taglio: da una parte puoi accedere a informazioni altrimenti di ardua reperibilità; dall’altra questa democratizzazione del mezzo informativo può diffondere notizie non vere, plagiando chi non sa scegliere fonti attendibili. Aggiungici anche che internet attua una sorta di separazione dalla realtà: oggi abbiamo persone che vivono esistenze virtuali dove possono far accadere le proprie fantasie. Tutti a volte necessitiamo di una sorta di rifugio mentale, un po’ come nei sogni: il problema emerge quando il mondo virtuale prende il sopravvento sulla propria esistenza, sul genere dei romanzi di Ballard. Con la diffusione esponenziale di questa tecnologia il fenomeno è destinato a espandersi. È una situazione faustiana: preferendo la finzione alla realtà perdiamo il controllo su quest’ultima. Mi preoccupa inoltre che la quasi totalità delle risorse e delle attività nella nostra società passi attraverso un cavo elettrico.

Qual è la tua paura più grande rispetto al futuro del mondo?

Per risponderti mi rifaccio a Psicanalisi della società contemporanea di Fromm; stiamo andando incontro a un processo nel quale creiamo macchine che fanno il lavoro degli uomini e, di per contro, uomini che si comportano come perfetti automi. In breve questa alienazione porterà a un graduale indebolimento delle nostre facoltà mentali: la vita perde significato e parole come “fede”, “felicità” o “realtà” finiscono per non significare nulla. Tutti si dicono felici pur avendo scordato cosa significhi provare questa sensazione. Nel diciannovesimo secolo fu teorizzata la morte di Dio: il ventesimo secolo ha testimoniato la morte dell’uomo. Prima l’uomo veniva visto come un’entità crudele e pericolosa; oggi egli è sinonimo di una schizoide auto-alienazione. Il pericolo del futuro non sarà più la schiavitù ma l’automazione di chi non sarà capace di rivoltarsi contro questo processo. Il residuo di umanità in questi automi impedirà loro di vivere pacificamente: si trasformeranno in delle specie di golem e tenteranno di distruggere il mondo, come risposta alle loro empie esistenze. L’unica alternativa che ha l’uomo per evitare automazione e guerre è di abbandonare in blocco questa tendenza e mettersi in cammino verso la propria autorealizzazione.

Puoi menzionare un artista che ti ha influenzato quand’eri giovane ma che neanche il tuo fan più acceso potrebbe sospettare?

Negli anni della mia formazione, prima di approcciarmi attivamente alla musica, leggevo moltissimo Eugène Ionesco, membro del Collegio della Patafisica e unanimemente considerato come uno dei fondatori del Teatro dell’assurdo.

La tua risaputa cinefilia mi spinge a chiederti quali siano le tue preferenze rispetto ai maestri italiani…

Sono un gran culture dell’opera di Pasolini anche in virtù della sua ecletticità, decisamente un artista imprevedibile e controverso. Un intellettuale dai tanti paradossi. Il tema dominante nella sua opera, così come nelle sue esperienze personali, è il Potere, del quale analizzò le forme più oscure. Tra libri e film collezionò più di 30 denunce per blasfemia e oscenità. Il suo confronto col Potere lo portò ai margini della società così come al centro della vita pubblica in Italia. Un dissidente del mainstream contro la cui convenzionalità e ortodossia si scagliò impetuosamente. Omosessuale, comunista, ateo: rifiutando la maggior parte dei dogmi che altri accettavano, poté votarsi alla ricerca di una verità che finì col plasmarne vita, opere e convinzioni politiche. Ebbe a dire che si può comprendere una persona solo dopo la sua morte. Promosse nella sua opera il concetto di “sacralità naturale”, l’idea cioè che tutto fosse sacro di per se stesso, senza bisogno di una legittimazione soprannaturale. Amo anche Visconti e, naturalmente Fellini e Antonioni.

Te ne frega delle nuove leve dell’elettronica?

Per essere onesti mi interessano altre aree sonore e, sebbene per alcuni anni abbia abbracciato un modus legato all’evoluzione tecnologica di questo medium, non mi ci sono mai calato completamente, pur venendo a contatto con questa o quella situazione interessante. Ci sono artisti che mi piacciono ma non sono famosi; sto considerando la possibilità di collaborarci per farli conoscere a un pubblico più vasto.

Qual è il limite principale dell’atto improvvisativo?

Va compresa, la necessità dell’improvvisazione. Determina un processo che può ridefinire una forma conosciuta o generarne nuove. Per i surrealisti si trattava di automatismo psichico allo stato puro, una situazione nella quale corpo e mente si esprimono in totale libertà. Le informazioni fluiscono liberamente e allora diventiamo loro tramite. Quando funziona può consegnarci risultati brillanti, come nel caso di Thirst o Digitaria, ma le va riconosciuta una misura e una corretta collocazione. Forse si tratta del bisogno di organizzare, in opposizione al caos di altre forme di creazione che non possiamo determinare.

Jello Biafra: “Se ami Dio brucia la chiesa”. La tua posizione in proposito a religioni e questioni dogmatiche?

In un modo o nell’altro la religione ha sempre diviso le persole. È stata causa di immensi spargimenti di sangue, perpetrando e permettendo crimini atroci, fin dai tempi in cui gli sciamani persero il controllo sui loro poteri e sulla dottrina della magia. Avvenne perciò che il significato originario delle scienze occulte fu pervertito. Ricordo, a proposito, uno stralcio di una lettera dello scienziato e occultista Jack Parsons indirizzata alla moglie, la sua “Donna Scarlatta”, Marjorie Cameron: “Duecento anni fa, alla base della vittoria del cristianesimo sullo gnosticismo, troviamo il fatto che il primo, pur nella sua falsità, era diretto, comprensibile da persone semplici. La semplicità è un concetto chiave per assicurarsi la vittoria in ogni forma di guerra e, ancor oggi, la Magia, non possiede questo requisito”.

Qual è la tua opinione su Crowley? Non è che “l’uomo più cattivo del mondo” fosse un abile ciarlatano o poco più?

Era, secondo il suo sistema magico, un magus, un grado iniziatico conseguibile da pochi individui. Si trattò di un pensatore originale in anticipo sui tempi per alcune questioni. Sicuramente fu un pioniere che schiuse molte porte poi attraversate, dopo di lui, da altri pensatori e occultisti. La gente da sempre esprime giudizi negativi su Crowley: era un personaggio dotato di grande ascendente sugli altri e una figura indubbiamente ambigua.

Sei un uomo sereno?

Il più delle volte sì ma ci sono alcune occasioni che mi fanno andare il sangue alla testa. A parte questo ultimamente sembra che le ore di una giornata non bastino mai: sono diviso tra l’amministrazione dei miei progetti e il lavoro artistico. L’ideale sarebbe non doversi accollare anche la parte gestionale ma il fatto è che ora siamo solo io e Jane, non abbiamo collaboratori e c’è una mole infinita di lavoro da sbrigare.

Qual è l’aspetto più straordinario dell’essere un artista?

Realizzi che ogni cosa è transitoria e che creiamo al di là di noi stessi esprimendo, nel migliore dei casi, qualcosa di altrimenti inesprimibile, qualcosa di straordinario che, di volta in volta, cattura l’immagine di ciò che deve essere stato, il rigenerarsi degli atavismi, della gnosi, così come la consapevolezza che non porteremo nulla con noi dopo la morte. È solo l’artefatto di questa esistenza che rimarrà, imbevuto con lo spirito e le motivazioni di chi l’ha generato. Si perpetua così una connessione tra quelli che furono e quelli che saranno e che potranno percepire la trascendenza del tutto.

1 aprile 2010
1 aprile 2010
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