Coscienza rock and roll. Intervista a Thurston Moore

C’è scritto Thurston Moore ma si legge “attenzione: band al lavoro”. Parliamo di Rock n Roll Consciousness, opera di un veterano tenace per nulla intenzionato a mollare, e ci accorgiamo da subito di quanto Moore tenga a sottolineare l’importanza del nuovo gruppo che ormai è stabile intorno a lui. Non dei semplici accompagnatori, ma un complesso affiatato – alla Grateful Dead, dice lui tra il serio e il faceto – che ha contribuito non poco alla riuscita del disco: da una parte un vecchio collega con cui ci si intende al volo, dall’altra due musicisti diversi per nazionalità e temperamento in grado di incastrarsi perfettamente nel gioco di squadra. Questo è il pensiero di Moore, ed è pure il succo della nostra chiacchierata intercontinentale: la sua voce arriva calma, pacata, e anche un po’ attutita dalla distanza, i suoi concetti in compenso sono chiari. A un personaggio così si potrebbero chiedere tantissime cose: ci accontentiamo, visto che non possiamo rubargli delle ore, di chiudere parlando del suo amore per il rock d’avanguardia dei Can e dell’insospettabile – eppure coerente – passione per certe efferatissime band norvegesi. La parola a lui.

Hai scelto un titolo “importante” come Rock n Roll Consciousness per questo tuo nuovo album. Posso chiederti qual è il motivo di questa scelta?

È cominciato tutto dal titolo! Mi è venuto in mente, e da quel momento ho pensato al disco che sarebbe stato. Ha funzionato un po’ come con i libri, quando il titolo dà forma a tutta la storia, così il concetto di rock and roll consciousness ha influenzato la natura stessa dell’album e ha dato forma alla musica. Ho avuto l’idea durante una delle mie lezioni alla Naropa University; è una scuola di ispirazione buddhista dove tengo lezioni e laboratori ormai da cinque anni, un periodo in cui ho letto molti testi che riguardano il buddhismo. Riflettevo su concetti come il karma e la consapevolezza di questo percorso del karma, che toccano le relazioni tra tutti gli aspetti della vita e hanno a che fare con le cose in cui troviamo la pace e l’ispirazione: ecco, io le ho trovate nella musica, e così ho pensato che Rock n Roll Consciousness fosse il titolo da cui sarei potuto partire per comporre il nuovo album. La prima cosa su cui mi sono concentrato è stata la convinzione che questo dovesse essere il disco di una band; volevo che emergesse quanto io, James Sedwards, Debb Googe e Steve Shelley siamo cresciuti. Adesso suoniamo ormai da qualche anno, siamo stati in tournée, passiamo sempre più tempo insieme; siamo come una famiglia, e anche da autore volevo che al centro dei nuovi pezzi ci fosse la band. Ho scritto apposta le canzoni in modo fossero “aperte” per James, perché facesse un po’ di shredding, e perché Debbie e Steve, che insieme formano una sezione ritmica molto compatta e unita, potessero ritagliarsi il loro spazio per esprimersi al meglio: sono pezzi che tendono a dilatarsi e a fare respirare la musica, mentre i testi parlano soprattutto della spiritualità, della ricerca spirituale in un momento in cui il mondo intero ne ha davvero bisogno.

Possiamo dire che è a tutti gli effetti il lavoro di una band anche se è uscito a tuo nome?

Sì, siamo una band come lo erano i Grateful Dead… [ride, ndSA]

E di Radio Radieux, il poeta che collabora ai testi, che cosa mi dici?

Radio Radieux è un personaggio misterioso, non si sa nulla di lui e vuole restare un mistero…

L’intesa con James Sedwards è molto importante per questa nuova band…

Ormai sono cinque anni che ci conosciamo, mi trovo benissimo con lui perché è un chitarrista che sa unire mondi diversi, spazia da Jimmy Page fino a Glenn Branca, è un musicista di serie A che sa suonare anche la chitarra rock con tutti i crismi, a differenza di me che ho un approccio molto diverso e non ci provo nemmeno; lui vive respirando chitarra e sa muoversi sul confine tra gli stili più tradizionali e i più sperimentali. Ho voluto fare un disco in cui James potesse veramente brillare in tutta la sua bravura come lead guitar. Molti dei suoi assoli li ha creati sul momento, come se fosse in trance. Li ha registrati in una sola take ed ha fatto un grandissimo lavoro.

È dunque lui che suona i grandi assoli del disco?

È lui, certo. Per le sezioni in cui volevo degli assoli abbiamo veramente reinventato parti delle canzoni, e intanto che rielaboravamo la struttura dei pezzi, James, che ha una grande sensibilità musicale, ha risposto a suo modo facendo cose sorprendenti. Le session si sono sviluppate spontaneamente e abbiamo tutti quanti fatto del nostro meglio. Steve Shelley con i suoi ritmi ha trasformato i pezzi in qualcosa di magico. Debbie Googe ha portato una solidità e una capacità di tenere insieme il tutto con parti molto minimali, una caratteristica evidente nel suo lavoro con i My Bloody Valentine, e che al tempo stesso fa di lei la bassista perfetta per noi. Tutti hanno i loro grandi momenti nell’album.

A differenza dei My Bloody Valentine, voi sfruttate meno la voce di Debbie…

Forse, anche se lei canta, a dirti la verità; si occupa dei cori in alcune canzoni.

Parliamo anche di Steve: suoni con lui ormai da trent’anni…

Tra tutti i batteristi con cui ho suonato, lui rimane il mio preferito. Questo sicuramente dipende dal lungo cammino che abbiamo percorso assieme. Il modo in cui ci ascoltiamo l’un l’altro – e ci intendiamo al volo – mi dà la certezza che Steve Shelley abbia sempre il polso della situazione. Sa improvvisare, come sa tenere compatta una canzone; Steve c’è sempre, per quanti errori possa fare, lui non perde un colpo [ride, ndSA].

Parlando invece del produttore, Paul Epworth: come mai ti sei rivolto a lui?

Aveva appena lavorato con il Pop Group, ed è stato proprio Mark Stewart a consigliarmi di scegliere lui. Lo studio in cui abbiamo lavorato, The Church, è un gioiello: appena ho visto gli interni di questa vecchia chiesa pieni di apparecchiature analogiche – le stesse con cui i Pink Floyd avevano registrato Ummagumma e i Rolling Stones Emotional Rescue – ho pensato che fosse il posto giusto, e anche Paul ha rappresentato la scelta giusta, super efficiente e concentrato per ottenere il massimo. Poi abbiamo fatto il missaggio in uno studio di Seattle con un ingegnere del suono che ha lavorato con Sunn O))) e Earth. La combinazione dei due ambienti e delle due situazioni, il lavoro che abbiamo fatto a Londra e il missaggio fatto a Seattle, è stato qualcosa di molto interessante, e quello che ne è venuto fuori ci ha davvero soddisfatti.

Passando ad altri tuoi progetti “collaterali”, di recente sei stato coinvolto in un tributo ai Can…

Certo, non vedevo l’ora di farlo. Ho scoperto i loro dischi quando ero adolescente. C’era questo negozio che li vendeva a pochissimo, perché allora li ascoltavano davvero in pochi, in pratica, nessuno comprava i loro LP. Così ho comprato Ege Bamyasi, un disco fantastico, che ho davvero consumato, era un album così strano ai tempi ed ero l’unico ad averlo nella mia scuola …e così, tanti anni dopo, sono entrato nella “famiglia” dei Can. Loro hanno avuto l’idea di questo concerto a Londra e mi hanno chiesto di fare parte del progetto.

Hai suonato, tra l’altro, con tutta la tua band, giusto?

Sì, con Steve Shelley, Debbie e James. Oltre a noi e a Irmin Schmidt e Malcolm Mooney c’erano una seconda batterista, che tra l’altro è italiana, Valentina Magaletti, e fa parte di un duo chiamato Tomaga, dove suona anche strumenti elettronici.

Una curiosità. Con la tua casa editrice hai di recente pubblicato un libro sui Mayhem scritto dal loro bassista Necrobutcher. Ci spieghi un po’ da dove viene tutta questa passione per il black metal?

È un genere che mi ha interessato fin dalle origini, e parlo proprio dell’inizio di tutto, ovvero Black Metal dei Venom. Quel disco aveva qualcosa del punk rock, era grezzo, trashy, divertente e folle. Ha influenzato tanti metallari e punk, tra cui appunto la scena norvegese: i primi dischi di black metal norvegese mi hanno colpito perché suonavano così selvaggi, folli e disturbati, e da lì è nato questo movimento universale di band che non volevano avere nulla a che spartire con le regole dell’industria musicale, pieno di musica estrema e di idee provocatorie. Le produzioni grezze o la mancanza voluta di “produzione” come la intendiamo normalmente, nei dischi black metal andava incontro a certi miei gusti, ed è il motivo per cui mi hanno interessato. Quando ho saputo del libro di memorie scritto dal bassista dei Mayhem io e la mia partner Eva abbiamo deciso di tradurlo e pubblicarlo. Se ci pensi, è la storia di come nasce una band di rock and roll, qualcosa che ci riguarda tutti da vicino.