C+C=Maxigross
Italy. Verona 2015. C+C=Maxigross

Delicati e stralunati. Un’intervista ai C+C=Maxigross

Li seguiamo con curiosità crescente dal primo EP, quando a dire il vero ci sembravano più una bizzarria folkloristica che una cosa seria. Qualcosa del tipo, troppo insoliti per essere veri, soprattutto considerando da dove provengono. Come puoi aspettarti una proposta psych convincente lassù dai monti della Lessinia? Cosa c’entrano le vecchie galoppate lisergiche e la visionarietà rapsodica con la purezza isolazionista che siamo soliti ricondurre alla dimensione montana? Gli episodi successivi della loro discografia invece hanno scolpito il profilo di una band dalle grandi risorse e dalla visione espansa, capace di padroneggiare angolazioni diverse e inattese a partire da una fragranza folk acida che ha una voglia matta di trasformarsi in qualcos’altro, trascinandoti con sé. L’ultimo lavoro, Fluttarn, ci ha definitivamente convinti: un caleidoscopio, un diamante pazzerello dalle sfaccettature ubriacanti, isteriche, generose, affilate. Ebbene sì, lo confessiamo, avevamo proprio voglia di scambiare due chiacchiere con loro. L’abbiamo fatto con Tobia Poltronieri, cantante e chitarrista.

Partiamo con la domanda che vi avranno fatto un milione di volte: cosa significa il vostro nome, e soprattutto perché un nome così?

No, no sei il primo che ce la fa! (Lo diciamo a tutti ah ah). È il nome di una catena di supermercati all’ingrosso veronese, che si trova fino a Roma circa. Non ha niente di poetico. È stato scelto a caso cazzeggiando un sacco di anni fa, quando doveva cominciare ancora tutto. E alla fine ci siamo legatissimi perchè ci ricorda come è cominciato questo lunghissimo e intensissimo viaggio. Ora che siamo grandi è bello ricordarsi che l’intensità con cui fai le cose è sempre fortissima, semplicemente con più o meno leggerezza e ingenuità.

Fin dalla prima volta che ho sentito Singar, il vostro EP di esordio, ho avvertito qualcosa di particolare, che potrei riassumere così: sapevate di terra, di erba e di aria montana un attimo prima di evocare discendenze musicali d’oltreoceano. Le vostre montagne sono parte di voi e della vostra musica, però il vostro è uno sguardo psych-folk ad ampio raggio. Quanto è consapevole e ragionata questa scelta?

Ti ringrazio moltissimo. Non c’è stata molta consapevolezza come ti dicevo prima. È nato tutto decisamente in maniera spontanea. Il nucleo originale della band siamo io (Tobia), Pippo e Ambro, e ci conosciamo da quando ho 14 anni. C’era tanto cazzeggio e voglia di divertirsi. E alla fine quando ascoltavamo i Beatles o CSN&Y, quello era quello che ci arrivava principalmente. Divertirsi suonando quello che si voleva, in compagnia. Perciò i primi tempi l’obbiettivo è stato solo quello. Registrare un po’ di canzoni che avevamo scritto. Ambro stava studiando alla scuola SAE per diventare fonico, quindi ha colto l’occasione per imparare e sperimentare direttamente su noi stessi. Ovviamente avevamo anche voglia di suonare in giro, “spaccare” come si suol dire. Ma se mi avessero detto allora che Håkon Gebhardt avrebbe suonato in un nostro disco o che Miles Cooper Seaton degli Akron/Family sarebbe diventato nostro attivissimo collaboratore… Ecco no, questo non l’avrei mai immaginato. Oggi che le cose continuano ad andare avanti mi convinco sempre più che la cosa più importante di tutte è sempre una sola: credere fortemente in quello che si fa, non scendere a compromessi, dedicarcisi anima e corpo e proseguire.

Facciamo il punto della situazione: chi siete, quanti siete, cosa suonate?

Dopo un’estate girata in trio o in quartetto con Miles Cooper Seaton, in questo esatto momento (quindi appena cominciato il “Fluttarn Tour”) siamo io (Tobia Poltronieri) alla chitarra, Filippo Brugnoli al basso, Niccolò Cruciani alla batteria, Camillo Dal Forno ai sintetizzatori (nuovissimo acquisto, suona già negli Hardcobaleno, band che abbiamo prodotto nei nostri studios) e Francesco Ambrosini in cabina di regia come fonico in studio ma anche come C+C vero e proprio.

Da Ruvain a Fluttarn sono passati due anni, con un interessante intermezzo di cui parleremo più avanti. Possiamo dire che tra i due c’è una sostanziale continuità, anche se nell’ultimo disco apparite più metodici nello svariare tra le vostre influenze?

Assolutamente sì. Diciamo che ovviamente le influenze, le esperienze (di vita e artistiche) si sono arricchite molto, assieme alla consapevolezza che non stiamo più giocando… Penso che questo faccia un’enorme differenza!

E dichiaramole, già che ci siamo, queste influenze. Facciamo i nomi…

[ride, ndSA] Guarda, ascoltiamo proprio di tutto, siamo in tante menti onnivore, quindi figurati… La varietà degli ascolti è veramente esponenziale: moltiplica i nostri ascolti per le persone che incontriamo e i musicisti con cui lavoriamo, e così diventano praticamente infinite. Ed è questo il bello. Per dirne uno, Miles ci ha portati verso lidi afro jazz sperimentali che nessuno di noi aveva mai frequentato prima. E Camillo, il nuovo tastierista, ascolta tanta contemporanea e musica classica, quindi ora ci parla di Berio… Insomma non è mai finita, per fortuna!

Più o meno un anno fa usciva An Instantaneous Journey, un formidabile EP di sei pezzi frutto della collaborazione con lo statunitense/norvegese Martin Hagfors. Mi ha stupito la naturalezza e la forza con cui vi siete calati in una parte più psych-rock, sembrava che non aveste fatto altro nella vita. Ditemi come nacque quel disco, cosa vi ha lasciato quell’esperienza e soprattutto se c’è la possibilità di vedervi ancora al lavoro con Hagfors…

Wow grazie! Beh con Martin è stata un’esperienza incredibile, la nostra prima vera collaborazione internazionale! L’idea è partita inizialmente da Damiano e Gianluca di Modernista/Trovarobato, perchè Martin aveva già lavorato con Damiano per alcuni suoi tour italiani. Loro, sapendo che noi adoravamo le sonorità di tutta quella scena norvegese, ci hanno proposto di collaborare con lui durante una sua discesa italiana. Martin già adorava l’Italia, poi ha ascoltato la nostra musica e quindi ha detto “Yes, fratelli!”. Ci siamo immersi nella sua musica, lui è venuto nella nostra casa a Vaggimal, e tra polenta, formaggi e lardo, abbiamo riarrangiato alcuni brani tratti dalla sua discografia solista e da quella degli Home Groan, e uno suonato coi Motorpsycho. Da lì poi abbiamo fatto due tour italiani e ci siamo divertiti molto. Era la prima volta che come band ci mettevamo a disposizione totale di un altro artista esterno al nostro solito giro. Non eravamo la sua semplice backing band, ma suonavamo le sue canzoni riarrangiate assieme e guidate da uno spirito nuovo, per noi e per lui. Abbiamo imparato tantissimo, sia dalla sua lunga esperienza come musicista e fonico (Martin è nato nel 1960 come i miei genitori!) che dalla sua attitudine, da “vero” musicista, duro e puro. La collaborazione è proseguita in Fluttarn con la sua voce in Moon Boots e chissà cos’altro succederà più avanti.

La sensazione è che abbiate un approccio live anche nella composizione. Oppure siete bravi a fare in modo che sembri così. Insomma, come nascono le vostre canzoni?

Beh, ormai le abbiamo provate un po’ tutte in realtà…Se si parla di composizione (e non di registrazione), molte nostre canzoni nascono da uno di noi, che le porta alle prove o in studio; poi iniziamo a lavorarci su assieme. Ci sono brani che nascono interamente da improvvisazioni, e altri che sono una via di mezzo. E poi c’è la fase in studio, dove con Fluttarn abbiamo giocato moltissimo con il taglia-cuci-incolla, rimaneggiando tutto questo materiale. Ma, appunto, qua si passa già a parlare di tecniche di registrazione! Questo era per dire che, comunque, molto di quello che si sente come prodotto finito su disco può essere frutto di un sacco di passaggi di lavorazione come essere un brano semplicissimo registrato quasi in toto in presa diretta. O un mix dei due!

Qualche anno fa, con l’inizio della crisi delle grandi case discografiche, si sosteneva che senza gli investimenti garantiti da queste ultime non sarebbe più stato possibile produrre dischi musicalmente interessanti. Il vostro è uno di quei casi che smentisce clamorosamente queste infauste previsioni. La domanda è: quanto ritenete importante la ricerca di un determinato suono?

Eh, ma i complimenti sono sempre più giganti, grazie veramente! Come sai, il disco è stato registrato e prodotto da noi stessi, quindi sì, il suono è veramente parte fondamentale del tutto. Certo, siamo molto legati al songwriting classico, siamo fermamente convinti che una buona “canzone” debba avere una struttura e una melodia che funzionano da sole, poi arrangiamenti, suono ed esecuzione aggiungono la meraviglia. Ma la canzone deve essere forte e funzionare bene comunque. Nei lavori precedenti eravamo più orientati verso questi aspetti. Curavamo molto il suono attraverso gli strumenti che avevamo, quindi un certo tipo di strumentazione tendenzialmente vintage che ci rappresenta molto. E arrangiamenti delicati e stralunati, assieme alle nostre voci e poco altro. Inevitabilmente, quindi, quei dischi suonano con tantissimi colori, e i brani spesso hanno suoni molti diversi tra loro, portando a un risultato meno unitario e compatto. Tutto è stato decisamente più involontario. Con An Instantaneous Journey with Martin Hagfors abbiamo iniziato a curare di più il suono d’insieme del disco, quindi è stato un utilissimo esperimento aiutato dal registrare tutto in una session compattissima (cinque giorni), perciò stesso mood e stessi strumenti. Con Fluttarn siamo partiti da uno sfogo iniziale (dopo due anni di tour e mille esperienze) in cui abbiamo jammato e buttato giù le basi in presa diretta di un po’ di brani che avevamo scritto precedentemente; pian piano poi abbiamo editato, tagliato e cucito tutto il materiale, aggiunto nuovi brani, e grazie a Miles Cooper Seaton siamo riusciti a dare una visione e un suono d’insieme a questo disco. Miles è arrivato nel momento in cui ormai eravamo troppo dentro la lavorazione del disco, e non avevamo ben chiaro dove ci trovavassimo. Così assieme a lui abbiamo selezionato 10 tracce tra i tanti brani e le tante jam che avevamo accumulato, le abbiamo unite, ed ecco Fluttarn. Nove mesi dopo la registrazione della prima nota.

Supponiamo che prima o poi il segreto meglio custodito della Lessinia venga scoperto, insomma che facciate il botto: cosa sareste disposti a fare? Andreste in TV? A Sanremo? Cosa pensate di tutta la filiera dei talent show?

Che la Lessinia venga scoperta in generale è una cosa su cui puntiamo e speriamo tanto. È una terra troppo bella perchè venga ignorata, dimenticata e lasciata a chi non ci tiene abbastanza. Con il nostro Lessinia Psych Fest (estate 2016 la terza edizione) stiamo cercando di fare anche questo! Su Tv, talent e San Remo ti dico solo che quelli di X Factor ci avevano scritto qualche mese fa (dato che nell’ultima edizione hanno cercato di coinvolgere band del cosiddetto ambiente “indie”, e ahimè, ci sono anche riusciti) per invitarci a partecipare. Eravamo su ai Vaggimal Studios con Miles Cooper Seaton. Ho risposto cortesemente dicendo che forse non avevano guardato bene al tipo di percorso avevamo fatto fino ad allora. Penso che questa riflessione valga anche per il resto, ovvero il discorso di “fare il botto”.

Ho paura a chiedervi quello che sto per chiedervi, ma lo faccio lo stesso: cosa faranno i C+C da grandi? Perdonatemi, riformuliamo la domanda: il prossimo sarà il terzo, fatidico disco lungo. Dove andrete a parare?

La risposta è ben collegata a tutto quello di cui abbiamo parlato fino ad ora. Seguire sempre il flow, stare bene, trovare la pace in noi stessi come singoli e come band e trasmettere in musica queste sensazioni. Già il live di questo tour è diversissimo da quello che è Fluttarn, stiamo già lavorando a nuovi brani e non vediamo l’ora di metterci all’opera. Insomma, succederà di tutto e per ora è veramente impossibile prevederlo!

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