Dimenticare Sean Connery. “Il nome della rosa” – Parte 1

Il nome della rosa di Umberto Eco è uno dei romanzi più importanti della letteratura italiana del Novecento. Sotto la superficie di un intrigante giallo dai connotati citazionisti, Eco costruisce un vero e proprio labirinto culturale dove perdersi è il miglior modo per ritrovarsi. Scavando nella radice linguistica e storica del sapere occidentale, il primo libro del compianto scrittore, filosofo e saggista ha ottenuto un incredibile trionfo internazionale, un unicum nel panorama letterario italiano di fine secolo. Pochi altri nomi hanno raggiunto tali altezze, soprattutto in tempi recenti, e probabilmente si possono contare sulle dita di una mano: impossibile non citare Andrea Camilleri (con le sue avventure del Commissario Montalbano), Elena Ferrante (il ciclo de L’amica geniale) e Roberto Saviano (a partire dal suo Gomorra). È proprio in queste dinamiche che si trova la ragion d’essere della serie televisiva in quattro parti (divise in otto puntate) Il nome della rosa, diretta da Giacomo Battiato, prodotta da Rai Fiction e distribuita in 132 paesi. La nuova sfida per l’apparato cine-televisivo italiano arriva in un momento in cui non solo hanno avuto e stanno avendo un grande successo le serie tratte dalle opere degli scrittori sopracitati (spalmati in ogni canale di diffusione), ma si nota anche un rinnovato interesse per il genere storico nelle sue varie contaminazioni. Basti pensare alle due stagioni de I Medici che, per quanto siano di discutibile fattura, hanno impostato un esemplare modus operandi “transnazionale” (per esempio, la presenza dell’attore di fama mondiale a capo del cast). Ovvio che l’origine della tendenza è di natura “a stelle e strisce”, infatti l’universo di Game of Thrones è diventato talmente di culto da aver influenzato storytelling ed estetica delle produzioni mondiali.

1327. Ludovico di Baviera, futuro imperatore del Sacro Romano Impero, proclama la separazione tra politica e religione. Dalla nuova sede della curia papale, Avignone, papa Giovanni XXII lo scomunica perchè si considera eletto direttamente da Dio; questo lo rende detentore del potere temporale e spirituale sui sovrani e sui popoli. In un monastero benedettino dell’Italia settentrionale si sta organizzando una disputa tra l’ordine dei francescani, alleati dell’Imperatore e sostenitori delle tesi pauperistiche (far prevalere la ricchezza spirituale su quella materiale), e i delegati della curia papale in una posizione totalmente opposta. In rappresentanza dei francescani, il famoso frate inglese Guglielmo da Baskerville (John Turturro) e il suo giovane novizio Adso da Melk (Damian Hardung) decidono di recarsi anticipatamente nei pressi del monastero. Una volta giunti, assistono ad una serie di omicidi su cui devono indagare prima dell’inizio della disputa. Centro del mistero sarà la labirintica e inaccessibile biblioteca, detentrice di un pericoloso sapere da nascondere.

Mentre la prima stagione de L’amica geniale aveva dalla sua un autore come Saverio Costanzo, innamorato dei colori pastello e della tradizione cinematografica neorealista, per Il nome della rosa sono stati scelti riferimenti di carattere internazionale. Dai primi minuti dell’episodio pilota si percepisce istantaneamente la voglia di andare oltre i confini produttivi e linguistici abusati della fiction Rai, ma se per la serie tratta dai libri della Ferrante si esaltava il recupero di una romantica italianità perduta nel tempo, la serie diretta da Battiato colpisce per l’ampiezza della sua portata. Con maggiore ispirazione rispetto alle ambizioni mancate de I Medici, pensato per la parte più godereccia del mercato estero (vista la densità degli stereotipi e degli errori storici), anche per il giallo di Eco sono stati usati stratagemmi cinematografici dal forte carattere epico, rappresentati principalmente dalle sequenze con viste panoramiche (talvolta anche digitali) dei freddi scenari settentrionali e degli austeri spazi del monastero. Proprio per questo, la struttura guida più importante per Il nome della rosa non può che essere il suo diretto e ingombrante predecessore cinematografico del 1986.

Per quanto riguarda lo spazio in cui è ambientata la storia, la serie raccoglie l’esempio dal film di Jean Jacques Annaud e non perde tempo a mostrare le potenzialità di un budget molto elevato, trasmutato nella cura con cui si sono ricercati i principi di fedeltà e suggestione, soprattutto quando si sottolinea visivamente il contrasto fra l’opulenza papale e la misera solitudine di monastero e dintorni. Al di là dei ritocchi in post-produzione, la tenebrosa ricostruzione del quattordicesimo secolo è un grande scrigno artigianale con all’interno dettagli, oggetti, libri, pitture e sculture, che rende l’azione particolarmente ispirata e coinvolgente. Azione che sfrutta appieno i vantaggi della serialità, prendendosi il tempo sia di arricchire la trama principale con eventi lontani e non direttamente legati a essa (come il lungo flashback sulla nascita degli eretici dolciniani) sia di sviscerare la natura intertestuale del romanzo di Eco (i continui rimandi ad altri scritti del tempo, alla botanica, alla scienza, alle tesi religiose ecc.). Questa è la principale differenza che c’è nei confronti del film, dove si era optato per scarnificare il romanzo e far emergere il suo senso principale, azzardando anche una apocrifa spiegazione del titolo. Comunque, dalla visione delle prime due puntate, sembra che la direzione della serie sia quella di rimanere fedele allo spirito matrioska del romanzo: una mossa audace per la prima serata di Rai 1.

L’intero cast compie un lavoro impressionante. Si potrebbe discutere all’infinito sul doppiaggio interamente in italiano (con gli attori italiani che si auto-doppiano, alcuni bene, altri no), ma questo non ne affossa affatto l’intensità e la bravura. Con un’interpretazione magnetica, a capo del gruppo c’è John Turturro, divertito nell’indossare i panni del frate francescano costruito sullo scheletro dello Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle. Meno sornione e fascinoso di Sean Connery, il quale si portava dietro una gigantesca aura da divo hollywoodiano, il ruvido Guglielmo da Baskerville di Turturro va dritto al centro delle sue intuizioni, risultando particolarmente insidioso nelle curiose richieste che poi gli vengono categoricamente negate dagli ambigui monaci a capo del monastero. Vista la fonte d’ispirazione presa da Eco, si potrebbe dire che Turturro si avvicini più allo spigoloso Sherlock di Benedict Cumberbatch (nella serie della BBC) che a quello gigione di Robert Downey Jr. (nei due film di Guy Ritchie). Il resto del cast poi è di alta qualità e, almeno in questi primi episodi, spiccano Rupert Everett, che aggiunge una sfumatura demoniaca all’Inquisitore Bernardo Gui, Stefano Fresi, nascosto sotto il trucco del bestiale gobbo Salvatore, e Fabrizio Bentivoglio, nel ruolo del celleraio Remigio da Varagine.

I primi due episodi de Il nome della rosa sono, quindi, le basi di un’opera seriale che potrebbe raggiungere vette altissime nel palinsesto italiano, esattamente come era stato per L’amica geniale di Costanzo. La materia prima è affascinante, ben organizzata e con un ritmo serratissimo (almeno per ora), anche se non mancano alcune piccole e sparse cadute di stile. Adesso bisogna solo vedere come proseguirà la serie, sperando davvero in una svolta ragionata e interessante per le produzioni Rai.

8 Marzo 2019
8 Marzo 2019
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