Don’t you know your queen? Intervista a Perfume Genius.

Piccole mani di bambino, non ancora laccate di rosso, si posano su quelle adulte dell’insegnante di pianoforte: seguono i movimenti esperti sulla tastiera, memorizzano, imparano. Sono mani ancora innocenti, forse di un discolo: un bambino biondo che ha più voglia di correre in giro, che di studiare lo strumento. È un’immagine tentatrice, una madeleine proustiana di plastica che oggi, a tanti anni di distanza da quei movimenti innocenti sui tasti del pianoforte, sarebbe fin troppo facile leggere come il segno del destino, l’ineluttabile ritorno alla musica per ritrovarvi contemporaneamente quell’innocenza e quella spensieratezza che danno la forza per cantare con grazia le brutture del mondo. Sarebbe un’immagine perfetta, potente quanto basta per mandare in cortocircuito papà Freud e zio Jung con un posto delle fragole (lo sgabello del pianoforte?), ma sarebbe un’immagine falsa. E di falsità, brutture, soprusi, il bambino fattosi uomo ne ha già visti e subiti abbastanza da preferire una più prosaica aderenza alla realtà.

La verità è che dopo avere preso lezioni di pianoforte classico «tra i sette e i quindici, sedici anni non ho mai imparato a leggere la musica ed ero uno studente pessimo». Parole di Mike Hadreas, classe 1984, americano di Seattle ma dalle origini mediterranee (greche) impresse nel cognome, più noto al mondo della musica come Perfume Genius. Cantautore “schietto”, come lo definisce il suo addetto stampa. In altri tempi e in altri ambienti lo avremmo definito “autentico”. Si è fatto strada nel mondo indie con due dischi brevi, fatti di piano ballad cantate come se non ci fosse un domani, o forse proprio alimentando la speranza che un domani sia possibile. Il primo, Learning, è uscito nel 2010, quasi in sordina. C’era fin da subito in evidenza la forza della semplicità: una melodia di pianoforte, la voce dolente e a tratti spettrale, poco altro. Eppure era anche chiaro che si trattava di canzoni che colpivano in profondità, forse proprio grazie alla nudità che le contraddistingueva. Si sono spesi i nomi di Antony e del primo Sufjan Stevens (quest’ultimo, un riferimento che si è rivelato effimero con il tempo). Ma era soprattutto la concretezza di quel canto a rendere speciale il disco. Lookout lookout, Gay Angels, Mr. Petersen sono diventati velocemente dei culti anche per i temi trattai: prostituzione, violenza, sopruso, pedofilia, suicidio. Il tutto gettato sulla tastiera del pianoforte con dolcezza e rabbia trattenuta.

Perfume Genius - Queen

Il secondo disco, Put Your Back N2 It del 2012, ripercorre gli stessi territori ma aggiungendo sicurezza maggiore nei propri mezzi di scrittura e di espressione musicale. Si tratta quasi del lato B dello stesso disco, la continuazione dello stesso discorso con gli stessi mezzi. «I primi due album sono stati una sorta di rimembranza del passato, un tuffarsi nei ricordi che ho per cercare di guarirli». Ce lo racconta nel retropalco del Locomotiv Club di Bologna, poche ore prima del concerto per presentare il nuovo disco, Too Bright, al pubblico che non lo ha ancora sentito. «Per me è stato davvero importante essere paziente e gentile con molte delle cose che mi sono successe, che gentili non erano. Era importante essere compassionevole, moderato, credo, finanche con la musica». Un fare i conti con il proprio passato, con la sofferenza degli sguardi indiscreti, di quelli che ti guardano le unghie laccate, i tacchi alti e ti giudicano, ti tolgono la pelle di dosso e ti mandano al tappeto. E ogni volta ingoi bile che si trasforma in «una rabbia sottopelle che cresce lentamente da quando avevo dieci anni e sta finalmente toccando la superficie», come dice lo stesso press sheet.

Too Bright è un passo non solo avanti, ma anche laterale. Mentre parla seduto sul divano logoro, Mike Hadreas usa parole meditate. Ogni tanto si ferma un attimo, lo sguardo fisso davanti a sé tra il pavimento e l’infinito, poi riprende calmo: «quest’album riguarda molto più come mi sento adesso o una specie di protezione di come vorrei sentirmi, un andare avanti, capisci quello che intendo?» L’autoanalisi e il riportare la lingua a battere su ogni dente che doleva sono alle spalle. Non c’è più bisogno di rivangare i propri ricordi per accettarli. Mike Hadreas/Perfume Genius oggi è questo, è Too Bright. O almeno è come vorrebbe essere. C’era il bisogno di provare qualcosa di più «improvvisato e sperimentale». Prendete I’m A Mother: vocalizzi in libertà che hanno fatto parlare, forse eccessivamente, di paragoni con lo Scott Walker di Tilt. «Fa paura [essere paragonati a Walker, NdSA], ma allo stesso tempo, lo accetto», perché «quel tipo di cose è ciò che voglio fare, anche se adesso sono ancora in territori più pop. E mi piace che nonostante siano scure e un po’ più sperimentali, le mie canzoni rimangano comunque catchy». La conferma arriva dal live di quella sera, quando un pubblico non numerosissimo, ma chiaramente innamorato di Perfume Genius, mostrerà di apprezzare i nuovi brani.

Ed è vero che nonostante Too Bright sia di gran lunga l’opera più originale di Mike Hadreas, al suo interno si annidano comunque brani di una accessibilità quasi disarmante. Prendete il primo singolo, Queen. Al netto di un testo per certi versi urticante, volutamente disturbante e in your face, è un singolo totalmente adatto all’airplay: tiro quasi rock, un ritornello quasi anthem e un’atmosfera torbidamente seducente sottolineata anche dal video firmato SSION. Oppure Grid, che con quel suo tiro Suicide prima maniera, prevediamo diverrà facilmente un classico da indie club, che si abbia voglia di ballare o meno.

D’altra parte non mancano momenti riflessivi, come l’opener I Decline o Don’t Let Them In: piano ballad/torch song che fanno venire in mente l’amato rhythm’n’blues, la lezione di Nina Simone e quella di PJ Harveyadoro il rock quando è sincero come lei, che non usa atmosfere dark solamente come una strizzatina d’occhio: è 100% dark»). Ma bisogna almeno aggiungere James Blake per quel suo modo bianco di intendere il soul. E non mancano momenti più synth-oriented, come quella Fool e quella Longping che scalpitano di atmosfere 80s. Merito della produzione accorta e capace di Adrian Utley dei Portishead se tutto questo può coesistere in poco più di trenta minuti senza che nessuna parte suoni come artefatta o forzata. Utley e la band, che rispetto al passato ha un ruolo più centrale, sono stati gli strumenti che Hadreas ha usato durante la registrazione per cercare di ottenere quello che aveva in testa: «entravo in studio e dicevo che volevo un suono così o colà, e Adrian e gli altri trovavano la macchina giusta per realizzarlo».

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Too Bright è un’esplorazione di territori espressivi nuovi, con ferma la consapevolezza di dove si vuole andare. Prima di comporre gli undici brani dell’album, ci racconta con una mezza smorfia Mike, «mi sono seduto al pianoforte tutti i giorni per quattro mesi per cercare di scrivere delle canzoni in stile Adele, ma non venivano». Era il periodo immediatamente successivo al tour di promozione del secondo disco. Un tour che ha portato Hadreas in posti strani come il Giappone «dove non applaudivano alle canzoni nuove», e gli ha fatto capire che non dappertutto chi ascolta dà lo stesso peso alle parole e alla musica. «Posso essere riflessivo e creativo tanto con la musica e i suoni, quanto lo posso essere con i testi e il messaggio delle canzoni», ci racconta mentre mangia mortadella con i grissini.

L’elefante nella stanza è il rapporto con la propria sessualità. I testi di Perfume Genius e i video delle sue canzoni hanno da sempre messo al centro della sua poetica i temi legati all’omosessualità. Mentre parliamo ci tiene a sottolineare che «la mia sessualità è un parte importante di me, ma non è tutto ciò che sono». Quindi prende ancora più importanza il discorso che porta avanti sulla violenza nei confronti dei giovani gay, una violenza non per forza fisica, ma capace di fare sentire inadeguate le persone, spingerle verso la sofferenza. Per la rabbia che prova in questo periodo della sua vita, «ci sono molti interruttori. Vedi, per strada faccio presto a inalberarmi con chi mi dà fastidio», oppure se «sento quello che la gente dice di me e di come sono». Per un lungo periodo, quello che abbiamo chiamato dell’auto-analisi, «tutto ciò mi metteva a disagio, mi vergognavo delle mie differenze». Ora però non si sente più vittima, e non gli piacciono gli atteggiamenti vittimistici, per cui questa materia rabbiosa è riuscito a incanalarla in qualcosa di «più produttivo».

Alla serata del Locomotiv, giovani e meno giovani, coppie gay, cantano a memoria le sue canzoni. Non è il punto essenziale, che rimane la musica come forma espressiva, ma Perfume Genius, tra gli artisti della sua generazione, è uno dei pochi che ha scelto di utilizzare un problema socio-politico (l’accettazione degli omosessuali) come parte integrante del proprio discorso espressivo. Non ha la preminenza politica del messaggio alla base di, per esempio, Janine Rostron aka Planningtorock, ma è una componente chiave. Mike spera che il suo messaggio, così volutamente esplicito su questo punto, serva di conforto ad altri. Quando parliamo dei giovani, italiani o americani, che si suicidano perché si sentono rifiutati per via della propria sessualità, lo sguardo di Mike si fa umido, quasi lucido: «tutto per qualcosa di bello e naturale su cui non abbiamo nessun controllo». In questo senso, «sento una responsabilità» dovuta alla condivisione di un’esperienza comune a molti. Che si trasforma in una domanda semplicissima: «qual è il problema?».

13 Ottobre 2014
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